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Saturday, September 18, 2021 ..:: Recital Massimiliano Ferrati ::..   Login
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 Recital Massimiliano Ferrati - Teatro Mario Del Monaco di Treviso Minimize


 

Omaggio al grande Ludwig

 

Ludwig van Beethoven (1170 - 1827)

Sonata per pianoforte N. 21 in do maggiore Op. 53 "Waldstein"

-    Allegro con brio
-    Introduzione. Adagio molto
-    Rondò. Allegretto moderato


Sonata per pianoforte N. 23 in fa minore Op. 57 "Appassionata"

-    Allegro assai
-    Andante con moto
-    Allegro ma non troppo


Sonata per pianoforte N. 32 in do minore Op. 111

-    Maestoso. Allegro con brio ed appassionato
-    Arietta. Adagio molto semplice cantabile

Pianoforte, Massimiliano Ferrati


Viviamo strani tempi, inclementi, in cui una drammatica pandemia ha ristretto di molto le nostre libertà personali, la possibilità di muoverci, d'incontrare senza patemi i nostri amici, di sentire il calore delle persone che ci stanno intorno nelle sale da musica, per esempio, che magari sino a ieri eravamo abituati a frequentare. Non desidero commentare le decisioni che impongono i DPCM, non voglio entrarci perché non è questa la sede adatta per farlo, mi limito a dire che il fatto di chiudere teatri e auditorium appare del tutto illogico (anche se, in realtà, una sua logica la ha ed è quella di considerare come "irrilevante" da parte delle nostre istituzioni l'attività e la fruizione musicale). E nessuno mai riuscirà a convincermi che un teatro, ligio alle disposizioni di sicurezza anti COVID-19, sia luogo più pericoloso di un mercato rionale, pieno come un uovo di gente. Dopo aver cliccato sul link, ecco apparire sullo schermo del mio PC una grande sala, completamente priva di pubblico, immersa all'inizio in un silenzio assordante, rotto in seguito dal nostro valentissimo pianista, Massimiliano Ferrati, nell'atto di suonarci questi capolavori assoluti. Ma basta il fuoco sacro dell'artista a colmare il vuoto circostante? Se ci pensiamo bene, la risposta non può che essere affermativa, poichè tutte quelle persone che avrebbero dovuto riempire le poltrone del Teatro Mario Del Monaco di Treviso sono a casa loro, comodamente sedute davanti a un computer oppure con in mano il loro Smartphone o Tablet. Sono lì, e questo è un confortante dato di fatto, anche se assistere a un evento dal vivo è tutt'altra cosa.

Ma la relativa semplificazione di cui inevitabilmente soffre un evento registrato, non ci priva d'altro canto di alcuni vantaggi, soprattutto quando è realizzato con elevata professionalità, come questo, cioè con una qualità video e audio davvero pregevole (ascoltate in cuffia, mi raccomando!). Riprese in lento avvicinamento conducono dritte dritte a pochi metri dal palcoscenico, sino a inquadrare molto da presso le mani del nostro esecutore, cosa negata a chi siede tra il pubblico, per apprezzare in pieno la sua smagliante tecnica di dito, mentre un'inquadratura da prospettiva diversa ci consente di vedere il suo volto, non meno significativamente, con i soprassalti emozionali che lo scuotono, l'estrema concentrazione e, alla fine, la grande fatica di aver dovuto sostenere un programma da far tremare le vene ai polsi. A volte la copertina non è superflua, di rito, se tale possiamo considerare la bella intervista che precede il concerto vero e proprio, anzi lascia presagire e integra la materia sonora che ci attraverserà, la storia, il senso e le sensazioni dell'opera che visiteremo, o, se volete, ci visiterà. È quindi utile soffermarsi un po' su di essa, inquadrandola come cappello a un recital concepito per essere il personale omaggio del Teatro Stabile Veneto della città di Treviso al duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven. Nel programma di sala ci vengono offerte tre di quelle trentadue sonate per pianoforte che tanto emblematiche sono dal punto di vista del percorso artistico e umano di Beethoven.



Parliamo di tre importanti tappe della sua produzione; in un'ideale panoramica su due delle tre fasi costituenti lo straordinario iter beethoveniano, trascorrono la Sonata N. 21 "Waldstein", la Sonata N. 23 "Appassionata" e l'estrema N. 32 in Do minore Op. 111, ultima del ciclo. Il maestro Ferrati spiega le ragioni di questa scelta, che è stata fatta sulla base della sua personale sensibilità: "Quello che io provo per Beethoven"; si tratta di sonate che il maestro adriese ha eseguito molto spesso nel corso della sua carriera e nelle quali s'identifica in modo speciale. Molto vicine sono le prime due, Waldstein e Appassionata, composte rispettivamente nel 1803-1804 e 1804-1805, per fugare ogni dubbio su un eventuale criterio di geometrica progressione temporale. Queste appartengono al periodo centrale della vicenda artistica beethoveniana, il cosiddetto "Eroico", che si estende tra il 1802 e 1812, mentre l'Op. 111 si colloca nel terzo e ultimo, quello che i musicologi pongono tra il 1818 e il 1827, anno quest'ultimo della sua scomparsa. Galeotto fu nel periodo di mezzo l'approccio con il pianoforte Erard, uno strumento dotato di maggiori possibilità timbriche ed espressive rispetto ai precedenti, il quale certamente stimolò la voglia di sperimentazione già naturalmente presente nel DNA di Beethoven. Un particolare tecnico, che può aiutare l'ascoltatore a comprendere il formarsi di certe intense sensazioni: "Nella Waldstein ci sono delle ricerche nuove, sperimentali, come i pedali molto lunghi e la sovrapposizione di tonica e dominante, specialmente nel conclusivo Rondò: Allegretto grazioso.

E così pure nell'Appassionata troviamo una pedalizzazione accentuata, atta a creare un grande pathos." Nemico di una quieta routine, Beethoven era sempre alla ricerca di qualcosa d'inedito, impegnato in un incessante lavorio sulla forma, che alla fine ne risulterà stravolta. Le prime due sonate, come d'altronde succede in diverse opere beethoveniane, si videro aggiungere dagli editori delle denominazioni che facessero da richiamo "commerciale", così anche per la "Chiaro di luna" o la "Patetica", allo scopo di promuovere in qualche modo la loro diffusione. L'approfondimento espressivo dell'ultimo Beethoven assume i caratteri del prodigioso, sono opere destinate a coinvolgere completamente l'animo dell'ascoltatore, catalizzatrici di sentimenti profondissimi e del tutto interiori. Nella trendaduesima sonata c'è l'approdo a un'altissima cifra artistica, contraddistinta da bagliori di enigmaticità commisti a laceranti confessioni. Ancora oggi si dicute sulla sua semantica musicale, ricercando una visione che sia realmente definitiva, ammesso che sia possibile raggiungerla. Così come emblematica rimane la sua ripartizione nei due soli movimenti del "Maestoso - Allegro con brio ed appassionato" e "Arietta: Adagio molto semplice e cantabile", a suggerire il calare in sordina di un sipario dove non c'è più posto per clamorose esternazioni, ma soltanto per la commozione. Dice il maestro Ferrati a proposito del suo incipit: "In questa Op. 111 abbiamo un'introduzione con i tre accordi diminuiti che rappresentano i dodici semitoni, quindi in poche battute abbiamo già tutti i suoni che esistono in musica."



Ma chi è questo pianista che vediamo raggiungere con passo sicuro il palcoscenico? È Massimiliano Ferrati, certamente uno dei maggiori artisti che animano la scena internazionale, uno di quegli uomini che fa onore al nostro Paese. Vincitore di premi fin da giovanissimo in diversi concorsi nazionali, come il "Muzio Clementi" di Firenze (primo premio), il "Marco Bramanti" di Forte dei Marmi (primo premio in due edizioni consecutive), Premio Venezia-Teatro La Fenice (secondo premio). Eventi valido trampolino di lancio per una brillante carriera internazionale, così come i riconoscimenti che ha avuto nei numerosi concorsi internazionali membri della Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique (FMCIM). Appartenenti a quest'ambito sono l'"Alessandro Casagrande" di Terni, il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni di Bolzano, il "Guardian International Piano Competition" di Dublino, l'"Esther Honens" di Calgary, l'"UNISA International Piano Competition" di Pretoria ("Special Prize" per l'esecuzione di un brano di repertorio russo). Per passi successivi si giunge al 1998, anno in cui vince il primo premio al Concorso Pianistico Internazionale "Rina Sala Gallo" di Monza. Nel 2001 riceve la Bronze Medal al X International Piano Competition "Arthur Rubinstein International Piano Master Competition" di Tel Aviv, un concorso molto importante per la sua risonanza internazionale.

La sua intensa attività concertistica lo ha portato a esibirsi in prestigiosi teatri e sale sia in Italia che all'estero, tra l'altro nella nostra Sala "G. Verdi" del Conservatorio di Milano, all'Auditorium Rai di Torino, al Gran Teatro La Fenice di Venezia, al Teatro Comunale "G. Verdi", Teatro Comunale (Treviso) e numerosi altri, tra cui anche la Salle Cortot di Parigi e il Mann Auditorium di Tel Aviv. Numerose sono anche le sue collaborazioni con orchestre, come la Calgary Philharmonic Orchestra, l'Orchestra Filarmonica d'Israele, l'Orchestra Sinfonica di Mosca, la National Symphony Orchestra of Ireland, l'Orchestra di Padova e del Veneto, l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, l'Orchestra di Roma e del Lazio, l'Orchestra Roma Sinfonietta, Orchestra Filarmonica Marchigiana. Rimarchevole è pure il suo impegno in qualità di didatta, attività cui si dedica con passione, essendo sovente docente in masterclass internazionali e nei conservatori italiani. È attualmente insegnante di Pianoforte Principale presso il Conservatorio "A. Steffani" di Castelfranco Veneto a Treviso. Non faccio fatica a comprendere, sin dagli accordi ribattuti iniziali della Waldstein, di che pasta sia fatto, la sua forte tempra di concertista, il gesto teatrale incarnato in una mimica significativa di una forte partecipazione emotiva, pur nel notevole controllo sulla partitura. Sono doti che risaltano in maniera cristallina e rendono giustizia a due sonate inquadrate dai musicologi nella cosiddetta "seconda maniera", un periodo d'intensa eccitazione sperimentativa, dove trovano conciliazione profondità d'ispirazione e la ricerca di un virtuosismo strumentale che dia a esse una nuova e più potente veste espressiva.



La Waldstein è disseminata di difficoltà tecniche il cui livello arriva facilmente al trascendentale, affrontate con sicurezza e senza il minimo impaccio da parte di Massimiliano Ferrati, tanto da conferire al fremito vitale insito in questa sonata il più consono slancio vitalistico. Nel primo movimento, a partire dall'ultimo quarto della nona misura compaiono delle veloci figurazioni di quartine di semicrome, che lui sgrana con grande brillantezza e altrettante chiarezza; complice l'ottima qualità della ripresa audio, giungono in maniera limpida all'orecchio di chi ascolta. Molto diverso si affaccia il secondo tema "Dolce e molto ligato", mostrando un carattere che si potrebbe ritenere diametralmente opposto a quello fibrillante del primo tema. Tra le caratteristiche tecniche fondamentali che risaltano in questo primo tempo, e che Ferrati affronta con successo, ci sono proprio la rimarchevole reattività al ribattuto, la scioltezza nelle figurazione veloci, un legato molto uniforme e una pedalizzazione che deve conferire pathos alla dialettica. Questa sorta d'incontenibile esagitazione si acquieta nelle profondità del secondo movimento, l'Introduzione. Adagio molto nella tonalità di fa maggiore e tempo di 6/8, che assume la ieratica, pacificante semantica di un corale. Beethoven, genio dai forti contrasti, qui sviluppa un'andamento rarefatto, tra sospiri e reminiscenze, dove si ferma a meditare prima di riprendere quel febbrile impulso motorio che si era acceso nel primo movimento. Il terzo movimento Rondò. Allegretto moderato esordisce in maniera quasi liberatoria, allenta la tensione alternando i vari episodi con un refrain tutto sommato semplice, che scorre con soavità sostenuto da un ricamo di semicrome da eseguire "sempre pianissimo", in un'evanescenza che, tuttavia, non le rende nella lettura di Massimiliano Ferrati confusamente indistinte.

La chiarezza dell'articolazione viene conservata sempre e comunque, anche nella situazione limite di un impalpabile pianissimo. Si ravvivano quindi i fasti di una scrittura radiosa, che si anima anche nel movimento finale, energico e scintillante con il suo rapido scorribandare di semicrome e biscrome. Nella frenetica chiusa in Prestissimo si conclude questa mirabolante sonata. Indubbiamente audace la scelta di riproporre l'Appassionata, vale a dire una sonata arcinota di Beethoven e che quindi rischia d'incorrere in quel fenomeno tanto ben descritto in un aforisma di Antoine de Saint-Exupéry: "Quando si guardano troppo, anche le stelle diventano insignificanti." Ma la spaventosa energia, che rasenta nel finale il devastante e il selvaggio, che sprigiona quest'opera non può mancare ogni volta di colpire. È una furia che si scatena affiorando da meandri sotterranei, evocati dal profondissimo accordo contenuto all'incipit della seconda misura. In questo, a differenza di quello che avveniva a quel tempo, dove venivano messe più o meno delle distanze a un'ottava ed entrambe le mani suonavano le stesse note ma vicine nel registro, viene posizionato da Beethoven molto giù, nel registro più grave del fortepiano dell'epoca, e la mano destra due ottave sopra. Si evoca in questo modo una profondita abissale, minacciosa e presaga dell'imminente scatenarsi di forze oscure. Tuttavia, non è soltanto l'eccesso di popolarità ad aver nuociuto nel tempo alla Sonata N. 23, che è afflitta anche dallo stereotipo del titano in sempiterna lotta con il suo destino e con la superficialità del mondo che lo circonda.



Sono quelle stesse incrostazioni di patetismo alla Sturm und Drang che Ferrati pulisce, sgrassa con la sua preclara lucidità analitica, in un'opera di snebbiamento dai cliché del tutto significativa. Una meticolosità (e in questo consiste anche il valore della sua lettura) che comunque non priva di un briciolo l'altissimo contenuto emotivo che ha reso immortale l'Appassionata, consentendo il viraggio di colori che troppo spesso si sono voluti alquanto grevi, dal rosso carico all'azzurrino. C'è molta volontà di catarsi nella sua interpretazione, in ragione della riconquista di una verginità musicale, di uno smalto che si è perso con il tempo. La potenza che preme alla gola dell'Allegro assai, un'energia che si fa fatica a contenere e che può facilmente prendere la mano a qualsiasi interprete, che scalpita nella fretta di essere esternata sino ad esplodere, qui viene non repressa, ma attentamente tenuta sotto controllo. Tutto, sembra suggerire la sua visione interpretativa, dev'essere ricondotto al rigore, all'equilibrio. L'Andante con moto ha un carattere di grande fluidità discorsiva, qui ravvisiamo gli esiti di un'approfondita ricerca timbrica che investe i tre registri principali dello strumento: il grave, medio e acuto. Sono quelle tre regioni in cui viene variata una melodia iniziale tutto sommato semplice, secondo alcuni derivante da un canto popolare natalizio, dando scaturigine a tre variazioni che vengono genialmente articolate anche sul piano armonico in celestiali volute di suono. Il maestro Ferrati le adorna di un pianismo che emerge con delicatezza, che non indugia soffermandosi troppo sul particolare ma offre un passo disinvolto e scorrevole che accentua quel carattere di levità che hanno "in nuce".

Il meraviglioso arabesco che si va progressivamente formando sotto le sue mani rende palese l'indagine timbrica operata sul pianoforte da Beethoven; la partitura abbonda di segni dinamici come "sfp", frequenti sono le forcelle dinamiche, gli "sf", le quartine di biscrome da suonare in piano. L'Allegro ma non troppo esordisce con delle energiche sferzate di accordi in "ff" pedalizzati, a creare quasi un effetto "shock". È un finale travolgente, che sviluppa una forza quasi barbarica, soprattutto nelle ostinate crome del demoniaco Presto: un'energia cieca, distruttiva, che ogni cosa travolge nel suo passaggio. Le velocissime quartine di semicrome scorrono turbinose, non fa sconti di velocità il maestro Ferrati, le affronta con sprezzo del pericolo a un ritmo davvero al fulmicotone, concludendo in maniera elettrizzante uno dei massimi capolavori dell'arte pianistica. Ludwig van Beethoven, in risposta all'amico Schindler che gli aveva domandato per quale motivo all'Op. 111 mancasse un movimento finale, disse ironicamente che non aveva avuto il tempo di comporlo. Una risposta data probabilmente d'istinto, per sbarazzarsi rapidamente di una domanda che era in realtà inopportuna. Alla trentaduesima e ultima sonata beethoveniana non manca davvero nulla per avere dignità di testamento spirituale, bastano i due movimenti concepiti dall'autore.



Nella sublime Arietta. Adagio molto semplice cantabile, Massimiliano Ferrati asseconda meravigliosamente quel procedere erratico dell'ultimo Beethoven, dove il gesto eroico della seconda fase diventa spettro di se stesso, disperso in una frastagliatura espressiva che tende a spezzarlo subito dopo averlo costruito, interrotto da una fioritura continua d'idee musicali le quali, con la loro urgenza, voglio venire alla luce frantumando il discorso formale in mille rivoli. Un percorso men che meno rigido ma esposto al vario e all'eventuale. Beethoven ci pone di fronte alla tragica condizione di essere arrivato alla fine del suo percorso umano e artistico, alle consapevolezze ultime, a quel processo quasi metastatico di germinazione che arriva a stravolgere, con l'enorme potenza del suo intelletto, un'arietta dalla semplicità disarmante. Il tema a volte sembra a sospeso sull'orlo di un abisso, in altri momenti si staglia su uno sfondo celeste, in altri ancora si smarrisce tra nostalgie e indicibili tenerezze. Nella variazione Beethoven ripone tutta la sua capacità trasfigurante, la sua miracolosa capacità di plasmare la materia sonora a suo piacimento, facendogli assumere le più eterogenee sembianze. Pensiamo a cosa era stato in grado di edificare con le Variazioni Diabelli Op. 120. Il pianista adriese ci regala una lettura tersa, trasparente e accorata, testimone della sua acuta capacità di penetranza in una materia che lui conosce a fondo. Nell'Arietta la melodia è frutto di una notevole diastasi tra la profondità del basso e l'altezza del tema, proprio in termini di estensione delle note, con un effetto straniante; è l'avvisaglia di un qualcosa d'altro, d'inquietante, che si mimetizza dietro un semplicissimo motivo fatto di poche note. Alla fine un commiato, un ultimo saluto, che Ferrati fa suo restituendocelo sotto il filtro della sua nobilissima arte.

Chapeau maestro Ferrati!


Alfredo Di Pietro

Gennaio 2021


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