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jueves, 26 de enero de 2023 ..:: Intervista al maestro Riccardo Risaliti ::..   Entrar
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 Intervista al maestro Riccardo Risaliti Minimizar


 

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, come, quando e dove nasce la sua passione per la musica e il pianoforte?
 
Riccardo Risaliti: Da una infatuazione momentanea, forse. Il ritorno, a guerra finita, in una casa un po' danneggiata (calcinacci dappertutto), che non conoscevo quasi essendone stato portato via a tre anni, e dove c'era un pianoforte. Scoprivo il suono per la prima volta e - raccontava mia madre - suonai tutto il pomeriggio! Che cosa? Ma…! Mi trovarono subito un'insegnante: prima una suorina, poi una ragazza diplomanda. Finalmente un maestro serio, Raul Martucci. Ma avevo già dieci anni, e sbattevo le dita già da cinque.


ADP: Lei inizia la sua attività musicale come collaboratore pianistico presso il Conservatorio di Firenze, il Maggio Musicale Fiorentino e l'Accademia Chigiana di Siena, svolgendo al contempo l'attività di critico. Secondo lei, nel panorama odierno le due figure hanno subito dei mutamenti di prospettiva, magari convergendo o divergendo?

RR: Si, oggi un critico in genere non sa suonare uno strumento. Bisognerebbe che lo facesse. Anche se non ritengo che lo sappia fare al livello di colui che deve giudicare.


ADP: I cosiddetti Social e la facilità con cui oggi chiunque può crearsi un sito personale, hanno consentito a molti appassionati d'improvvisarsi critici musicali. È un fenomeno che incontra il suo favore oppure no, anche in considerazione del fatto che per fare sul serio quest'attività occorrono competenza ed esperienza?

RR: I siti personali hanno la considerazione che si meritano, visto che raramente se la meritano. Oggi è sempre più difficile accorgersi dei lati positivi di esecuzioni o composizioni musicali che apparentemente non ne presentano. Bisogna partire dal concetto che alle spalle di un'attività musicale ci sono anni di lavoro, che vanno rispettati.


ADP: Mi consenta di farle ancora una domanda sulla critica musicale, ambito per il quale provo un grande interesse. A un certo punto ha abbandonato l'attività di critico, proseguendo tuttavia quella di studioso della letteratura e dell'interpretazione pianistica. Possiamo considerare tale scelta come un'evoluzione, mirata a un maggior approfondimento del pianeta pianoforte?

RR: Bisogna fare delle scelte. L'attività critica è massacrante e porta via tempo a uno che voglia fare studi personali di tecnica e di interpretazione. Ho mantenuto la critica discografica e la pubblicistica musicale perché svolta sulla mia competenza pianistica.


ADP: Come ricorda la sua trentennale esperienza al Conservatorio di Milano?

RR: Nel complesso positiva. All'inizio poco soddisfacente: allievi della scuola media poco dotati, poi sempre meglio. Alla fine ottimi musicisti, gente oggi in carriera.


ADP: Lei si è dedicato al compositore Giovanni Sgambati, collaborando anche a testi sulla sua opera. Non si tratta purtroppo di un autore molto eseguito nelle sale da concerto, nonostante abbia scritto cose di grande bellezza. A suo parere, come mai viene così trascurato? Mi piace porle questa domanda perché è un compositore che amo molto.

RR: Sgambati era uno di quei compositori la cui originalità musicale non era pari alla competenza pianistica e compositiva. Ha cose buone, ben scritte (il Concerto, il Preludio e fuga, qualche pezzo come lo Studio melodico) ma non esce da un post-romanticismo di maniera. Un po' come Martucci, che però melodicamente era più dotato. È un po' il caso di Medtner, che era invidioso del successo dell'amico Rachmaninov, ma per quanto abbia scritto molto bene per pianoforte, non aveva la stessa felicità melodica.


ADP: Trovo il "suo" Bach elevato, cristallino nella sua trasparenza, ma al contempo ricco di umanità, semplicità e calore. Da appassionato di musica trovo che con quest'autore lei abbia raggiunto un grande equilibrio tra le due istanze dello spirituale e del terreno. Questo mi fa supporre che Johann Sebastian Bach sia un compositore che è particolarmente nelle sue corde.

RR: La ringrazio del Suo complimento, ma ritengo che quelle poche cose che Lei conosce non sono delle mie migliori (Cremona?). Amo soprattutto il lato spirituale di Bach, che collima con la mia fede religiosa. Ho eseguito negli ultimi anni molte volte le Variazioni Goldberg, che per me sono una storia di vita e di spiritualità. Mi piace che anche un grande interprete come Perahia, a giudicare dalle sue note al disco, la pensi come me. Troppe volte invece i nostri giovani ne fanno un cavallo di battaglia di digitalità virtuosistica.


ADP: Maestro, lei ha una grande esperienza non solo nel campo didattico ma anche per le sue partecipazioni a giurie di concorsi internazionali. Trova che l'approccio dei giovani al pianoforte abbia subito dei cambiamenti nel tempo e, se si, quali? Qual è in buona sostanza la situazione odierna?

RR: I giovani pianisti oggi sono assai più bravi di come eravamo noi mezzo secolo fa. Oggi il livello di preparazione (tecnica, memoria, messa a punto dei dettagli, etc.) è molto elevato. Ma ho l'impressione che a loro interessi più l'efficienza che la musica. È forse il difetto stesso delle varie scuole odierne: da quel che vedo si insegnano poco fattori che potrebbero rivoluzionare l'esecuzione musicale, come la ricerca del suono, la magia, il mistero, e la stessa lettura del testo in funzione musicale: fraseggio armonia, tecnica del pedale. Ripeto, ci si ferma alla pura efficienza. Per questo resto quasi sempre disincantato dopo molti miei ascolti musicali, concerti o concorsi essi siano.


ADP: Ho letto con grande piacere il libro "Quisquilie e pinzillacchere. Storia di un musicista napoletano raccontata ad un amico". Ero anche tra il pubblico alla sua presentazione milanese presso il Magazzino Musica, dove in veste di relatori c'erano lo stesso Michele Campanella e Quirino Principe. Il pianista napoletano, incalzato dalle sue domande, ha messo un a nudo sé stesso raccontando la sua vita. Può raccontarci com'è nata l'idea della collaborazione tra lei e Campanella?

RR: Semplicissimo: Michele voleva scrivere varie cose sui suoi argomenti musicali preferiti, e non voleva farlo in prima persona (come poi ha fatto nel suo recentissimo libro sull'interpretazione). E allora mi ha chiesto di collaborare a un libretto in forma di dialogo. L'ho fatto parlare quasi a ruota libera, e poi ho infilato le domande dove ritenevo che c'era bisogno di un approfondimento. Beh, in questo mi ha aiutato lui.


ADP: Mi consenta un'ultima domanda maestro, in realtà più la sollecitazione a un consiglio per noi appassionati che un'istanza. C'è un modo più idoneo di ascoltare la musica, non solo pianistica, una preparazione preliminare che, oltre alla personale sensibilità, possa agevolare una maggior compenetrazione in essa?

RR: All'inizio nessuna preparazione "culturale", lasciar parlare la musica. La grande musica ha sempre qualcosa da dire. Poi possono aiutare elementi informativi legati a quella composizione o a quell'autore. Non credo molto, per chi non è un musicista, ad analisi che trattano di primo tema, secondo tema, sviluppo, modulazione, accordi perfetti o di settima, etc. Sviatoslav Richter disse che quando sentiva parlare di analisi gli prudevano le mani! L'ascolto presume la stessa dote immaginifica dell'interprete. Altrimenti ci si fa soggiogare, come vedo di norma, dalla pura efficienza.


Alfredo Di Pietro

Gennaio 2023


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