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domenica 27 novembre 2022 ..:: PianoSofia 2022 - L'esprit de jeunesse ::..   Login
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 PianoSofia 2022 - L'esprit de jeunesse Riduci

INTRO



L'esprit de jeunesse, lo spirito di giovinezza, questo è il titolo dato all'appuntamento conclusivo di PianoSofia 2022. Un tema che può facilmente suscitare sensazioni di tenerezza ma anche qualche rischio di sconfinamento nel "deamicisiano", cioè in quell'atteggiamento incline a un sentimentalismo commosso e commovente. Ma chi teme che ciò sia potuto avvenire dev'essere rassicurato: il Festival PianoSofia si basa non su contenuti accattivanti, che approfittano dell'emozione di superficie per raggiungere un facile e popolare successo. In questa, come nelle precedenti edizioni del Festival, hanno partecipato personalità culturali e filosofiche di primo piano, distanti da quell'opinionismo tipico dei "Talk Show" che oggi va tanto di moda, altrettanto dicasi per i musicisti che si sono esibiti sul palco. Ecco che le dissertazioni hanno assunto il valore di vere e proprie lezioni, non tradendo lo spirito a loro proprio di discretamente ampie e particolareggiate esposizioni su un tema dato, pur nello sforzo di renderle comprensibili a un pubblico vario, non esclusivamente composto da addetti ai lavori. Il biglietto da visita di PianoSofia, anche chi ha presenziato a un solo evento l'ha capito, è il rigore intellettuale e la distanza da approssimazioni di sorta nell'ambito di uno schema ben definito sin dall'inizio. Ma l'ultimo appuntamento della rassegna non poteva non simboleggiare un qualcosa di particolare, come un ponte che si aggettasse sulle future edizioni. Ne L'esprit de jeunesse nuovi sentimenti sono affiorati, più primaverili se vogliamo, vista la delicatezza dell'argomento.

Di grande umanità, quasi un abbraccio ideale a tutti gli artisti in erba, è stato l'intervento di Lorenzo Gobbi, insegnante in un Liceo Musicale Statale e autore di alcuni saggi. Nel suo intervento l'atteggiamento professorale è stato messo da parte in favore di una testimonianza viva e spontanea, a tratti anche commossa, fatta non solo di alto pensiero ma anche di quotidianità, di quel "tran tran" giornaliero a contatto con gli studenti che ha reso la materia palpitante e ricca di spunti attinti dalla realtà. Una frase contenuta nell'opuscolo di sala mi ha particolarmente colpito: "La giovinezza racchiude forza e vitalità ma anche fragilità e rischi." E davvero parliamo di una condizione bivalente, dove sono intimamente congiunti gioia e dolore, entusiasmo e disillusione. A ben vedere, quella stereotipata immagine di fresca tenerezza con la quale si è soliti rappresentare questa condizione esistenziale, nasconde in realtà dei risvolti amari, anche a livello di riconoscimento sociale, che Luca Ciammarughi ha con grande lucidità segnalato nel suo intervento. Ma non voglio anticiparvi null'altro, qui di seguito troverete gli avvincenti contenuti della discussione e il racconto dello splendido recital di Sofia Donato. Nell'incipit, un piccolo rimescolamento dei tre tasselli che compongono ogni evento, nell'ordine: filosofia, poesia e musica; qui è la poesia che per prima si è affacciata, precedendo e seguendo la parte filosofica, forse nelle intenzioni dei Direttori Artistici un buon modo di sorprendere gli animi con quell'immediatezza comunicativa che è tipica di questa forma d'arte.


TESTI POETICI LETTI DA DIEGO FRANCESCO CERAMI.
ALLIEVO DELL'ACCADEMIA DI FORMAZIONE PER ATTORI DEL CENTRO TEATRO ATTIVO DI MILANO


Rainer Maria Rilke: da Lettere a un giovane poeta
Sibilla Aleramo: Oh palme delle mani




DIALOGO CON LORENZO GOBBI, SILVIA LOMAZZI E LUCA CIAMMARUGHI



Lorenzo Gobbi è un personaggio di grande fascino, scrittore, poeta e anche analista filosofo in formazione presso la scuola milanese "Philo - Pratiche filosofiche". Autore di alcuni saggi, è attualmente insegnante in un liceo di musica statale, vive a Verona, dov'è nato nel 1966. L'Accademia Mondiale della Poesia dell'UNESCO gli ha conferito nel 2012 il Premio "Catullo" per la sua opera di traduttore di poesia. Personalità libera da schemi, espansiva, nella sua relazione ha fuso dei frammenti di vita quotidiana con la dottrina. In lui la dimensione della creatività letteraria convive con quella scolastica dell'insegnamento ai giovani, il contatto quotidiano con le loro fragilità e passioni, carico di un'esperienza che rende la sua voce molto importante nel contesto dell'appuntamento odierno. Proprio per queste ragioni, l'apporto autobiografico ha dato ha un valore supplementare alla sua testimonianza. Lui stesso è stato un giovane studente e ancora oggi conserva un'autentica passione per la musica, espressa nella frequentazione quotidiana della chitarra classica; un accettabile dilettante si definisce, non avendo più l'abilità che possedeva a vent'anni. Lorenzo Gobbi apre il suo cuore al pubblico: «Anche io a sedici, diciassette anni avevo un progetto di vita legato alla musica e credo di averlo realizzato. L'analisi filosofica è intrinsecamente musicale; tradurre poesia, letteratura e stare con giovani che hanno un proposito nel campo della musica, nel quale s'identificano pienamente, ritengo sia il più bel compimento che si possa immaginare.

Silvia Lomazzi

Sono veronese, ho frequentato il conservatorio quarant'anni fa e insegno da trentadue.» A lui è stato chiesto di fare delle riflessioni sul rapporto tra i giovani e la musica, due elementi con cui ogni giorno ha contatto: «Quando ero un ragazzo, il giovane era sostanzialmente considerato un essere difettoso, un adulto incompiuto che non si sbrigava a crescere. Pieno di manchevolezze, incapace di autocontrollo, troppo emotivo, addirittura stupido, ribelle, inconsapevole. Quello di cui aveva bisogno era quindi una guida solida, indiscussa, che gli consentisse di formare il carattere. Sono metodi che ho abbandonato, ritenendoli assolutamente falsi. Nel migliore dei casi la musica, che era considerata un mondo di fantasia e anche di narcisismo, quasi assunta come elemento dispregiativo, era relegata al mondo dell'irrealtà e doveva essere compensata dall'impegno a scuola, dall'obbedienza in famiglia e tutto questo genere di cose. Quando tenni il mio primo concerto da solista, al quarto anno di Liceo, nella chiesetta di Sant'Eugenio a Campo Sant'Anastasia, la sala concerto del Conservatorio di Verona, il giorno dopo andai a scuola tutto contento, ma stremato. A un certo punto in classe arrivò la professoressa di greco, che io chiamavo la strega, il massimo che ci si poteva permettere allora, mentre oggi si dice ben di peggio. Di fronte alla mia impreparazione per i compiti dati, che volevo giustificare con l'impegno profuso nella realizzazione del concerto, lei mi apostrofò: "Gobbi, hai trovato il tempo per suonare? Dovevi trovare il tempo per studiare."



Giunse poi la professoressa di matematica, persona molto giovane e gentilissima, che mi disse le stesse cose della professoressa di greco. Risultato: presi dei pessimi voti e il rimando delle due materie a settembre. Oggi speriamo non sia più così. Tuttavia, anche nel Liceo Musicale Statale nel centro di Verona in cui insegno, spesso gli insegnanti del mattino non tengono conto che i ragazzi suonano due strumenti, stanno a scuola sino alle 18 per tre pomeriggi a settimana, fanno orchestra, coro, quartetto, trio, impegnati anche la "Marching Stone Band", la quale va spesso in esterna. Partecipiamo insomma a un'infinità d'iniziative, non solo a Verona ma in tutt'Italia. Abbiamo un'orchestra che suona a livello veramente professionistico. Ma se io, come coordinatore del corso musicale, provo a intervenire in difesa dei ragazzi dicendo che una certa settimana devono preparare i saggi e magari è meglio evitare le tre verifiche al giorno, ricevo in risposta un no: le attività del pomeriggio non devono interferire con la didattica. Persino il normamento d'istituto vieta di estrarre gli strumenti al di fuori del luogo e dell'orario prescritto per le lezioni di pratica strumentale.» Lorenzo Gobbi prosegue il suo racconto: «Siccome tutti abbiamo fatto l'asilo dalle suore, anch'io che sono protestante, a inizio del giorno avevamo l'abitudine di recitare la preghiera del mattino, mentre ora cominciamo suonando un brano di musica, questo avviene in tutte e cinque le classi del Liceo Musicale. Ci diamo i turni, uno sceglie il brano e un altro lo suona. Ieri c'ero io all'esecuzione, abbiamo preferito un pezzo di J.S. Bach.

Lorenzo Gobbi

Un'altra volta in classe ha suonato un duo di violino e pianoforte. Sono abituato a sentirmele dire per questa mia scelta, ma entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Ma qual è il punto cruciale? La giovinezza e la musica sovente vengono calunniate. L'anima giovane percepisce da un lato l'esistenza di un mondo spirituale, di un qualcosa che è bello, che merita di essere conosciuto e vissuto. Dall'altro urge in lei un'infinita capacità di dedizione; l'abnegazione che un giovane può manifestare nei confronti di un valore, di un'idea, della bellezza o dell'amore è inesauribile. Da queste due percezioni nasce un desiderio indistinto cui si fa fatica a dare un nome e che può anche mettere i giovani in pericolo, poiché questo anelito può essere ingannato. Emerge pure un'urgenza di libertà, di spazio, di movimento, si manifesta una tensione all'offerta di sé, che nasce proprio da questa stima istintiva, caratteristica dell'anima giovane. Se ci sono dei rischi, delle fragilità, potremmo vederli come una riprova della nobiltà della sua bellezza e vastità di sguardo. E se qualcuno crede che la giovinezza sia un luogo pericoloso da attraversare il più in fretta possibile, rimanendo bene negli argini, basti pensare a Simone Weil, a Rainer Maria Rilke con Il libro d'ore e altre figure simili. Lì si vede cosa realmente la giovinezza può fare. La musica offre al giovane una vastità stupefacente, un orizzonte che avvolge, che trascende e accoglie al tempo stesso, che chiede dedizione, fedeltà, offerta, consacrazione, ma offre un orizzonte ancora più grande, il quale attrae, chiede, esige, ma anche dona immensamente.

 

 

La musica insegna che la libertà è in ciascuno di noi, che la fatica è imprescindibile dalla gioia, un andare oltre che è un esserci e un essere attirato. Questa non si accontenta mai di quello che gli offriamo, però ci ripaga con un'incomparabile generosità e l'anima di un giovane mira all'intero, all'universale; la musica la conduce in quella direzione: il fraseggio, l'equilibrio delle voci, la struttura armonica, la scioltezza dei movimenti, la loro precisione e la postura del corpo. La distribuzione del peso dalle spalle alle dita, i movimenti esatti: è la materia che s'incontra con lo spirito. Tutto ciò porta il giovane a una consapevolezza straordinaria, quella che non si esprime solamente uno spirito, ma chi suona dimora nel corpo. Una tendinite ti mette fuori combattimento per sei mesi, una corrente d'aria t'impedisce di suonare per quindici giorni. Nonostante questo si vorrebbe farlo lo stesso, ma non si può perché il corpo dice no. Un giovane alle prese con lo strumento sente davvero che tutto è provvisorio, che di tutto serve essere grati poiché in qualsiasi momento ci può essere tolto. Questa eccezionale libertà che la musica dona lo conduce a una profonda unità di se stesso. Io vedo che i miei ragazzini, a quattordici anni, nutrono un progetto di vita fortissimo, sono estremamente motivati, affrontano incombenze inenarrabili. La maggioranza di loro viene dalla provincia, cinquanta-sessanta chilometri di corriera, sveglia alle cinque e un quarto la mattina per arrivare in tempo a scuola e rimanervi sino alle diciotto. Poi si torna a casa, sempre in corriera, arrivando alle nove e mezzo.

Luca Ciammarughi

Tutto questo porta a qualcosa di meraviglioso perché una giovinezza musicale non trascorre senza conseguenze: il ragazzo si meraviglia, impara a farlo. A volte non te lo aspettavi e un brano gli riesce eccezionalmente bene, altre volte, e non te lo aspettavi, terribilmente male. Un particolare passaggio, che talvolta viene molto bene, è la prova che esiste un non so che sempre al di là della nostra coscienza, che attira, questo è il miracolo della musica. Impara ad aspettare senza precipitare, ad accogliere lo stupore, a insistere senza pretendere, a misurarsi senza umiliarsi e rinnovarsi privo del terrore che questo comporta. Questi giovani, che s'impegnano con somma dedizione, nella musica incontrano una realtà che li rispetta, li accoglie, li moltiplica. Se vogliamo essere un pochino analitici, un ragazzo che suona è veramente tutelato nei confronti di quelle possibilità di esaltazione onnipotenti, di autoaccusa, di rivolgimento contro di sé, di disincarnazione e di fuga. Non è un illuso, si meraviglia con piena ragione, dimora nel corpo. Quel qualcosa d'indefinito lo incontra nella concretezza dello strumento e nella sua pratica quotidiana; tutto ciò diventa dialogo con se stesso ma anche tra i diversi stati del suo essere, i quali si alternano, s'incontrano, si parlano grazie alla sintonia interiore che crea la musica, avvertita in ogni fibra dell'essere, esattamente come si stabilisce un'armonia tra persone che suonano insieme, un atto magnifico! La mia prima moglie, scomparsa nel 1998, era violinista; credo che i momenti d'intimità più grande li abbiamo avuti quando suonavamo insieme, cosa che abbiamo fatto purtroppo molto poco.



Suonare insieme era più che fare l'amore, era bellissimo, si creava tra noi un'intesa irripetibile. Anche adesso, quando suono con i miei ragazzini, che hanno quarant'anni meno di me, provo delle sensazioni esaltanti. Pure se fatto nei cinque minuti di ricreazione, magari eseguendo una trascrizione, si crea una relazione straordinaria. Molto di quello che è nel corpo è vero, è lì che si rivela il desiderio di donarsi, un atto che si può compiere soltanto traboccando da se, offrendosi, e la musica è esattamente questo: un'arte che ha bisogno di donarsi agli altri. C'è una canzone di De André, Il suonatore Jones, che dice: "E poi se la gente sa. E la gente lo sa che sai suonare. Suonare ti tocca per tutta la vita. E ti piace lasciarti ascoltare". Ma certo! È bellissimo lasciarsi ascoltare dandosi a chi ascolta, non è narcisismo od orgoglio, ma una vera e propria esigenza. Ci sono tuttavia altri esiti possibili, li racconta Thomas Mann nel Doctor Faustus, ascrivibili alla sfera dell'ossessivo, del paranoico, del violento e del cinico. C'è anche questo mondo, certo, ma è antitetico alla vita e la musica lo esclude. Oggi quest'arte ha perso molto, anche in termini di prestigio sociale, difficilmente può essere trasformata in una professione, per lo meno al di fuori delle istituzioni didattiche, le quali spesso umiliano chi si dedica alla musica. Chi suona deve veramente confrontarsi con quest'enorme difficoltà, cercando di goderne in se stesso e raggiungere una dedizione senza cali. E allora la musica dispiega tutta la propria forza trasformativa; pensiamo al potere della musicoterapia.



Mi capita di riflettere su alcuni periodi della mia vita in cui ho smesso di ascoltare musica, erano frangenti di tristezza, e quando mi sono rimesso a suonare la mia attuale moglie l'ha considerato un buon segno. Così come l'ho considerato io quando, al mio rientro a casa, ho sentito un Concerto di Mozart a tutto volume, piuttosto che un Improvviso di Schubert. Per questo anch'io misuro il suo umore dalla musica che c'è in casa, se non c'è vuol dire che qualcosa non va. Vedo i miei ragazzi, affidatimi provvisoriamente dallo stato per un certo numero di ore alla settimana, che magari pagano un concerto con una materia da recuperare, una cosa che succede anche nel Liceo Musicale dove insegno. Loro trovano comunque il tempo per prepararsi a suonare in mezzo a mille impegni, a quel punto penso che la musica abbia un potere straripante, ma sia anche foriera di un destino fatto di fatica, di esilio, d'incomprensione, di durezza immeritata. Spesso anche questo corrisponde alla musica. Molti giovani, ma anche chi non lo è più e ripensa a quando lo è stato, possono osservarsi in ciò che trascorrono: le fatiche, gli esilii e le durezze immeritate. La musica li porta con sé, ma sa anche donare tantissimo. Il constatare che questi ragazzi di quattordici, quindici anni, i quali suonano in quel modo, pagando con la fatica e l'incomprensione da parte dei loro stessi insegnanti, fa pensare che realmente l'animo giovane sia musicale in se, in questo desiderio di donarsi, nella percezione della bellezza. Ed è proprio la loro fragilità a essere prova della nobiltà che li pervade poiché le cose più preziose sono anche le più fragili.»



Interviene Luca Ciammarughi con le sue considerazioni, alcune abbastanza amare: «Vorrei ricordare una frase di Jean Cocteau, il grande scrittore, poeta, disegnatore e artista a tutto tondo francese che ha scritto un bellissimo saggio intitolato La Difficulté d'être, dove nel capitolo De la jeunesse dice: "Amo frequentare la gioventù, m'insegna molto più dell'età matura, la sua insolenza e la sua severità ci somministrano delle docce fredde. È la nostra igiene. Inoltre, l'obbligo in cui siamo di servirle da esempio ci costringe a rigare dritto. Comprendo che molti dei nostri contemporanei evitano il contatto con la gioventù, che invece io ricerco". Una riflessione che io trovo molto interessante perché spesso nei confronti di questa condizione esistenziale c'è un atteggiamento duplice. Uno di totale rifiuto, in persone adulte che vedono in questa tutto il male possibile, forse perché hanno qualche frustrazione che poi proiettano sui giovani. C'è anche l'idea negli adulti che i nuovi tempi siano malsani o addirittura perversi, cosa visibile tutti i giorni nella politica e nella vita quotidiana. L'altra posizione, contraria alla prima, è quella della mitizzazione, che riconosciamo a volte in un giovanilismo estremo. Oggi sono molto contento di ascoltare Sofia Donato, è stata mia l'idea di portarla qui a PianoSofia, dopo averla sentita al Premio Alkan, in quanto penso che la musica, come giustamente diceva Lorenzo Gobbi, rappresenti la libertà, il dinamismo interiore della giovinezza e serbi quest'idea di non cristallizzazione che ancora i giovani hanno. Spesso da adulti noi ci rinchiudiamo in un ruolo, abbiamo la convinzione di dover essere seri, forti di aver raggiunto dei risultati ma soprattutto una solidità contraria a quella fragilità che è movimento, capacità di cogliere la vita in tutti i suoi rivoli.



Ci fu un grandissimo pianista e didatta del Novecento, Heinrich Neuhaus, maestro di Svjatoslav Richter, Ėmil' Gilel's e Radu Lupu, che era davvero una figura illuminata dell'insegnamento. Lui nei suoi diari ricorda una cosa, molto dolorosamente: "Intorno agli undici, dodici anni, io avevo una musica che mi cantava dentro continuamente, ero un compositore senza saperlo, cantavo dentro di me un'infinità di melodie, di composizioni che erano allo stato nascente. Poi qualcosa, intorno ai sedici, diciassette anni, in me si è bloccato. Sono diventato un interprete di Chopin, di Beethoven, uno studente e poi anche un didatta nel Conservatorio di Mosca. Ma quella voce, quella creatività sorgiva, non l'ho più recuperata." Sono parole che provengono da un grande artista, il quale però aveva coscienza che nell'età della prima gioventù si manifesta un qualcosa di febbrile, di dinamico e creativo, che nell'età adulta la nostra società ci costringe un po' a reprimere. L'idea di prendere una strada, di specializzarsi in qualcosa, di essere i primi e i migliori, confligge con una visione più olistica della realtà. Libertà sì, ma un aspetto importante nella nostra contemporaneità è il primato della meritocrazia. Qualcuno critica molto i concorsi, in base all'idea che la musica non è una competizione, Bartok addirittura diceva che le competizioni sono per i cavalli non per i pianisti. Non a caso, però, era appena arrivato secondo in un concorso dietro il grande pianista Wilhelm Backhaus, del quale diceva: "Ah, quel tedesco che suona le fughe di Bach col metronomo".



In un mondo come quello di oggi, dominato dal marketing, a volte si verifica uno scavalcamento della meritocrazia, ci sono figure che vogliono costruirsi una carriera attraverso degli escamotage, d'immagine, bellezza esteriore o astuzia. Ma è un mondo in cui il valore individuale conta ancora, il concorso rimane quel momento in cui una giuria qualificata ascolta dei giovani con spirito totalmente libero e disinteressato, come sono convinto sia avvenuto nel caso di Sofia Donato, e premia non solo quello che ha talento ma anche chi ha la convinzione interiore e la determinazione per fare un certo percorso. Ripenso a quanto diceva qualche giorno fa Alice Mado Proverbio, la quale affermava che il talento conta soltanto per il 26%, il resto è fatto dall'ambiente, da chi sta intorno, dalla cultura familiare e scolastica, dalla motivazione interiore, vera molla del miglioramento.


TRA VIRTUOSISMO E INCANTO POETICO
IL CONCERTO




Franz Joseph Haydn (1732-1809)
Sonata N. 34 in mi minore Op. 42 Hob:XVI:34
- Presto
- Adagio
- Finale. Molto vivace

Fryderyk Chopin (1810-1849)
Variations brillantes Op. 12

Franz Liszt (1811-1886)
Années de Pèlerinage, Deuxième Année, Supplément: Venezia e Napoli

Alexey Shor-Mikhail Pletnev
Sonata in La minore
- Allegro ma non troppo
- Adagio mosso
- Moderato

Pianista, Sofia Donato




Come nel precedente Festival di PianoSofia, luogo dei concerti aperti gratuitamente al pubblico è stato il Salone da ballo di Villa Litta Modignani, perfetta espressione del Settecento milanese, caratterizzato da ampie finestre sul parco (ne ho approfittato per scattare qualche suggestiva foto della distesa verde). Al centro della parete anteriore c'è un grande camino marmoreo e quattro piccole logge con balconcini in ferro battuto. Molto bello il soffitto ligneo, decorato ad arabeschi, al di sotto del quale si possono ammirare numerosi affreschi e fregi; sopra le porte che collegano il salone agli altri ambienti, sono dipinti dei raffinati trompe l'oeil che recano allegorie di Pittura, Musica, Poesia e Scultura. Un grande lampadario in vetro di murano del primo Novecento impreziosisce l'ambiente. Uno scenario questo che fa da cornice alla conclusione del Festival, dove Sofia Donato è stata la protagonista musicale. Parliamo di una giovanissima pianista bolognese, nata nel 2005, che avevo già avuto modo di ascoltare nella Serata di Gala del Premio Alkan nel luglio di quest'anno. In quell'occasione lei aveva vinto il Premio Speciale Fryderyk Chopin, suonando di quest'autore le Variations Brillantes Op. 12 , poi riproposte in questa matinée musicale. Rimasi impressionato dalla completezza della sua tecnica, sempre padrona di ciò che faceva in un pezzo brillante, dalle non indifferenti difficoltà esecutive. Ciò che più mi colpì di questa strumentista emergente, sicuramente destinata a entrare nel firmamento pianistico, fu proprio la sua personalità, riservata e un po' timida (ma bisogna tenere conto dell'età...) che si rovesciò nel suo contrario una volta posate le mani sulla tastiera.



Ne conclusi che Sofia Donato è artista in grado di entrare nella profondità della musica, nella circolarità di un mondo in cui è cittadina d'elezione e che senza alcuna ritrosia mostra al pubblico in tutta la sua bellezza. Diciassettenne, inizia a suonare il pianoforte a cinque anni e mezzo. Nel 2019 ha iniziato a studiare con il maestro Ingrid Fliter all'Accademia Pianistica di Imola, e con il maestro Mauro Minguzzi presso la Scuola Musicale Malerbi di Lugo. Ha ottenuto importanti risultati in concorsi nazionali e internazionali: nel 2014 conquista il primo posto nella propria categoria al Concorso di Usti nad Labem (Repubblica Ceca), primo posto, sempre nella propria categoria, al Rospigliosi di Lamporecchio, poi c'è il già citato Premio speciale della giuria al Premio Alkan per il virtuosismo pianistico a Milano e il primo posto assoluto al Concorso Città di Giussano, oltre al Premio musicale giovani talenti Lions Club Bologna, in collaborazione con l'Accademia Pianistica di Imola. Nel 2018 ha eseguito il concerto per pianoforte e orchestra K 41 di W.A. Mozart con l'Orchestra del Conservatorio di Bologna. Ha tenuto concerti in Italia e all'estero, all'Auditorium di Milano, al Festival Jeunes Talents di Cannes, e in diverse rassegne musicali, tra cui Musica in fiore a Bologna. Nel 2021 è stata selezionata per l'incisione de Il Carnevale di Vienna Op. 26 di R. Schumann, nell'ambito del progetto Schumann dell'Accademia Pianistica di Imola. Ce n'è abbastanza per disporsi all'ascolto con atteggiamento di rispetto e attenzione. Con la Sonata in Mi minore Hob. XVI N. 34 di F.H. Haydn il recital ha il suo inizio nel nome della più compiuta classicità.



Sofia Donato affronta il Presto con risolutezza, sottolinea la sua urgenza espressiva di pezzo lirico e insieme drammatico, riesce a differenziare i due stati d'animo con una sottile quanto efficace gestione dell'agogica. L'impeto delle parti più concitate viene all'improvviso frenato nei punti in cui la musica si ferma bruscamente (i famosi silenzi haydniani). Mantiene la schiena dritta la pianista nell'Adagio in tempo ternario, parecchio più esteso dei movimenti estremi. Forte di una notevole capacità di cesello, sottolinea elegantemente le veloci figure affidate alla mano destra, che la sinistra sostiene con note tenute. Nel breve Vivace trova conclusione una Sonata per certi versi enigmatica e ricca di sorprese, come in fondo avviene in tutta la produzione del compositore austriaco, un brano in forma di rondò con variazioni, caratterizzato da vivacità di portamento e una scrittura brillante. Riprendiamo il bandolo della matassa proprio da quel brano che Sofia ha proposto nella Serata di gala del premio Alkan, le Variations brillantes Op. 12 di Chopin. Forse inconsapevolmente, lei l'ha eletto a rappresentanza della fase artistica che sta attualmente vivendo, avvantaggiandosi della mescolanza di baldanzoso virtuosismo e sognante tenerezza che lo contraddistinguono. Ed è proprio questa musica a farsi vessillo dello spirito di giovinezza, con la sua incomparabile freschezza poetica, messaggera di un fervente mondo interiore. Qui il "pretesto" è l'aria "Je vends des scapulaires" dall'opera Ludovic di Ferdinand Hérold, nei fatti un pezzo di bravura, dove a far da contraltare al semplice e incantevole tema in Allegro moderato ci sono arpeggi, sincopi e ottave da eseguire in scioltezza.



Annunciato da una perentoria Introduzione, si affaccia il dolce tema in 6/8, seguito dalla scorrevole prima variazione in semicrome, dove le figurazioni, all'inizio semplici, si complicano in seguito con salti di nota che diventano notevoli, in cui la medesima disinvoltura tecnica dev'essere conservata. Lo Scherzo è un martellante susseguirsi di figurazioni puntate, un andamento quasi a singhiozzo che non deve smarrire per strada incisività e precisione. Segue un distensivo Lento con anima, dall'ineffabile lirismo (stupendamente eseguite da Sofia le volatine di semicrome in "leggierissimo"). Conclude il vigoroso Scherzo vivace, dove viene espressa un'accesa ed estroversa teatralità. Di segno diverso è il virtuosismo mostrato dalla pianista bolognese in Années de Pèlerinage - Deuxième Année - Supplément: Venezia e Napoli, pubblicato nel 1861 come supplemento, appunto, al secondo anno e comprendente una Gondoliera (basata sulla notissima canzone La biondina in gondoletta), una Canzone (Nessun maggior dolore dall'Otello di Gioachino Rossini) e una vivace Tarantella (su un tema di Guillaume-Louis Cottrau). Qui emerge la capacità di Sofia Donato di tratteggiare delicate nuance coloristiche e subitanei soprassalti di virtuosismo "tout court", che nel finale assumono quasi un carattere di demoniaco furore. Risultato centrato. Un'abilità, ne sono certo, che con la futura maturazione di questa giovanissima strumentista diventerà ancora più sottile e introspettiva. Con un pizzico di fantasia, oggi mi sento di definire il suo pianismo come una sorta di "cellula staminale", destinato a germinare con il tempo in svariati stipiti di cellule mature, capacità "in nuce" già ampiamente dimostrata in questo composito e articolato recital.



Una premonizione che trova in qualche modo conferma nel brano finale, la Sonata in La minore di Alexey Shor-Mikhail Pletnev. Ho atteso quasi con ansia questo momento, che ho considerato una specie di prova del nove per Sofia, già validamente cimentatasi con il genere classico e romantico. Qui è stata chiamata a esprimere in chiave moderna quel mondo trasognato tipico della gioventù, aperto e al medesimo tempo comprensivo dell'universalità di sentimenti di cui è capace l'animo umano. L'intrinseca drammaticità insita in questa Sonata viene da lei evocata con grande partecipazione e una maturità, una capacità di cogliere il qui e l'ora di un processo espressivo in costante evoluzione, che ha del sorprendente. Lei non è solo la composta e diligente esecutrice di classici, ma una pianista in grado d'inventarsi una caleidoscopica personalità, sempre potente e originale, in composizioni che, come questa, hanno pochi e ondivaghi riferimenti interpretativi cui appigliarsi. Sofia dimostra una capacità di scandaglio che pare superare di slancio la sua condizione esistenziale del momento, come un pesce è capace di risalire con agevolezza alla superficie per poi subito dopo reinabissarsi nei fondali marini. Il termine di "miracolo", suggestivo di un fatto ascrivibile a un intervento soprannaturale, che supera i limiti delle normali prevedibilità dell'accadere o va oltre le possibilità dell'azione umana, è oggi sin troppo abusato.



Ma come altro definire l'incanto che si sprigiona dalle dita di Sofia Donato, stasera simbolo della giovinezza in musica? Una ragazza dalla personalità schiva, quasi in soggezione di fronte agli applausi, ma in grado di padroneggiare un programma temibile, quanto mai vario, che va dal classicismo alla modernità passando per la lucente brillantezza del pezzo di bravura di Chopin e la raffinatezza delle narrazioni lisztiane. Non è anche questo un elemento che fa molto pensare sull'illimitatezza del mondo interiore giovanile? Ma desidero ritornare per un attimo sull'illuminante e accorato dialogo filosofico. Quella che per l'ascoltatore è stupefazione, per l'esecutore alla tastiera è indefesso lavoro quotidiano, ore e ore d'esercizio per raggiungere una tecnica "perfetta" (il virgolettato è d'obbligo), la quale mette nelle condizioni di poter affrontare con successo qualsiasi brano, almeno dal punto di vista dell'esattezza esecutiva. Passaggi critici ripetuti sin quasi all'ossessione, allo scopo di limarli, come si fa con un pezzo di legno per fargli assumere le forme volute, un esercizio fisico talvolta spinto sino ai dolori alla schiena e crampi alle mani (le famigerate tendiniti di cui parlava Lorenzo Gobbi). La conquista di uno stile pertinente e riconoscibile è poi argomento che impegnerebbe una lunga parentesi d'approfondimento. Ecco dunque il "miracolo", dovuto al capovolgimento di queste aspre difficoltà, patite nel chiuso della stanza dove si studia, nella sfolgorante bellezza che si spande sul pubblico. Per questo la giovinezza esige ammirazione, ma anche profondo rispetto. E scusatemi se un po' deamicisiano lo sono stato.



Alla prossima PianoSofia!


Alfredo Di Pietro

Novembre 2022


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