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Freitag, 7. Mai 2021 ..:: Intervista ad Anton Giulio Onofri ::..   anmelden
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 Intervista ad Anton Giulio Onofri minimieren




Soltanto due parole prima di questa pregnante e lunga intervista che Anton Giulio Onofri ha voluto generosamente concedere a me, semplice appassionato un po' grafomane, come amo definirmi. Qualche riga non di presentazione, lui non ne ha certamente bisogno, ma per esternare da parte mia l'intenso retrogusto rimastomi dopo averla stilata. Il rafforzamento della mia consapevolezza che l'arte non ha compartimenti stagni ma, partendo da un significativo archetipo, platonicamente inteso come l'essenza sostanziale delle cose sensibili, si frange in infiniti rivoli e modalità di espressione. Questa è l'arte e il suo complesso manifestarsi e questo è ciò che muove la straordinaria ecletticità di A.G. Onofri.

Alfredo Di Pietro: Anton Giulio Onofri, autore, regista, montatore, sceneggiatore, fotografo, scrittore e conduttore di trasmissioni televisive culturali, quale di queste attività le dà più soddisfazione?

Anton Giulio Onofri: In quest'elenco di professioni non mi riconosco come sceneggiatore, nel senso che non ho mai svolto quest'attività. Lo sono stato nel tentativo di fare dei film, scrivendo delle sceneggiature che poi però non sono mai diventate opere cinematografiche. Bisogna quindi vedere cosa s'intende per sceneggiatore. È ovvio che essere autore di una pellicola, come per esempio quella sul Palio di Siena che io ho girato, montato e anche diretto, presuppone la capacità d'ideare delle scene o quadri aventi certe caratteristiche visive e acustiche. Le contrade di Siena sono diciassette e noi avevamo coinvolto altrettanti importantissimi scrittori dei primi anni 2000. I primi che mi vengono in mente sono Andrea Camilleri, Erri De Luca, Barbara Alberti, Melania Mazzucco, Predrag Matvejević, tutti personaggi di statura. Potendo allora contare sulla collaborazione di questi, a ciascuno era stato chiesto di analizzare un aspetto del Palio; per loro avevo pensato a delle domande, ma questo non si può considerare come una sceneggiatura. In realtà, non si trattava di veri e propri quesiti ma dell'invito a scrivere un testo che poi ognuno di loro avrebbe recitato in video. In quel caso non mi riconosco come sceneggiatore, mentre sono invece regista, senza dubbio autore, scrittore e ora anche fotografo, ufficializzato con la mostra che ho in corso alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, ahimè chiusa per la pandemia ma che riaprirà con proroga. La mansione che mi dà più soddisfazione? Tutte me la danno, altrimenti non le farei o mi dedicherei solamente a quella che mi appaga. Faccio solo cose che mi piacciono e il primo a essere contento devo essere io.

Molto spesso sono stato soddisfatto di cose che poi non sono andate granché bene, o perlomeno non hanno incontrato un grande consenso, oppure hanno avuto altri tipi di sfortuna produttiva o editoriale. Erano comunque tutte opere in cui avevo creduto, credevo e continuo ancora adesso a stimare quando ci ripenso. In una delle mie vite precedenti ho fatto anche il grafico pubblicitario ed editoriale, in un periodo antecedente agli anni '90. Ho cominciato la mia seconda esistenza quando, nel 1992, sono andato a Milano, città dove ho iniziato a lavorare in televisione, là ho imparato a usare i mezzi del video, del montaggio e altro. Ritengo che la scrittura sia l'attività più semplice perché basta stare seduti davanti a un computer e la fatica consiste nel mettere insieme delle parole cercando d'inventarsi una lingua che non sia la solita. Almeno io, quando scrivo, mi sforzo di non usare espressioni prosaiche e comunque cerco di essere riconoscibile nel linguaggio. Il video invece è faticosissimo, devi girare materiali allogeni, eterogenei, poi con il montaggio devi farli quadrare insieme in un lavoro lunghissimo ed estenuante. Certo, il risultato è magnifico, se viene bene. La fotografia forse è la più agevole di tutte poiché l'importante è essere trafitti da una frecciata di bellezza, d'interesse, attrattiva visiva ed essere lì in quel momento armati di macchina fotografica. Si scatta poi si va a casa e si armeggia un po' con Photoshop, il minimo necessario: con l'immagine digitale oggi si fa così. Dalla difficoltà del video si passa alla facilità della fotografia, parlo naturalmente dell'aspetto tecnico poiché, ovviamente, una foto bella lo dev'essere per il fatto che chi l'ha scattata deve aver avuto l'immensa fortuna di beccare una cosa degna di essere inquadrata, fissata e mostrata.

ADP: Trovo molto avvincente il suo modo di affrontare il genere del documentario, il suo andare a fondo di un argomento arricchendolo con le più svariate testimonianze. Così ha fatto nel bellissimo "Franco Ferrara, il maestro caduto dal podio" e in "Visioni di Palio" del 2004. È un "modus operandi" che ha efficacemente trasferito nella televisione con la serie "La classica domanda", da lei ideata e diretta, e "Papillons", dell'eclettico Francesco Maria Colombo con lei alla regia, entrambe mandate in onda da Classica HD. Quali sono i suoi propositi più autentici nell'affrontare questo genere?

AGO: I propositi più autentici sono quelli di coinvolgere il più possibile chi vede i miei film, lo stesso chi guarda le mie foto o legge i miei scritti. Cerco di lavorare sempre su cose che mi emozionano o mi piacciono, su mie passioni come il cinema, la musica classica, l'arte figurativa, la letteratura, insomma su tutto ciò che mi dia, diciamo così, un piacere erotico, sensuale, con il desiderio di condividere questo mio piacere. Lo faccio attraverso l'artificio, inteso come creazione d'ingegno, senza voler dare valenza artistica ai miei prodotti. In ogni caso, mettersi a fare qualcosa è sempre e comunque un atto creativo. Con le mie realizzazioni voglio appassionare te che mi stai guardando, ascoltando e in qualche maniera seguendo, tirandoti dentro la mia emozione, facendotela vivere. Per moltiplicare questa suggestione bisogna mettere in pratica una cosa che mi rimase impressa quando avevo circa vent'anni, nei primi anni '80, in assenza di un Internet per tutti (per quello bisognerà aspettare ancora quindici, venti anni), e lessi un magnifico romanzo di uno degli scrittori che amo di più, cioè Casa Howard di Edward Forster. In questo l'esergo iniziale è il famoso "Only Connect", che significa solo connettere. A quei tempi avevo una passione, poi proseguita nel tempo, per Alberto Arbasino, lui stesso faceva uso di questo motto, diventato in seguito la sua cifra espressiva. Ecco l'importanza che attribuisco a prendere e mettere in collegamento tutto ciò che può rientrare in connessione fra se, in maniera naturalmente congrua e logica. Con tale criterio può molto spesso avvenire di porre insieme cose apparentemente disparate, lontanissime, ma facendo questo si riesce intanto a stupire, poi a divertire e creare qualcosa di nuovo.

Unire le due cose significa probabilmente conferire un ulteriore significato all'argomento che si sta trattando. Faccio un esempio. Prima di realizzare il mio ultimo ciclo di trasmissioni per Classica HD, ho avuto una lunga gavetta televisiva, in realtà una brillante carriera negli anni '90 poi troncata di netto. Lavoravo per Canale 5, una fantastica struttura guidata da Gregorio Paolini nella quale ero incaricato di occuparmi di arte, letteratura e cultura in genere. È stato lui ad addestrarmi, anzi vorrei esprimere la mia gratitudine per un professionista che mi ha insegnato proprio questo, cioè a mettere in connessione degli elementi secondo quel principio che avevo appreso dieci anni prima leggendo Forster. Ricordo la puntata di un programma che facevamo, Le Notti dell'Angelo, dedicate al grande tema del nulla, giacché uno avrebbe potuto chiedersi: "Ma come, in televisione si parla del nulla?" Ebbene, noi lo facemmo chiamando a partecipare Emanuele Severino, il quale sosteneva l'intervista portante parlando di nulla, con me alla regia che ogni tanto lo facevo scomparire in dissolvenza. È chiaro che si trattava di un gioco, anche bizzarro se vogliamo, ma intanto avevamo dato vita a un divertimento televisivo e noi lavoravamo in quel contesto, non in quello di una lezione universitaria o un convegno di studiosi. Eravamo in TV e dovevamo intrattenere un pubblico che, altrimenti, cambiava canale. In quell'occasione mettemmo in collegamento i suoi altissimi discorsi sul nulla con le veline di Striscia la notizia che leggevano citazioni dallo Zibaldone di Leopardi. Qui c'era addirittura il salto carpiato perché prendere un filosofo come Severino, le veline che leggevano Leopardi, significava veramente fare quanto preconizzato da Forster: combinare cioè due elementi estremamente distanti.

E perché, in fondo, una bella ragazza che fa la valletta in una trasmissione televisiva di Canale 5 in prima serata non può leggere una frase sul pessimismo di Giacomo Leopardi? È stato in quell'emittente che ho imparato non dico a lavorare, questo senz'altro, ma a stare al mondo. Questo modo di fare l'ho messo in pratica in tutto ciò che ho fatto dopo, poiché, quando si confeziona un prodotto a volte si ha un pubblico specifico ma a volte no, potendo essere questo molto vario; bisogna in definitiva vedere a chi ci si rivolge. Il film sul Palio, per esempio, doveva piacere al pubblico più difficile del mondo, i senesi, i quali sono abituati a vedere i documentari che loro fanno su questa manifestazione, con sotto la musica de "Il gladiatore", pieni di retorica ed enfasi. Noi invece abbiamo stemperato tutto, chiamato addirittura Enrico Ghezzi per parlare di come si sta bene seduti in Piazza del Campo, commentando il suo intervento con la Musica Ricercata di Ligeti, composizione allora "à la page" visto che era stata utilizzata nel film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, appena uscito. Kubrick e Ghezzi sono tra l'altro due nomi molto legati poiché il secondo ha presentato una tesi di laurea proprio sul regista statunitense, in seguito diventata un libro. Enrico Ghezzi è l'uomo che ha insegnato a un'intera generazione, me compreso, a guardare il cinema. Questo è il genere di connessione di cui parlo, vale a dire mettere insieme gli elementi più eterogenei per riuscire a centrare il bersaglio, cosa nella quale il pubblico di Siena ci ha dato ragione.

Una platea particolarmente contenta del fatto che qualcuno parlasse del Palio intanto senza mancargli di rispetto, senza rompere le scatole, anzi facendo vedere che i cavalli sono adorati, venerati e considerati quasi più che sacri, come le vacche in India. In secondo luogo perché io e il mio gruppo siamo entrati in una comunità sociale come quella di Siena, che esiste da cinquecento anni rimanendo sempre identica a se stessa, ed è bene che tale rimanga per altri cinquecento, in assoluta umiltà. Ci siamo presentati senza fare i professorini, senza dire "no, dovete fare come diciamo noi", li abbiamo lasciati agire indisturbati davanti alle nostre telecamere. Non ho mai detto a nessun ragazzo se mi risuonava il tamburo, a nessun mangino che mi riaccompagnasse il cavallo. Il Palio era un evento che stava avvenendo davanti a noi e alle nostre macchine, ci spettava soltanto riprenderlo. Il restituirlo poi è stata un'altra fatica. Anche lì abbiamo messo in connessione l'evento senese, una meravigliosa manifestazione popolare di grande portata sociale e culturale, con scrittori volutamente non di Siena proprio perché dalla frizione che spesso si verifica nella connessione viene fuori un qualcosa che nessuno ha mai visto prima. Abbiamo evitato qualsiasi patinatura o enfasi retorica, filmando quello che si stava verificando sotto i nostri occhi poiché questa manifestazione è così genuina e schietta che quando vai a renderla artificiosa diventa subito finta, cosa che non è. È quindi il principio dell'"Only Connect" quello che continua a guidarmi.



ADP: Constato con sorpresa che lei, nonostante la sua importanza nel panorama artistico italiano, non ha una pagina Wikipedia dedicata. Casualità o scelta snobistica?

AGO: Sicuramente non è una scelta snobistica. Non so nemmeno se sia vero, forse c'è una pagina che mi riguarda ma non me ne sono occupato io. E se non esiste è perché appunto non mi sono mai preoccupato di crearla, non per eccentricità ma per pigrizia e per il fatto che non sono in grado di gestirmi da questo punto di vista. Ci sono persone che si avvalgono di agenti, di operatori che si dedicano all'aspetto "social", non io, che non mi sono mai impegnato in questo. Se lei digita il mio nome su Google, appare una serie d'immagini dove la prima è un fotogramma tratto da un video augurale che ho fatto per i miei amici del Sestetto d'archi Stradivari e che loro hanno pubblicato su Facebook dicendo "Il nostro amico Anton Giulio Onofri ci fa gli auguri per il nostro tour". Quest'immagine, che è una foto da faccia da "fesso", è la prima che si può vedere. Ho scritto a Google per sostituirla, ma pare sia una cosa complicatissima da fare; mi hanno chiesto di mandarne un'altra di una certa misura, cosa che io ho fatto per due volte, ma ho ricevuto in risposta che per problemi tecnici l'operazione non è possibile. Questo per dire che da questo punto di vista sono proprio imbranato, pur frequentando molto i Social, soprattutto Facebook. Twitter, che è invece molto battuto, mi è completamente oscuro; ho avuto su questo un profilo che poi ho abbandonato perché non interagivo, non m'interessava. Per me Facebook è soprattutto uno strumento per restare in contatto con una marea di amici che ho anche conosciuto lì, diventando con alcuni compagno pure nella vita reale, mentre con altre persone mi permette di mantenere rapporti che altrimenti non riuscirei a intrattenere, persone conosciute ai festival del cinema e che riesco a vedere una o due volte l'anno. Grazie a questo Social la mia relazione con loro è costante. Alcuni ho la fortuna di frequentarli, come avviene con Francesco Maria Colombo, non ora purtroppo perché c'è il COVID-19. È anche un modo per continuare il dialogo, per non rinviarlo alla volta dopo. Facebook forse non va bene per l'amore, almeno io non ho mai rimorchiato nessuno.
 
ADP: La stessa vastità di sguardo che rivela nei suoi film la ritrovo anche nella sua arte fotografica. Ruska Jorjoliani ha detto: "Nelle fotografie di Anton Giulio Onofri non è immediata la percezione della posizione esatta di chi le ha scattate. L'impressione è che tutte le cose, gli edifici, i monumenti, gli animali, e l'autore stesso sia sospeso in aria." La trovo una considerazione molto acuta e che ben descrive la sua volontà di tutelare quegli spazi di libertà che sono vero ossigeno per l'arte, in qualsivoglia forma venga declinata.

AGO: Parliamo allora della fotografia, che è un altro campo ancora. È importante rendersi conto che ogni mezzo ha il suo specifico; se uno per esempio scrive un libro, non sta facendo un film, e viceversa. Io dico sempre che ogni film non importa che racconti una bella storia, certamente deve narrarla, ma dev'esserci il cinema dentro. A questo punto potrebbe chiedermi cos'è il cinema, ma come faccio a spiegarglielo? È un continuo spostamento d'aria, cosa che io avverto quando vedo un bel film dove c'è il cinema dentro. Mi sento continuamente spostato, sollevato. Ce ne sono invece alcuni che raccontano anche bellissime storie tratte da libri fantastici, straordinari, ma che hanno una regia corretta, di mestiere, dove non si sposta un bel niente, non essendo dei prodotti interessanti da questo punto di vista. Quando invece scrivi devi usare la tua lingua in maniera creativa, brillante, devi cercare di trovare il vocabolo giusto e non usare il primo che ti viene in mente e che tutti adoperano. Questo è il mio criterio, poi ci sono quelli che hanno tanto successo apposta perché scrivono parole che usano tutti, ma sono libri di un altro tipo. È poco che mi occupo di fotografia autoriale, nonostante abbia ormai un'età non più da ragazzino ho cominciato a far fotografia seriamente non più di quattro, cinque anni fa ed essere arrivato a fare questa mostra adesso alla Galleria Nazionale è un traguardo molto prestigioso di cui io stesso mi stupisco. Tutto è nato dall'occasione di fotografare Roma durante il lockdown, ho avuto per questa uno sguardo credo diverso da quello di molti altri.

Parlando di cinema, una delle definizioni migliori di regista è quella di colui che arriva sul set per girare una scena, per esempio di battaglia, di lotta tra due persone o di dialogo, e sa con esattezza dove va posizionata la macchina da presa, immediatamente, perché ha già tutta la scena in testa. In secondo luogo dirà agli attori come recitare, quale posa prendere, che gesti fare e via dicendo. Questo sarebbe il teatro, mentre il cinema consiste nell'inquadrare e riprendere, facendo sì che avvenga quel famoso spostamento d'aria. La posizione della telecamera non può essere casuale, non c'è un regista che dice al direttore della fotografia: "tu riprendi mentre loro recitano". Molti in realtà lo fanno ma i grandi registi no, indicando un punto preciso dove mettere la macchina, anche nel controcampo. La fotografia è qualcosa che si verifica davanti a te. Io raramente fotografo persone in movimento o figure umane, ma soltanto paesaggi urbani o naturali, architetture, forme. Accade che io mentre cammino, essendomi portato insieme la fotocamera, non ho deciso prima di scattare una certa foto, ma improvvisamente, come quando Cupido scaglia la freccia e ti fa innamorare di qualcuno, vengo colpito da un'immagine esattamente nel punto dove mi trovo in quel momento. Meravigliato da una profondità di paesaggio, da un colpo di luce, da una persona che sta facendo qualcosa ed è inserita in un contesto perfetto di forme, di armonia. Allora prendo la macchina fotografica, magari correggendo di poco la mia posizione perché l'inquadratura va calcolata nel raggio al massimo di cinque metri, è riprendo quell'immagine.

Questo è il "punctum", da non confondere con quello di Roland Barthes, che è un'altra cosa contemplando la posizione dove l'occhio cade direttamente quando si guarda una fotografia e che non sempre coincide con il suo tema. Io invece parlo del punto di vista dello scatto, che non cerco. Se invece vado a fotografare qualcosa che tu desideri, monumento o statua che sia, ovvio che in questo caso cerco il "focus" che secondo me è l'ideale per descrivere più cose possibili di quel soggetto. Ma se la foto è un singolo scatto, con il cinema o un video io posso girare intorno a quel soggetto. Se ho intenzione di produrre una sola fotografia di una scultura del Bernini, ho bisogno di trovare il punto più efficace per il suo racconto illustrato, per sottolineare la bravura dello scultore, che i dettagli più virtuosistici siano tutti in evidenza da quell'unico punto di ripresa. Un punto che è soggettivo. Ingmar Bergman diceva che l'inquadratura era sempre una sola e la maestria del regista consisteva nel trovare quale fosse. Effettivamente aveva ragione perché se, per esempio, (dico una cosa facile) dobbiamo fotografare un viale alberato in prospettiva centrale, sappiamo che per farlo dobbiamo metterci esattamente al centro della strada, già se ci spostiamo un po' a destra o a sinistra non viene più la prospettiva centrale. Questa è l'ipotesi più ovvia per dimostrare che c'è sempre "il" punto preciso per fotografare qualcosa al fine di ottenere l'effetto voluto, poi il viale può essere ripreso anche di sguincio, però anche così bisogna mettersi un modo tale che la visione abbia la sua stereometria, armonia di composizione e che renda la profondità e la lunghezza della strada, la sua bellezza o bruttezza.

ADP: Non indifferente è anche la sua attività di recensore, nel campo del cinema ma anche della musica, dove lei dà sfogo alla sua vena se vogliamo più sanguigna e impertinente (ho letto con molto piacere la sua "Top-Flop Ten 2020. Dialogo di Anton Giulio Onofri sui film visti quest'anno", pubblicata su Art Lifes). Cosa significa per lei recensire?

AGO: Io ho la fortuna di essere un libero battitore, nel senso di libero recensore. Non scrivo per giornali illustri, importanti, i quali spesso sono ahimè costretti a non sparlare troppo di qualcuno che è o raccomandato oppure figlio di chi finanzia il giornale ovvero una persona importante della politica. Spesso leggo di film italiani orrendi, spaventosi e imbarazzanti che vengono elogiati da critici italiani che frequentano i registi di questi film, incontrandoli anche a cena, e magari parlare malissimo di pellicole meravigliose girate da registi stranieri perché non li incroceranno mai "de visu". Io invece sono un recensore indipendente, prima collaborante con la rivista online di Giovanni Spagnoletti "Close-Up", e che perciò non mi sono mai dovuto prendere la briga di difendere le mie idee con qualche regista che si è sentito offeso, anzi ho ricevuto soltanto elogi e complimenti da parte di registi di cui avevo parlato molto bene, anche italiani, che in seguito hanno desiderato conoscermi, come Leonardo Di Costanzo o Giovanni Columbu. Mi hanno proprio cercato loro su Facebook ringraziandomi pubblicamente per le cose che avevo scritto sui loro film. Da critico autonomo il mio vate è Alberto Arbasino, anche lui è stato liberissimo e onnivoro di tutto, film, mostre, libri, eventi sociali e culturali. Ho quindi due grandi passioni che sono il cinema e la musica classica, nelle quali sono da sempre un dilettante poiché non le ho mai studiate, approfondite, né, di conseguenza, mi sono laureato in queste. Si, ho sostenuto degli esami di musica all'Università, ma ciò non basta per essere un musicologo.

Già dire che sono un critico cinematografico potrebbe offendere chi ha dovuto faticare tanto per diventarlo. Sono Anton Giulio Onofri, vale a dire una persona che in base alla sua sensibilità, credo e spero piuttosto sviluppata, che gli viene da una frequentazione oramai quarantacinquennale di cinema e quarantottennale di musica classica, ha deciso a un certo punto di fare il recensore. Quando dico frequentazione intendo quella fatta sul campo, nel senso che io sono uno di quei "ragazzini" che negli anni '70 andava al cinema tutti i giorni. La sera in TV c'erano i film, i cicli di François Truffaut, di Billy Wilder e io mi vedevo tutto, mentre i nuovi li vedevo al cinema. Non che questo sia importantissimo perché insomma il film è il film, ma comunque mi recavo al cinema per vederli. Rammento che la prima di Amarcord di Fellini andai a vederla con mio nonno, o anche la prima de Il Casanova. Per quanto riguarda la musica, dal mio primo concerto ascoltato a tredici anni, con Arthur Rubinstein che suonava all'Accademia di Santa Cecilia, sono andato a sentirli almeno una o due volte la settimana, per tutta la vita, finché poi non si è messo di traverso il COVID-19. Ho frequentato entro certi limiti i festival, ascoltato tante volte Karajan dal vivo, sono quindi uno di quelli che ha toccato con le proprie orecchie il suo celeberrimo suono. Ci sono andato a diciassette anni, con i miei soldini e pagandomi la pensioncina scrausa a Salisburgo. Uno dei tesori più immensi che custodisco nella mia memoria auditiva è proprio il suo suono dal vivo, diverso da quello in disco perché molti dicevano che lui manipolava in studio di registrazione.

Ma per quale motivo lo faceva? Perché voleva fare un prodotto ideale, quindi come il film viene montato, sennò sarebbe grezzo, così il disco per lui non era semplicemente la registrazione di un pezzo sinfonico con i microfoni posizionati correttamente, ma rappresentava il prender quel brano e farlo diventare "il" brano. Karajan aveva questa sublime presunzione, con la sua sapienza gigantesca e quel meraviglioso strumento che è la Filarmonica di Berlino è riuscito a mettere insieme quel patrimonio discografico che sappiamo. Il fatto di aver visto questi eventi in prima persona e in diretta negli anni della mia formazione, sia nel cinema che nella musica, mi ha fatto sviluppare una cultura in merito che mi ha messo in grado di parlarne a ragion veduta. Ho visto Ingmar Bergman a Venezia presentare in prima mondiale, io seduto in prima fila a pochi metri da lui, il film Fanny e Alexander.



ADP: Credo che anche la sua sensibilità giochi un ruolo non indifferente.

AGO: Certamente. Ci sono persone che hanno fatto e visto le mie stesse cose, ma che a mio parere non sono riuscite a raggiungere i risultati che ho conseguito io. La mia sensibilità è consistita nell'andare sempre incontro all'arte, ho agito sempre molto d'istinto. Non sono mai stato particolarmente fortunato nella mia vita, non sfortunato certo, ma una buona sorte l'ho avuta, quella di essere dotato d'intuizione. Non ritengo di essere una persona molto intelligente, ma fortemente intuitiva si e l'intuizione, la quale mi porta anche a indovinare che un dato politico da tutti idolatrato prima o poi ci danneggerà, o il contrario, è una virtù che mi riconosco. Purtroppo questo fa di me una specie di Cassandra inascoltata e, nello stesso tempo, mi evita sorprese negative. Ed è proprio grazie a questo sesto senso che sono sempre andato verso quello che già all'epoca consideravo il meglio, poi effettivamente confermatosi come tale. Oggi qualcuno mette in discussione Karajan, come pure Kubrick e certi grandi del passato, ma io me la rido e vado avanti per la mia strada. Ciò che scrivo lo giudica poi il lettore e constato che c'è della gente che si fida di me, questa per me è la cosa più bella. Ci sono persone che vanno a vedere un film o comprano il biglietto di un concerto dopo aver letto una mia recensione su Facebook o altrove, sono quelle stesse che poi mi ringraziano, forse perché ho avuto l'accortezza di metterle in guardia sull'uscita di un capolavoro di cui nessuno ha parlato. Sono individui che mi seguono regolarmente o che mi leggono per caso. O, al contrario, smaschero film che vengono considerati dalla critica come dei capisaldi, alla stregua di cose imperdibili, e invece sono delle grandi sciocchezze; faccio tutto questo da libero recensore.

ADP: In qualità di grande esperto di cinema, arti figurative e musica, a riguardo di quest'ultima qual è secondo lei la tecnica filmica più adeguata per raccontare un musicista? Ce n'è una sola o crede che si debba ogni volta attagliare alla peculiare personalità dell'artista che in quel momento prende in considerazione?

AGO: Non ho mai fatto un film biografico né uno inteso come "fiction", cioè che non fosse un documentario, per raccontare la vicenda di un artista, pittore o musicista. Ne vedo parecchi ma raramente li trovo belli, ogni tanto però mi capita di visionare qualcosa d'interessante. Secondo me, siccome ogni artista, e quindi anche un musicista, ha un suo stile, è naturale che se mi accingo a girare un documentario, per esempio, su Piero della Francesca lo farò luminoso, architettonicamente sereno, risolto, stabile. Se invece è dedicato a Caravaggio, userò le sue stesse luci, i chiaroscuri e i forti contrasti, essenzialmente un'illuminazione notturna di fiaccole o candele. Oppure quei pittori particolarmente carnali come Pontormo, in cui farei dei primissimi piani di dettagli, di fisici con i colli allungati, con le gambe attorcigliate. Lo stesso per i musicisti. Un conto è parlare di Schubert, vale a dire un compositore intimista che parla sempre di se in maniera a volte anche scoperta, e un altro di Beethoven, suo contemporaneo, il quale invece tocca l'uomo con la "U" maiuscola, parla di se ma in senso più universale. Allora il ritmo del racconto, sia sceneggiato che documentaristico, deve comunque rispecchiare la contemporaneità dei compositori. Se devo raccontare Verdi, devo far vedere il paesaggio della pianura padana, se devo narrare Bruckner devono apparire le canne d'organo dell'abbazia di Sankt Florian e i boschi dell'Alta Austria. Soprattutto la musica che si usa come colonna sonora deve sposarsi con le immagini, è opportuno che queste seguano il compositore, come anche il ritmo del montaggio. In questo, maestro assoluto ritengo sia un regista che per la BBC inglese si è occupato di fare dei film tra il documentario e la fiction su vari musicisti, a due dei quali ha dedicato anche un lungometraggio, cioè Ken Russell.

Lui girò delle pellicole su Čajkovskij, Mahler, ma anche tutta una serie di miniritratti della durata di mezz'ora o un'ora, uno bellissimo dedicato a Richard Strauss, ad Anton Bruckner, un altro al compositore inglese Delius, chiamato "Song of Summer", che racconta dell'ultima gita che questi fece prima di morire, ormai cieco. Volle farsi portare in cima alle colline per ammirare il panorama circostante da lassù, ma lui che era cieco non poteva vederlo, eppure Ken Russell sentì la necessità di raccontare quest'episodio della sua vita. E il film è esattamente come la musica di Delius, malinconico, autunnale, mai urlato ma sempre pieno di tinte pastello. Diciamo che è nell'artista stesso, nella sua personalità, che bisogna trovare la cifra dello stile da abbracciare nel racconto per immagini, un po' come dovrebbe fare pure lo scrittore. Oggi vediamo invece questi "feuilleton" per la televisione, mandati in onda ahimè anche da televisioni importanti inglesi, americane, le quali s'impegnano in prodotti con tutti questi attori belloni dove c'è sempre una storia d'amore con una ragazza, anche in caso di autori dichiaratamente non interessati all'articolo. Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di questo genere, ma non penso che mi capiterà.



ADP: Da vecchio melomane quale sono, mi sta molto a cuore continuare con quest'argomento citando il suo evento, organizzato da Eraldo Martucci e Francesco Libetta. "Conferenza sul rapporto tra musica e cinema", tenutosi presso la Fondazione Palmieri di Lecce nel 2018. Può essere davvero esaltante la fusione tra queste due arti?

AGO: Diciamo che il cinema è nato con la musica perché le primissime proiezioni dei fratelli Lumière erano comunque accompagnate dal pianoforte. Guardare delle immagini in silenzio non era una cosa contemplata, sembrava altrimenti di vedere dei fantasmi, tanto è vero che nell'arrivo del treno alla stazione di La Ciotat tutto il pubblico scappò spaventato dalla sala, avendo confuso la rappresentazione filmica con la realtà. Intanto il cinema sarebbe stato senza dubbio inventato da Wagner, se questi fosse vissuto un po' più a lungo, con la sua "Gesamtkunstwerk", cioè l'opera d'arte totale, quella che mette insieme appunto musica, immagini, teatro, pittura, scenografia, testo poetico. Alle sue opere mancava solo che qualcuno le immortalasse sulla pellicola. Il cinema non può prescindere dall'arte musicale, laddove può invece avere dei silenzi poiché questi diventano comunque una colonna sonora, anzi talvolta vediamo dei film, soprattutto gli italiani di adesso, che sono fatti a imitazione delle fiction televisive, in cui la musica è sempre presente ma non sempre necessaria. Come se si spargesse della melassa inutile dove non serve. Tuttavia, il connubio tra musica e immagini è un qualcosa che ha sempre funzionato, visto che una persona di un film (almeno io) si ricorda più spesso delle immagini che non delle battute dei dialoghi, a parte qualcuna spiritosa di film comici o di talune così famose che sono poi rimaste nel nostro immaginario.

Di un film, anche nuovo, rammento la potenza di una sequenza e quasi sempre si tratta di una ripresa accompagnata da una musica che può essere inedita o preesistente, come per esempio faceva sempre Kubrick, il quale riteneva inutile cercare Beethoven o Schubert, non essendo più su questa terra, ma vantaggioso riportarsi alle loro opere usando la musica classica come cifra informativa aggiuntiva di quello che voleva raccontare. Per Shining utilizzò la Musica per archi percussioni e celesta di Béla Bartók, facendoci scoprire che quel brano, creato in anni abbastanza angosciosi per la storia del mondo, era esattamente una musica "horror" che si abbinava benissimo con sequenze di quel tipo. Quindi dal connubio di musica e immagine possono venire fuori delle informazioni ancora più numerose, ancora più utili a definire meglio un'opera dell'ingegno come può essere il film. Quest'invito che io ho raccolto con entusiasmo da Francesco Libetta ed Eraldo Martucci, mi ha dato modo di dimostrare che per una volta soltanto si è verificato un piccolo miracolo. La mia conferenza era alternata alla proiezione delle sequenze che descrivevo e c'è un caso in cui l'opera d'arte totale, intesa come produzione di un unico autore, si è avverata nella storia del cinema mondiale per il grande pubblico. Se poi questo sia capitato in contesti molto più autoriali e di nicchia è un altro discorso, ma qui si tratta di qualcosa di assolutamente conosciuto da tutti e cioè che, morto Wagner, il primo e unico ad aver realizzato il sogno dell'opera d'arte totale è stato Charlie Chaplin nel balletto delle patate ne La febbre dell'oro, poiché in quel caso noi vediamo il regista del film, l'autore della storia, l'attore che la sta rappresentando, impegnato nell'esecuzione di una danza, due forchette infilate nelle patate che fanno come le gambe su e giù, che è una coreografia ideata sempre da Chaplin, con sotto la musica da lui stesso composta.

Noi vediamo in quei due minuti della danza la realizzazione dell'ideale wagneriano della Gesamtkunstwerk, in quanto tutto quello che stiamo osservando, compresa l'inquadratura cinematografica della scena, è firmato da un solo autore. Ogni cosa che arriva ai nostri sensi, l'udito, la vista è evocato da un solo artefice, ciò che sognava Richard Wagner, cui però mancava il cinema. Questo è un po' il punto di partenza della conferenza, la quale poi arrivava a contemplare della musica classica, quindi preesistente. Federico Fellini senza Nino Rota non dico che non sarebbe Fellini ma quasi, sono in realtà rarissime queste corrispondenze tra registi e musicisti che si sono trovati l'un l'altro; la funzione del compositore è mettere in una cornice perfetta, tanto da sembrare sua, le immagini del regista. Può essere un'evenienza più unica che rara, ma non è un caso che molti registi una volta trovato un compositore poi se ne avvalgano per tanti film, ciò avviene perché, evidentemente, si sentono ben accompagnati da lui. Potrebbe esistere secondo me un film soltanto d'immagini accompagnate dalla musica, senza una storia precisa, senza un dialogo, ed essere meraviglioso. Sinesteticamente credo sia l'esperienza più bella, quella che poi sostanzialmente ha fatto la fortuna dei videoclip delle canzoni negli anni '80, pezzi cui venivano abbinate delle immagini che ancora oggi si realizzano. All'epoca, nell'ambito della musica Pop fu una rivoluzione sconvolgente. Qualcuno di questi fu affidato a registi anche importanti.

ADP: Per un artista della sua poliedricità, quali sono le difficoltà che s'incontrano nell'approcciarsi a linguaggi così eterogenei come il filmico, il fotografico e il letterario? In questi ha sempre cercato la strada di una sicura riconoscibilità della sua specifica personalità?

AGO: Lei adesso mi dà dell'artista, ma io non credo di esserlo, mi sento più che altro un creativo. È una definizione che mi sta un po' grande, non lo dico per modestia ma perché ne sono convinto.



ADP: Credo che lei lo sia, almeno io lo sento come tale perché le sue opere stimolano in me delle emozioni e delle sensazioni che altri non mi provocano.

AGO: Comunque sia si parla sempre di lavoro in quanto, se non sei ricco di famiglia, devi trovare chi ti sponsorizza, ti finanzia un progetto, chi in buona sostanza t'ingaggia alla fine pagandoti. La difficoltà è quindi trovare i soldi. Per questo mi piace molto la fotografia, in cui io esco di casa e faccio degli scatti, attività che una volta era più difficile poiché bisognava poi portare la pellicola in un laboratorio per farla sviluppare e ricavarne delle stampe, ovviamente ciò aveva un costo, mentre oggi con il digitale basta un PC. Se hai intenzione di scrivere un libro, devi trovare chi te lo pubblica e non che poi con questo ci fai i soldi. La difficoltà quindi non è tanto creare, di per se questo è sempre arduo, qualcosa di bello e buono, ma trovare la collocazione e qualcuno che è interessato a pubblicarlo. Ecco perché, di solito, ti suggeriscono di non scrivere un libro, che poi nessuno dà alle stampe, ma aspettare che sia un editore a commissionarti magari qualcosa. Sarebbe come prendersi una telecamerina, farsi un film di un'ora e mezza e poi sperare che questo possa andare in sala, cosa che non esiste proprio. Quello che è più problematico è entrare nel circuito e oggi questo è ancora più difficoltoso, soprattutto in Italia, a causa della stretta dovuta alle conoscenze, alle amicizie, alle raccomandazioni e agli appoggi. Non c'è più quel fenomeno che invece esisteva negli anni '50 per cui da fuori venivano nelle grandi città, come Milano o Roma, scrittori nati a Vicenza o Casarsa della delizia, qui iniziavano magari a lavorare nei giornali, scrivevano e il loro talento li faceva immediatamente primeggiare. Venivano riconosciuti senza essere figli o amici di qualcuno. Oggi purtroppo, non voglio fare il complottista, è certamente molto più difficile emergere se non si ha un santo in paradiso.

ADP: Nel 2019 lei ha pubblicato per l'editore Corrimano la raccolta "La prima estate e altri racconti". Ha voglia di parlarcene?

AGO: Come no. È la mia seconda prova letteraria, lo dico con soddisfazione perché molti arrivano a pubblicare un primo libro e basta, mentre io sono arrivato a due. Certo, il secondo sono racconti, vuol dire che ancora non sono riuscito a ritrovare la misura del romanzo non lungo. Lo splendore e la scimmia è composto da neanche duecento pagine e vive in un'arcata temporale di dieci anni, quindi una storia protrattasi nel tempo. Io scrivevo racconti già quando avevo quindici, sedici anni, li facevo leggere agli amici e loro m'incoraggiavano a continuare. Quando si era in quegli anni, metà '70, non è che si sapesse come arrivare a far leggere le proprie cose a chissà chi, poi lavorando in Mediaset per la trasmissione "A tutto volume", dove si pubblicizzavano i libri, ho conosciuto parecchia gente del mondo dell'editoria, avendo così modo di sottoporre loro il mio primo manoscritto, che era appunto Lo splendore e la scimmia. È una cosa che mi portavo dietro da tempo, molto autobiografica. Il testo mi fu però rifiutato da tutti; ci tengo molto a puntualizzare che nessuno mi disse "no, non va bene", anzi erano tutti pieni di elogi, particolarmente Tiziano Scarpa, che allora scriveva per Feltrinelli, il quale mi fece una scheda di lettura assolutamente magnifica che ancora conservo e che gli ho chiesto di poter usare nella quarta di copertina del libro, pubblicato nel 2013, cioè molti anni dopo essere stato scritto. All'epoca, diversi trovarono l'argomento trattato troppo scabroso, di conseguenza, o eri Aldo Busi o era meglio soprassedere; in pratica non era di quelli che tiravano. L'ho allora messo da parte sino a quando, nel 2011, ho avuto occasione di conoscere e rivolgermi a una ragazza che faceva l'agente, lei si occupò di far vedere il libro a varie persone.

Io non avrei mai potuto perché non conoscevo il mondo della piccola editoria, da lì poi è stato scelto da una piccola ma pregiata casa editrice, la Lantana, che poi ha chiuso anche a causa di lutti che sono intervenuti. In questo modo il mio libro fu lanciato ed ebbe il suo piccolo seguito. Per me è stato come un battesimo, ero già molto grande poiché nel 2013 avevo già cinquantatre anni, non ero più un ragazzino e pubblicare un primo libro è sempre un bel colpaccio. Una volta edito il primo, quando riesci a mettere insieme un'altra cosa scritta di decenza minima, è possibile consegnarla alla tipografia. Così è stato anche con la casa editrice palermitana Corrimano, piccola si ma coraggiosa e molto combattiva, alla quale inviai i primi due, tre racconti e lei mi spronò a scriverne altri per comporli in un tomo. In conclusione, alla morte del mio papà, il quale m'indusse a scrivere quello che è il racconto più lungo della raccolta e forse quello maggiormente corposo, più denso come spessore in chiusura del libro, la serie ha finalmente trovato la sua mole di pagine, necessaria a proporre una pubblicazione che non fosse troppo esile; così la casa editrice decise di stamparlo. Ho quindi all'attivo due libri, ma sono in attesa di farne un terzo.

ADP: Per proseguire con la sua attività nell'ambito letterario, vorrei citare un'altra sua opera, antecedente a quella del 2019. Parlo di "Lo splendore e la scimmia", uscita nel 2013. Un toccante libro sui valori dell'amicizia, la ricerca che tutti ci coinvolge di un tempo passato e lo spettro di un apparato sociale fondamentalmente eterosessuale che non comprende e rispetta il valore tutto personale della sessualità. Ma è soprattutto un romanzo sulla bellezza dei ragazzi, dell'arte, della musica, dell'opera, degli incantevoli paesaggi italiani. Quanto c'è del suo vissuto interiore e delle sue speranze in questo libro?

AGO: Il libro è di sicuro spudoratamente autobiografico, non tento neanche di mascherare quest'intento, perfettamente consapevole del dettame antitetico di Thomas Mann, il quale diceva che lo scrittore vero non stila mai niente di autobiografico perché altrimenti il coinvolgimento eccessivo nei fatti narrati influirebbe negativamente sulla qualità dello stile. Io invece, molti anni dopo Mann, ho avuto come modello Alberto Arbasino che, in Fratelli d'Italia, anche se l'io narrante non è lui ha scattato sicuramente una grande fotografia del mondo che frequentava. Mi piace menzionare a questo punto non uno scrittore ma un pittore, David Hockney, che ha sempre esclusivamente dipinto amici, case dove ha vissuto o ha visitato, luoghi dov'è andato, i suoi genitori, i suoi galleristi, i suoi nuovi amanti. Ho compreso che non è così proibito fare della propria vita l'ispirazione di un'opera, l'importante è naturalmente dominare lo stile, così nel mio libro del 2013 ho cercato (che ci sia riuscito o meno deve giudicarlo il lettore) d'inventarmi. Soprattutto nella prima parte, il romanzo ha una discendenza arbasiniana, quasi uno sfacciato omaggio a lui. Credo tuttavia di essere riuscito, senza essere un epigono di questo scrittore, a esprimermi come desideravo. Nel volume, più l'elemento della sofferenza che dà l'amore entra nella trama e più la scrittura, credo e spero, si fa personale. È un po' quello che avviene nei racconti. Non voglio farmi l'esegesi da solo delle cose che scrivo, ma, insomma, ho messo in piedi questo discorso per dire che l'elemento autobiografico non è un qualcosa che inevitabilmente può compromettere il risultato, come sosteneva Thomas Mann, ma l'importante è non perdere mai di vista lo stile, e io metto nella scrittura la stessa attenzione che ho nello scegliere un'inquadratura, nel comporre quella ideale in una fotografia.

La stesso riguardo che metto nel montaggio. Lei prima citava Papillons, di cui io curo soltanto la regia, in questo mi sono trovato, e ci tengo a confermarlo, in totale sintonia con Francesco Maria Colombo, il quale, sempre per il principio forsteriano dell'Only Connect, mette insieme argomenti disparati, che in una sola puntata possono andare dal valzer viennese ai film con Audrey Hepburn. Ho cercato di far vivere insieme questi elementi usando il tessuto connettivo del montaggio. Devo dire che il momento più bello di questa trasmissione non è quando la giriamo, perché in quel momento ci si affatica. Spesso esaspero Francesco poiché gli faccio rifare tante volte le cose, quindi lui arriva anche a stancarsi, ma quando, confezionato il montaggio, io glielo invio per la sua approvazione, c'è posto solo per la felicità. Soprattutto negli ultimi tempi ho apprezzato il suo entusiasmo, la sua contentezza nel vedersi "utilizzato" e inserito in un contesto che, con l'aggiunta delle immagini e delle musiche da lui citate, acquisisce un suo peculiare "Status". È bello vedere che nel nome di tutto questo il suo discorso trova un senso televisivo, espressivo, e provoca in lui una gioia quasi infantile nel vedere realizzata l'agognata connessione. Ci ha visto bene Piero Maranghi, il CEO di Classica HD, che ci ha fatto fare insieme Papillons. L'impegno messo nel tentativo di far stare insieme il tutto non è assolutamente indifferente e se solo poco poco viene fuori una cosa che non sta in piedi, sono io il primo a non licenziare nulla. Ho un romanzo che è in lavorazione da svariati mesi, forse un anno o due, cui però non riesco ancora a dare una forma filata, potrei continuare a lavorarci su ma non me la sento di farlo sinché non trovo il bandolo della matassa.



ADP: Mi consenta un'ultima domanda. Come la sta cambiando questa terribile pandemia da COVID-19? Può stabilire un prima e un durante, gettando anche lo sguardo a un dopo che verrà?

AGO: Mi viene da pensare a una persona la cui vita si svolga entro limiti di eventi naturali, regolarmente scanditi da un tempo buono, galantuomo, come si trova scritto sulle meridiane, quindi priva di morti premature o eventi tragici che la separino in giovanissima età dagli affetti più cari. Laddove questo avviene, come nella mia vita, in cui tutto si è succeduto secondo una scansione naturale, credo che la morte dei genitori sia lo spartiacque reale. Dopo non si è esattamente più gli stessi, vale a dire si continua a esserlo ma si guarda alla vita in un altro modo, si comincia a pensare, per esempio, che i prossimi ad andarcene saremo noi. Mio padre è mancato nel 2016, mia madre dopo lunghissima malattia senile è morta all'inizio del 2020, precisamente il 3 di gennaio, e il 9 marzo è iniziato il lockdown per la pandemia. Il fatto che mamma non ci fosse più durante questo, con un virus pericoloso che spargeva morte soprattutto tra le persone anziane, mi ha quasi sollevato. Non oso immaginare cosa sarebbe stato con lei ancora viva. Il cambiamento dentro di me che è avvenuto dopo la loro scomparsa si è risolto in una maturazione o ulteriore passaggio verso uno stadio diverso, predisponendomi verso qualcosa che sortisce un effetto diverso da quello che può avere in un bambino di cinque anni o in un giovane di diciotto, sedici anni o anche un uomo di trenta, quaranta. Il terreno è completamente diverso. Immagino la situazione che si poteva verificare in discoteca, una settimana prima del lockdown, in cui una ragazzetta stava cominciando a mandare degli SMS a chi le piaceva e poi dal 9 marzo i due ragazzi non sono più potuti uscire di casa per vedersi.

Magari c'è chi è rimasto in contatto grazie a tutti i mezzi tecnologici a disposizione, daccordo ma questo la dice lunga sul fatto che la loro eventuale storia d'amore avrà avuto uno sviluppo diverso dal solito. Ora tutti sono preoccupati per l'infelicità dei bambini cha stanno a casa da scuola, ma io non credo affatto a questo: qualcuno sarà scontento ma qualcun altro no, così com'è sempre stato. Non è che una nuova formula di vita cambia gli individui, cosa avrebbero dovuto dire allora i bimbi, compresi i miei genitori, che hanno vissuto durante la guerra, rispetto a quelli che al contrario non l'hanno vissuta? Anzi hanno avuto il coraggio di affrontare questi tempi, forse perché sono stati sotto le bombe e non mi sembra che ne siano usciti particolarmente traumatizzati. Non sono quindi così preoccupato per loro, essi trovano sempre, come la natura, la loro strada. Personalmente, ho attraversato tutto quello che comporta l'aver compiuto sessant'anni, cioè il vedere la vita sotto un raggio di luce diverso rispetto a prima, poiché quel numero fa impressione. La scomparsa dei miei genitori, poi la pandemia, mi stanno costringendo ad affrontare quella che è l'ultima o la penultima fase della mia esistenza in una certa maniera. Sento che la mia vita intellettuale è sempre vivace, pronta, desiderosa di espansione e conoscenza. Rimango sempre curioso, tuttavia la progettualità cambia, mentre i sogni, le illusioni di età precedenti adesso non le coltivo più. Ora prendo tutto quello che capita: se viene una cosa bella ne sono contento, però non mi aspetto di vincere l'Oscar mentre a cinquant'anni potevo ancora sperarlo.

L'avanzare del tempo ha aumentato un po' la mia saggezza, quel distacco dalle cose del mondo che mi fa guardare gli esseri umani alle prese con questa bestia nera del virus con una certa imperturbabilità. Constato tramite lo specchio di Facebook quanto la gente sia presa da vari tipi di panico, guardo insomma tutto con un sano distacco nel tentativo di salvarmi da un virus che per fortuna non ho preso. Per quanto riguarda la rinuncia alla socialità, la mia fittissima vita sociale è fatta di avvenimenti che non toccano le grandi masse, non ho la comitiva che si ritrova al centro commerciale o in discoteca oppure che va a fare il viaggetto con l'aliscafo. Sono una persona che ha pochi amici intimi, ho una relazione sentimentale, sto diciamo con poche persone e tutto questo non è stato mai compromesso dal COVID-19. La rinuncia non mi è costata tantissimo, perché uno poi trova in ogni modo degli espedienti per riuscire a vedersi e stare insieme. Ho la fortuna di vivere in una casa bella, da solo, e ho avuto modo di gestire l'enorme vastità di tempo che mi sono ritrovato a disposizione con una libertà di cui poi ho anche abusato. In pratica, non avendo più alcun tipo d'impegno od obbligo sono finito a far niente. L'unica cosa che posso dire è la conferma di un elemento, una cosa che di me conoscevo essere una dote, insieme con quella dell'intuizione: non ho mai saputo cosa sia la noia, non ho mai tempo di tediarmi, se sto senza fare niente trovo sicuramente qualcosa in cui impegnarmi, fosse anche il giochino sul cellulare, per dire, come "extrema ratio". Mi ritrovo un carnet di libri da leggere, film fa vedere, opere e CD da ascoltare, da godermi e non oggetti di lavoro per recensioni.

Arrivo alla fine della giornata che magari ho perso tanto tempo anche a non far nulla, senza portare a termine tutto quello che dovevo, quindi rinviato al giorno dopo. Costringendomi a casa da solo, dove tutti dicono di annoiarsi e non poterne più, io aspetto si che questa cosa finisca, anche se a riguardo non sono ottimista, traendone il maggior vantaggio possibile. Nella vita non ho mai trovato il tempo di ascoltare interamente il Parsifal, dalle due del pomeriggio sino alle otto di sera, oppure di vedere un film di quattro ore. Per fortuna ora la situazione non è quella di un anno fa e riesco a infilare qualche lavoretto da fare o qualche articolo da scrivere. Il Coronavirus mi ha offerto la grande opportunità di riuscire a fare le foto di Roma e di vivere un'esperienza che a sessantun'anni mai avrei potuto sperare, un qualcosa di totalmente inedito. In un mondo in cui tutto era già stato fatto, detto, scritto e filmato, non immaginavo di assistere allo spettacolo delle città desertificate, vuote, quasi calate in un'atmosfera metafisica. Mi considero quindi fortunato per aver avuto il privilegio di scattare queste fotografie. Infine, il virus mi è servito a definire la lavagna dei buoni e dei cattivi, mi ha fornito molti elementi in più per distinguere, tra coloro che frequentavo, chi devo continuare a vedere e chi, non dico eliminare dalle amicizie, ma iniziare a guardare con un po' più di paternale diffidenza. Certi comportamenti che in questo frangente sono affiorati da parte di qualcuno non sono accettabili, denotano una debolezza irricevibile.

Per dirne una i negazionisti, che si vanno ad aggiungere alle schiatte delle varie altre categorie di pensiero che io cerco sempre di tenere lontane dalla mia persona fisica, proprio per non subirne il veleno. Sono manifestazioni di chi vive male. Pure questo continuo lamentarsi sempre e comunque di qualsiasi cosa e di chiunque, soprattutto il prendere di mira determinati personaggi, credo sia il sintomo di qualcosa di ben più grave.

Alfredo Di Pietro

Marzo 2021


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