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venerdì 7 maggio 2021 ..:: Andrea Nocerino - Violoncello ::..   Login
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 Andrea Nocerino - Violoncello Riduci


 

 

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750)
Suite N. 3 in do maggiore per violoncello solo BWV 1009

    Prélude
    Allemande
    Courante
    Sarabande
    Bourrée I
    Bourrée II
    Gigue


Marco Betta (1964)
In Solitaria per Violoncello Solo (2019)


Johann Sebastian Bach (1685 - 1750)
Suite N. 1 in sol maggiore per violoncello solo BWV 1007

    Prélude
    Allemande
    Courante
    Sarabande
    Menuet I
    Menuet II
    Gigue



Un piccolo viaggio a ritroso nel tempo mi porta al ventisei luglio 2018, giorno d'inaugurazione della tranche Euterpe dell'Amiata Piano Festival, è lì che per la prima volta ho potuto ascoltare in un prestigioso contesto la voce del violoncello di Andrea Nocerino. Prima di quella data avevo avuto occasione di chiacchierare amabilmente con lui qualche volta, sia all'APF che allo Spazio Fazioli di Milano. In quest'ultimo precisamente il sette aprile 2016, quando nell'ambito della presentazione annuale del festival toscano il giovane strumentista, parecchio emozionato, aveva suonato con la sua maestra Silvia Chiesa una sonata di Giovanni Benedetto Platti. Nulla di ciò che ci ha davvero emozionato si perde nell'oblio temporale. Ricordo come fosse oggi la sua impetuosa prestazione a Euterpe, in particolare nel movimento finale (Presto) dell'Ottetto per archi Op. 20 di F. Mendelssohn-Bartholdy. Andrea, dopo qualche attimo di "suspense" attaccò con autentica furia le crome iniziali, con vero sprezzo del pericolo, producendosi in una specie di precipitato, per poi passare il testimone (la medesima figurazione) a Silvia Chiesa. Sono passati tre anni da quell'evento e oggi possiamo a ragion veduta parlare di un artista che, con il CD d'esordio "Andrea Nocerino", dimostra piena maturità, non in realtà un vero e proprio debutto poiché quest'album è stato preceduto da tre partecipazioni discografiche: Giovanni Battista Viotti. Cantate, Canzonette e Romances da camera (prodotto in duplice versione, per Movimento Classical e Amadeus) e Mondi interni del chitarrista Daniele Fabio.

Formatosi con la citata violoncellista Silvia Chiesa, Andrea si è diplomato con lode e menzione d'onore al Conservatorio di Cremona. Negli ultimi anni si è esibito insieme con affermati interpreti come Maurizio Baglini, Guido Corti, Roberto Noferini, Francesco Fiore, Vladimir Mendelssohn, il Fine Arts Quartet e la stessa Silvia Chiesa, oltre che con alcuni tra i migliori musicisti della sua generazione. Con questi ha suonato in contesti di grande prestigio, tra i quali l'Amiata Piano Festival, il Teatro di Villa Torlonia, l'Auditorium Arvedi di Cremona, il Museo del Teatro Alla Scala, Musica Vicenza, l'Auditorium Gaber di Milano o i Musei Vaticani. All'estero è stato invitato in Croazia (Rijeka), Francia (Madiran), Stati Uniti (University of Chicago) e Corea del Sud (Goryeong Gun Nuri Hall). In veste di solista ha tenuto concerti in tutta Italia, coinvolto anche in progetti e collaborazioni con personalità di spicco quali Sandro Cappelletto, Gualtiero Scola, Mauro Corona e Alessandro Baricco. Attento al repertorio contemporaneo, è dedicatario di alcune opere per violoncello solo tra le quali spicca il recente brano "In solitaria" del compositore Marco Betta, incluso in questo suo primo CD da protagonista. È stato impegnato in diverse prime esecuzioni e partecipa attivamente ai festival ed ensemble del panorama nazionale. Ha inoltre collaborato con Rai Radio3 ne "Il Festival dei Festival" con alcune registrazioni catturate all'APF. Artista versatile nel repertorio e negli interessi, ha preso parte alla registrazione di colonne sonore per i film "The Tourist", nel 2010, e nel più recente "Pinocchio" di Matteo Garrone (2019).

Sempre nel 2019, in collaborazione con il Museo del Violino di Cremona ha inciso il suono del Violoncello Stradivari "Ex Cristiani-Stauffer" per il progetto internazionale della "Banca del suono", un'iniziativa unica al mondo che ha legato il suo nome alla storia di questo leggendario strumento. Attualmente, il Museo del Violino di Cremona l'ha designato quale musicista affidatario del prezioso Violoncello, e degli altri strumenti storici della collezione, per l'esecuzione di una stagione di concerti dedicati al suono dei capolavori liutari. Si tratta di un curriculum degno del massimo rispetto, che dice molto sul suo percorso di studi e professionale, ma, nella fredda elencazione di una serie di eventi succedutisi nel tempo, praticamente nulla della sua personalità, di quell'autentica passione per la musica che oggi l'ha condotto a fissare in disco due delle sei Suite di J.S. Bach per violoncello solo e "In solitaria", brano contemporaneo a lui dedicato. Le Suite furono scritte fra il 1717 e il 1723, probabilmente per uno dei violoncellisti, Christian Bernhard Linigke o Christian Ferdinand Abel, che allora lavoravano alla corte di Köthen, la stessa in cui il compositore esercitava la funzione di Kapellmeister. Diversi musicologi individuano l'anno 1720 come quello di composizione sia della terza che della prima. Tutte sono dotate di notevole uniformità e identica struttura di base, con l'unica deroga delle "galanterie" interposte tra la Sarabanda e la Giga finale. È ammirevole la scelta del giovane strumentista campano di cimentarsi con le due suite, senza voler assolutamente sottostimare il valore del brano di Marco Betta.

Va da sé che sono opere altamente significative non solo per la storia degli strumenti ad arco, ma della musica in assoluto, non fosse altro che per lo smarcarsi del violoncello dalla funzione di mero esecutore delle parti di accompagnamento, com'era stato in voga sino a quel momento. In queste suite s'incontra un amalgama di virtuosismo e intensa espressività, in grado di mettere seriamente in difficoltà anche il più navigato degli strumentisti; oggi Andrea Nocerino si è sentito di affrontarne due, nell'esplorazione di un cammino dove nessun sentimento umano è escluso. Meditazione e dolorosa introversione, solarità e gioco si rincorrono nei tempi veloci e lenti del Preludio, Allemanda, Corrente, Sarabanda, Galanterie e Giga. A questo punto un piccolo inciso è doveroso: per galanterie, o danze galanti che dir si voglia, s'intendono i Minuetti, presenti nella prima e seconda suite, le Bourrée nella terza e nella quarta e le Gavotte nella quinta e sesta. Il nostro violoncellista non si è nemmeno fatto intimorire dal fatto che, a differenza della musica composta prima del 1800, dove la scrittura non include molti di quei segni d'interpretazione apparsi in seguito, queste suite impongono all'esecutore delle notevoli assunzioni di responsabilità. Succede allora che tutti i violoncellisti odierni, decisi a cimentarsi con esse, si trovano a dover prendere delle decisioni interpretative (ma anche tecniche) in autonomia, coinvolgenti problemi di arcata e dinamici, con l'esito di produrre letture anche molto differenti tra loro. Fondamentalmente tre sono i possibili approcci esecutivi a queste opere: uno è volto a sottolineare l'intensità espressiva, un altro dove si ritiene bussola la prassi esecutiva storica, mentre nell'ultimo si persegue principalmente la perfezione tecnica e la cura del suono, senza preoccuparsi troppo del resto.

 



Nelle sue interpretazioni Andrea Nocerino mostra di aver raggiunto un singolare equilibrio tra queste diverse istanze e, soprattutto, non vuole rimanere mai del tutto imbrigliato in una di esse in particolare. Con estro e mirabile sintesi entra nei meandri di una lettura moderna, agile e scorrevole, in nessun modo appesantita da quell'incedere barocco, alquanto pomposo, che talvolta è dato d'incontrare. Affrontata e risolta di slancio è anche la spinosa questione della dinamica, che lui gestisce con uno spiccato senso delle proporzioni, in modo omogeneo e al riparo da eccessive quanto inopportune dilatazioni, vale a dire sempre compresa in un range non esageratamente ampio. Nell'impaginato vediamo al primo posto la Suite N. 3 in do maggiore BWV 1009 e non la N. 1 in sol maggiore BWV 1007, che risulta invece al terzo posto, inframmezzata dal suggestivo brano di Marco Betta. Sul perché di quest'alternanza si potrebbero azzardare delle ipotesi. La mia, sperando di non peccare di eccessiva fantasia, si fonda sull'eventuale desiderio dell'artista campano di creare un particolare avvicendamento di stati emotivi, dove la terza suite esprime scintillante, intrepida vitalità, In solitaria apre a scenari di moderna inquietudine, quasi un abisso in cui l'ascoltatore cade smarrendosi, mentre la prima suite chiude il discorso con una visione rosea, ottimistica, quasi un'apoteosi che ci lascia alla fine un retrogusto di speranza. Le danze vengono quindi aperte con la Suite N. 3 in do maggiore BWV 1009. Andrea Nocerino con un sicuro tratto d'eleganza affronta una scrittura che appare sin da subito particolarmente ricercata, elaborata.

Ricco di fantasia è il Preludio, nel suo mutevole articolarsi di scale e arpeggi. In questo come in altri frangenti emerge la sua precisa individualità interpretativa, vengono operate nel fraseggio quelle sottili variazioni agogiche che allontanano dal rischio di far scadere il discorso musicale in meccanicità o scolasticità di sorta. Nell'ondeggiante Allemanda (Allegro) fa capolino un raffinato gusto francese, le figurazioni ritmiche sono ben scandite, emergono con effervescenza e leggerezza, riuscendo a cogliere molto bene lo spirito della danza che costantemente aleggia sulle varie parti. Segue la Corrente (Allegro), contraddistinta da un più libero stile italiano, piuttosto ammiccante. Notevole è la chiarezza dell'articolazione, indice di una non indifferente padronanza tecnica, e il contrasto ben delineato tra staccato e legato; tutto procede con un elevato grado di scioltezza tecnica, il quale rende altamente godibile l'ascolto. Oltre alla bellezza della cavata, sul cui affinamento Andrea si è molto impegnato nel tempo, riscontriamo il suo incantevole senso del "tactus", inteso come respiro ritmico, pure nel movimento della Sarabanda (Largo), sorretta da un forte istinto musicale. In questa danza lenta in tempo ternario di origine spagnola, dal carattere solenne, è riposto un tono profondamente meditativo, impreziosito da volute melodiche e armoniche create dagli accordi arpeggiati. Dopo una sì alata parentesi, riceviamo una piccola scossa dalle Bourrée I e II, due deliziose galanterie adorne di grazia e scoppiettante umanità. Non eclatante, ma sensibile la differenziazione espressiva operata tra la I e la II. Il nostro non si lascia mai prendere la mano da eccessi o esibizionistiche stramberie.

Conclude un'amabilissima Giga (Allegro), fluida e levigata, dove Nocerino è molto abile a operare una distinzione timbrica fra le due voci dialoganti di diverso registro. Delizioso ho trovato il suo approccio a essa, segnato da un ritmo ternario scandito in scioltezza, da vivezza e un accento "popolano" ben rimarcato, dove lui mostra di aver compreso molto bene la radice etimologica, "gigoter", di questa danza veloce, che significa sgambettare, ballare, saltare. "In Solitaria", definita dallo stesso Marco Betta come una romanza e composta tra il 2018 e il 2019, segna un enorme salto epocale e stilistico, che l'artista napoletano riesce a compiere con lodevole disinvoltura. Non sembra vero passare con tale spigliatezza dai ritmi barocchi ben scanditi delle suite bachiane alle rarefazioni e ai soprassalti drammatici di quest'interessante composizione contemporanea. Non posso ancora una volta non far cenno alla carnosità del suono, alla bellissima gamma bassa dello strumento, intensa, profonda e ricca di armonici. Con il brano del compositore siciliano si materializza uno iato che non coinvolge soltanto l'eloquio musicale, affatto differente, ma anche i mezzi tecnici messi in campo per esprimerlo, che sono ben diversi da quelli adoperati nelle suite bachiane. L'indistinto mormorio iniziale è ottenuto, per esempio, mediante un particolare mezzo tecnico che consiste nel "Alzare e abbassare rapidamente il dito che sfiora l'armonico tenendo premuto il suono reale". Le frequenti forcelle dinamiche, l'esasperazione nei salti di volume sonoro, il grande contrasto tra il borbottio dell'incipit e l'improvviso attacco in "fff" del furioso, costringono l'ascoltatore a percorrere quello che sembra essere un vero e proprio campo minato.

Tra gli esperimenti protesi verso la ricerca di una nuova declamazione espressiva, c'imbattiamo in numerosi glissando tra due note, in evanescenti tremoli, che sfociano nel frenetico arpeggiare del "Con libertà, violento e rapsodico", dove paiono riecheggiare le arcate delle due suite di J.S. Bach in variante aliena. Gli arpeggi vengono sottilmente variati, debuttano all'improvviso, si elevano all'acme, si spengono gradualmente per poi riprendere vita. Dopo l'azione drammatica, il canto si scioglie nel desolante "pizzicato", assoggettato a un ritmo fluttuante, a elastico, fatto di accelerando e rallentando e, in seguito, nell'ondivago glissando tra due note, alternativamente superiore e inferiore. Una musica affranta che si estende con stranita liricità. L'enigmatico brano, ricordo espressamente dedicato ad Andrea Nocerino, si spegne nel più totale mistero, in una serie di tremoli preceduti da altri glissando. Non so quali fossero le reali intenzioni del compositore, ma questo pezzo mi ha provocato una sottile inquietudine, l'ho immaginato come la rappresentazione dell'escursione tra i fasti ectoplasmatici di un glorioso passato e un presente alla continua ricerca di se stesso, tormentato dalla ricerca di nuove forme d'espressione. Si ritorna a Bach con la Suite N. 1 in sol maggiore BWV 1007, terza e ultima opera racchiusa nelle tracce del CD. In una specie di metamorfosi del sentimento, Andrea Nocerino riprende il filo del discorso interrotto proponendoci una composizione che, con il suo confortante tepore, ci scrolla di dosso la sibillina temperie appena trascorsa. L'indole intimistica del Preludio traspare dalla protratta serie di arpeggi spezzati, il violoncellista adatta camaleonticamente la tecnica dell'arco a questa nuova esigenza espressiva, producendosi in larghe volute melodiche, di nobile purezza.

La linearità di questo Preludio suggerisce la forma dello studio, in cui una particella motivica diventa generatrice di variazioni umorali, così come avviene anche nel Clavicembalo ben temperato; un largo ventaglio di frangenti emozionali ci attraversa senza posa, in un continuo zampillare. Alla fine l'intensificazione cromatica porta a un'apoteosi che prelude il concludersi del movimento. C'è tanta signorilità, un'arguzia tutta napoletana, nella dialettica sviluppata da Andrea Nocerino, sempre sorretta da un suono avvolgente, quasi materno nel suo tepore. Cambio di temperamento nell'Allemanda, danza rinascimentale e barocca di origine tedesca. Dopo l'anacrusi iniziale, si effonde lo stesso tipo di scorrevolezza ritmica già incontrata, tuttavia attraversata da una maggior severità d'espressione. Nella scrittura compaiono delle figurazioni ritmiche puntate, "alla francese", che conferiscono al discorso una ricercata raffinatezza. Vivace e saltellante si affaccia la Corrente, caratterizzata da un più marcato carattere di ballo, il compositore conserva lo spirito originario di questa danza francese che apparve probabilmente in Francia nel XVI secolo. Uno stesso "frame" motivico viene rimpallato sulle diverse corde dello strumento, a creare degli stuzzicanti scenari timbrici, da cui la ricchezza intrinseca del suono di questo movimento, favorita dal differente colore dei registri e dalla spiccata accentazione ritmica. Alla lenta Sarabanda sono come al solito affidate le più intime confessioni dell'autore, le più riflessive meditazioni impregnate di una magnifica quanto rapita cantabilità.

È un episodio non lungo ma di sicuro valore, anche tecnico, con i suoi accordi realizzati da sovrapposizioni di corde doppie e triple. Sono ancora i ritmi guizzanti, in pieno carattere di danza, a dominare la scena nel Minuetto I e II, il primo nel tono d'impianto, il sol maggiore, e il secondo nella tonalità relativa di re minore. Un contrasto evidente ma delicato, che Andrea Nocerino ci consegna con un rimarchevole senso di musicalità, con delle non eclatanti ma importanti oscillazioni agogiche nel secondo. Una robusta vena popolare emerge senza se e senza ma nella liberatoria Giga finale, annotiamo il sapido contrasto espressivo tra la delicata raffinatezza dei Minuetti e la rusticità della Giga, la quale conclude questa meravigliosa suite nella più incontenibile allegria. L'appassionata e appassionante lettura di Andrea Nocerino è costantemente sorretta da un calore che si percepisce sin dall'epidermide, dal "sound" rugoso del suo violoncello Sbrighi, un'energia positiva che non si limita tuttavia alla scorza ma percola nel profondo, fregiando questi capolavori assoluti di una bellezza tutta contemporanea. Dall'ideale astro della musica bachiana discende una miriade di letture, ognuna diversa e condizionata da quel "sensore" che è l'interprete. Se è lecito chiedersi a cosa serva produrre un ulteriore esecuzione, per quanto parziale, delle Suite per violoncello solo di J.S. Bach, lo è altrettanto affermare con forza che ogni strumentista mette allo scoperto non solo l'opera che va a eseguire, ma anche se stesso.

Questo piccolo miracolo si ripete ogni volta ed è avvenuto anche con Andrea Nocerino, che con inedita freschezza ci ha proposto questo "tris" musicale, dando dimostrazione di come l'assoluta trasparenza dell'intessuto musicale bachiano generi risultati sempre nuovi e imprevisti. Nel brano di Marco Betta non ci sono, invece, altre esecuzioni da poter confrontare a quella del nostro violoncellista, nel suo ascolto trova posto solo la meraviglia per un approccio singolarmente lancinante. Belle e pregnanti le note di copertina stilate da Marco Ozbič, mirate a delineare il percorso artistico sotteso a quest'esordio discografico, le sue ragioni, le scelte cruciali inerenti ai problemi stilistici della "Tanzmusik" barocca, lo stretto rapporto tra "ars musica" e "ars retorica", in buona sostanza il discorso sviluppato nella sua interezza, con la citazione dei cinque canoni di oratoria ciceroniani. Qualche cenno alla metrica si aggiunge a un panorama certamente non esaustivo del mistero racchiuso in queste profondissime pagine. Credo che queste note non abbiano nemmeno la pretesa di esserlo. Come ha detto giustamente il grande Giuseppe Ungaretti: "La poesia è poesia quando porta in sé un segreto, se è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia".

 




Alfredo Di Pietro

Aprile 2021


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