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 Ottorino Respighi - Le opere per pianoforte a quattro mani - Gabriele Baldocci e Francesco Caramiello Minimizar


 

 

Francesco Saverio Caramiello si affaccia al panorama musicale nostrano e internazionale come pianista schivo, distante dai clamori dello Star System. Non è certamente l'esordiente da tenere d'occhio né il giovane che magari ha appena vinto un concorso pianistico di rilievo e vuole farsi strada nel competitivo ambito concertistico. È "semplicemente" uno strumentista da tempo affermato che non si è mai lanciato in strillonerie da marketing perché il suo carattere riservato, la sua nobiltà d'animo e l'innata eleganza glielo impediscono. Le sua storia e e le sue qualità artistiche s'incrociano in questo "Ottorino Respighi - Le opere per pianoforte a quattro mani" con quelle del valentissimo Gabriele Baldocci, livornese, di cui so, colpevolmente, molto meno. Un musicista definito da Jed Distler sul Gramophone come "Un pianista di formidabili capacità", che ha tenuto concerti in luoghi prestigiosi come la Tonhalle di Zurigo, il Musikverein di Vienna, il Parco della Musica di Roma e altri templi della musica. È noto per essersi esibito con la grande pianista argentina Martha Argerich, inoltre impegnato in un progetto di grande rilievo, iniziato nel 2012, che prevede l'esecuzione e la registrazione del corpus di Sinfonie beethoveniane trascritte da Liszt per pianoforte solo. Già solo questo la dice lunga sulle sue capacità strumentali. Più di recente si è impegnato anche come direttore d'orchestra, collaborando con importanti formazioni in Europa e in America.

Mi fermo qui è faccio ammenda, ripromettendomi di approfondire la sua conoscenza in futuro, anche se quest'album mi ha consentito di apprezzare come il suo portamento pianistico si sia rivelato molto coerente con quello del suo collega, sia per quanto riguarda lo stile che le dinamiche, sempre accuratamente calibrate in un contesto di rimarchevole omogeneità timbrica. Rammento la mia prima presa di contatto con Caramiello, musicista sofisticato e molto personale, risalente a qualche anno or sono, quando rimasi letteralmente incantato dalla sua interpretazione di "Hommage à Rameau" del francese Claude Debussy (complice l'onnipresente YouTube). A onor del vero, non c'è assolutamente bisogno di approfondite analisi da addetti ai lavori per comprenderne subito l'incantevole cifra artistica, ma è sufficiente inserire un suo dischetto argentato nel lettore digitale e ascoltare uno dei tanti pezzi che ha registrato, per esempio la Sinfonia Festosa (Ouverture de fête), prima traccia del CD "Giovanni Sgambati: The Complete Piano Works Vol. 7", suonato insieme a un altro campione del pianismo italiano, Francesco Libetta. L'arte deve porgersi con generosità a chi ascolta, chiunque esso sia, senza intellettualistiche interposizioni. Caramiello nasce a Napoli nel 1964. Si diploma al Conservatorio "San Pietro a Majella" in pianoforte con il massimo dei voti e la lode, allievo di Vincenzo Vitale e di Massimo Bertucci, e in composizione sotto la guida di Bruno Mazzotta.

Ha suonato con prestigiose orchestre come la Philharmonia Orchestra, Nürnberger Philharmoniker, Orchestra giovanile del Mozarteum di Salisburgo, Orchestra Sinfonica Siciliana, Orchestra del Teatro Comunale di Cagliari, esibendosi fra l'altro al Barbican Centre di Londra, alla Philharmonie di Nürnberg, al Merkin Concert Hall di New York, al Teatro Golden di Palermo, al Teatro di San Carlo di Napoli, al Teatro Comunale di Cagliari, in Norvegia al "Festspillene" di Bergen e in Giappone all'Università di Chubu e nell'Auditorium di Nagoya. Tiene concerti anche su strumenti antichi e si dedica alla riscoperta del repertorio di autori italiani, come testimoniano le sue registrazioni di Giovanni Sgambati, di cui ha inciso l'integrale per pianoforte, la musica da camera e il Concerto per pianoforte e orchestra in sol minore Op. 15. Non minore attenzione ha dedicato a un altro dei suoi autori prediletti, Giuseppe Martucci, e registrato brani di Dohler, Paer, Ricci con altri tre musicisti, suonando su un Pleyel del 1862 (Opus 111) nell'album Salon Napolitaine. Dimostrando grande versatilità, ha inoltre registrato un CD dedicato a Ives, Copland e Carter (per l'etichetta Agorà) e, in collaborazione con altri pianisti provenienti dalla stessa scuola, la tecnicamente mirabolante "Die Kunst der Fingerfertigkeit Op. 740 di Carl Czerny, la quale ci consente di apprezzare anche le sue qualità d'impeccabile virtuoso. Altre cose che un formale curriculum, per quanto esaustivo, non può dire, trapelano dalla pregnante intervista che il maestro napoletano ebbe la bontà di concedermi nell'agosto 2019, in particolare l'essere nato in un ambiente familiare che gli ha permesso l'emersione e lo sviluppo delle sue grandi qualità.

Ci racconta: "... da piccolo andavo scoprendo in casa strumenti musicali. Ma più che questi era la loro memoria ad incuriosirmi, perché questi strumenti avevano tutti una storia da raccontarmi, una storia lontana che per vari motivi non interessava più a nessuno. Tuttavia la loro presenza si imponeva: si trattava di quattro arpe Erard delle quali due Impero a doppio meccanismo e due a triplo della seconda metà dell'Ottocento, tre pianoforti, dei quali uno piccolo da tavolo del primo Ottocento, un verticale Kraus degli anni '10, un mezza coda Mason & Hamlin degli anni '30, un armonium, un harmoniflûte, un violino, un mandolino Vinaccia ed infine una gusla montenegrina! Grazie a mia nonna seppi che il mio bisavo Giovanni era stato caposcuola della grande tradizione arpistica a Napoli e maestro di Elena del Montenegro e che suo fratello Sebastiano era stato arpista alla corte dello zar Alessandro III. Ho fatto così in tempo a godere della presenza di questi oggetti, superstiti di un'altra epoca, così come di conoscere personaggi straordinari della mia famiglia. Fra questi mio nonno, che era stato sindaco di Ercolano, appassionato di archeologia e mecenate, oltre che ultimo conservatore di un patrimonio, anche storico e culturale, andato poi in parte perduto. Era un personaggio singolare ché fra i suoi hobby aveva quello delle orchidee, che coltivava in enormi serre, tanto che in una casetta in fondo all’azienda viveva un giardiniere che se ne occupava, Libereso Guglielmi, grande amico di Italo Calvino, il quale a questi aveva dedicato la sua prima raccolta di racconti e che lo aveva ispirato nel personaggio di Cosimo ne Il Barone Rampante (anche i nomi dei suoi familiari erano calviniani: Germinale, Ominia).

Ero però più legato a mia nonna, che si era diplomata in arpa col suocero Giovanni, e ai suoi fratelli, una facoltosa famiglia di industriali di origine italiana in Brasile, e fra questi soprattutto mi incuriosiva Ciccillo Matarazzo, che era stato un importantissimo mecenate, amico dei più grandi artisti del Novecento. Assieme ai cataloghi della Biennale, che si svolgeva in un enorme museo costruito a San Paolo a sue spese, che puntualmente ci spediva, vi erano sempre dei dischi per me e fra questi ricordo La mer di Debussy diretta da Toscanini, che a quell’epoca trovai però insopportabile, perché avevo cinque anni e avevo voglia solo di ascoltare i Valzer di Chopin e poco altro! Ciccillo lasciò in eredità allo stato anche la sua collezione personale, contenente fra l'altro una cinquantina di quadri di Picasso, Chagal, Mirò e di altri importati pittori. Ogni anno faceva visita a mia nonna, lo ricordo benissimo seduto, posato il suo bastone, con il bicchiere di whisky in mano, ad ascoltare le mie modestissime improvvisazioni al pianoforte, come fossero una cosa serissima. Fu lui a far arrivare per mia zia, una pianista dilettante, dagli Stati Uniti quell’incredibile Mason & Hamlin, altrimenti inspiegabile a Napoli! Non mancarono per me quindi né fonti di ispirazione, né personaggi che avrebbero potuto spronarmi a intraprendere degli studi seri, ma, come dicevo, il tutto finì piuttosto presto e rimase per me solo un bel ricordo (più tardi scoprii, per esempio, che il padre di mia nonna aveva avuto una relazione con Guiomar Noaves della quale era stato mecenate).

La generazione successiva è stata sciagurata: per esempio alle arpe erano state tolte le corde per evitare che mia nonna potesse riprendere a suonarle, in quanto mia zia aveva maturato la bizzarra convinzione che sarebbe accaduta una disgrazia ogni qualvolta lo facesse, e fra l'altro faceva tremende scenate se mi sorprendeva a suonare di nascosto il suo pianoforte a coda. Ma, per quello che ricordo, aveva un grande talento e suonava magnificamente molti brani di Chopin, ma solo quando ne aveva voglia, quasi mai alle mie richieste, e anche questo mi ha spinto a interessarmi al pianoforte piuttosto che all'arpa, che non ho mai potuto ascoltare. D'altra parte i miei genitori erano totalmente disinteressati a me; devo invece al fratello di mia madre, direttore di banca e appassionato di musica, se ho avuto l’opportunità, molto più tardi, di poter studiare seriamente il pianoforte: dapprima con un suo antico amico di scuola e poi con Vincenzo Vitale. Con quest'ultimo recuperai molto rapidamente il tempo perduto, ma dopo soli due anni il Maestro finì improvvisamente. Ho quindi proseguito gli studi a lungo con Massimo Bertucci e mi sono perfezionato con Aldo Ciccolini. Ancor oggi sento la necessità di farmi ascoltare ogni tanto dal mio maestro Bertucci! Mi sono inoltre diplomato in composizione sotto la guida di Bruno Mazzotta, caposcuola napoletano e grande maestro di contrappunto."  Uno dei primi interrogativi che possono assalire l'ascoltatore è come questi due capolavori, I pini di Roma e Le fontane di Roma, appartenenti alla cosiddetta trilogia romana di Ottorino Respighi e pensati per un composito organico orchestrale, possano contemperare la loro magniloquenza orchestrale con la trascrizione per pianoforte a quattro mani che lo stesso autore stilò.

La risposta si può trovare nella medesima natura strumentale del pianoforte (in questo caso arricchito da altre due mani), nella sua capacità polifonica e in una neutralità di base che l'esecutore può plasmare a piacimento grazie alle sue abilità di tocco, tecnica di dito e gestione del pedale, che in questo CD sono esemplari, piegate con perizia alla suggestiva ricreazione di variopinti timbri strumentali. Un compito probabilmente reso più arduo dalla presenza di strumenti piuttosto inconsueti come il tam-tam, la raganella, il glockenspiel e la celesta, senza trascurare la riproduzione (ai tempi fonografica) del canto dell'usignolo. La prima lunga traccia ingloba I pini di Roma, poema sinfonico composto nel 1924 ed eseguito per la prima volta al Teatro Augusteo di Roma il 14 dicembre 1924, sotto la direzione di Bernardino Molinari. L'accoglienza del lavoro alla "première" non esordì nel migliore dei modi: l'esecuzione del primo numero, I Pini di Villa Borghese, fu disturbata dal rumoreggiare del pubblico (nelle cronache dell'epoca si parla di fischi e zittii), che tuttavia rapidamente sparì per lasciare posto al successo, che alla fine fu strepitoso. Non un fuoco di paglia, visti i numerosi riconoscimenti e la diffusione internazionale. Questo poema sinfonico non nasconde il suo intento descrittivo, sin dalle note esplicative che Respighi ha posto sulle partiture come premessa ai singoli brani. Quattro luoghi diversi di Roma con dei pini che fanno da sfondo nel corso delle ore della giornata. Grazie alla sua grande abilità di orchestratore, sicuramente sviluppatasi quando ricopriva il posto di prima viola presso il Teatro di Pietroburgo e seguiva i corsi di Nikolaj Rimski-Korsakov, Respighi dipinge quattro affreschi ricchi di suggestioni.

Ne "I pini di Villa Borghese" troviamo dei bambini che giocano chiassosamente a fare i soldati, simulando una marcia nella pineta. Il fascino di questo brano sta nei ritmi particolarmente vivaci, affidati a una variopinta orchestra, impegnata a ricreare il festoso "climax" dei girotondi e delle fanfare militaresche. Il nostro duo pianistico esordisce con un argenteo scintillio che ci cala immediatamente in un'atmosfera giocosa, la brillante introduzione viene eseguita con libertà ed è sintomatica di una capacità evocativa fuori dal comune. Segue una citazione che costituisce il tema principale: il saltellante motivo della filastrocca "Oh quante belle figlie Madama Dorè", suonato nella versione orchestrale dal corno inglese, fagotti e corni. Dal veloce 2/8 si passa al 3/8 con il secondo motivo che i flauti rendono incisivamente su un tappeto di trilli. Il quadro si chiude con la ricomparsa del girotondo, intrecciato con squilli di marce in un incalzante crescendo che s'interrompe bruscamente per lasciar spazio a un secondo movimento dal carattere pressoché opposto: "Pini presso una catacomba". Incede un canto cupo e maestoso che descrive una pineta nei pressi di una catacomba della campagna romana. Emerge un "humus" sotterraneo, meditabondo, come una musica che affiora in superficie dopo aver attraversato le profondità dell'Ade. Si sentono i rintocchi gravi di una campana, mentre nella partitura originale una tromba sola intona un inno mariano. Si leva allora verso la luce una salmodia che man mano prende vigore e vita in un solenne crescendo, prima che il suo dissolversi ci riconduca alla lugubre atmosfera iniziale.

"I Pini del Gianicolo" segnano un ulteriore cambio espressivo, la scena è di ambientazione notturna, si consuma nelle vicinanze di un tempio del dio Giano dell'antica Roma, precisamente sulla collina del Gianicolo. L'atmosfera è assimilabile a quella di un'estatica pastorale, in cui si sente il canto di un usignolo. Cosa sino ad allora mai escogitata, in partitura si cita una registrazione riprodotta su di un fonografo Brunswick Panatrope. Al clima idilliaco notturno contribuisce il gocciolio dell'acqua dalla fontana. Il poema sinfonico si conclude con "I Pini della Via Appia", qui entrano in scena gli alti pini lungo l'antica strada consolare romana Via Appia. Dopo un'alba immersa nella nebbia, un sole progressivamente più intenso illumina una legione che avanza imperiosamente. Il tempo di marcia è scandito in modo inesorabile dal secondo pianista tramite una serie di crome puntate in cui si alternano accordi formati da diadi e triadi e note singole. Una sorta di martellare cupo e imo che comincia in "pppp" per terminare nell'apoteosi in "ffff". Al pianoforte tocca il difficile compito che nella partitura orchestrale è affidato all'organo con i suoi registri all'8', 16' e 32' del pedale. Un trionfo, annunciato da un lungo crescendo, che segna l'approdo delle legioni nello splendore del Campidoglio, "stranamente" preceduto da una melodia di carattere esotico, quasi una danza orientale. La musica fluisce con una declamazione mai arrogante (ed è proprio questo uno dei "segreti" del pianismo di Caramiello e Baldocci) e trova la cifra di una magniloquenza ampia e avvolgente in cui sostanzialmente manca la prepotenza, intesa come mera affermazione di sé.

Sotto le spoglie di una superiore levità, che non significa assolutamente superficialità, passano sotto i nostri occhi delle immagini ora stampate a fuoco ora dalle tinte pastello, sempre tratteggiate con singolare maestria. C'è un sottile paradosso in quest'interpretazione, il manifestarsi di una forza alla quale è difficile resistere ma che trae tuttavia la sua potenza non da un irruente assertività. Intercalate tra i due celeberrimi lavori sinfonici, che rappresentano gli estremi di questo CD e il massimo del fasto orchestrale, troviamo le Antiche arie e danze per liuto (Prima e Seconda Suite); incastonati fra queste ci sono i deliziosi Sei piccoli pezzi, soltanto questi realmente pensati per il pianoforte a quattro mani. Le prime sono una raccolta di trascrizioni da brani per liuto composti nel XVI e XVII secolo, suddivisi in tre Suites dal vario organico orchestrale; presentano un ensemble ridotto rispetto a quello riservato per i Pini e le Fontane, anche se la seconda prevede l'impiego di un'orchestra più ampia, con l'aggiunta dei clarinetti e della celesta. Sono lavori che trovano la loro collocazione temporale nella prima metà del '900, rispettivamente nel 1917 la Prima suite, nel 1923 la Seconda e nel 1931 la Terza, poi ricomposte e riordinate nel 1937 da Elsa Respighi, moglie di Ottorino. Il Balletto "Il conte Orlando", la Gagliarda, la Villanella, il Passo mezzo e Mascherada scorrono con portentosa freschezza, la trascrizione viene concepita con libertà dall'autore ma i riferimenti sono ben precisi: il Balletto introduttivo è una composizione di Simone Molinaro, Vincenzo Galilei (padre del grande astronomo) è l'autore della Gagliarda, mentre la Villanella e il Passo mezzo sono di autori anonimi.

In questa, come anche nella Seconda, brio, vitalità ed effervescenza ritmica la fanno da padrone. Ottorino Respighi in queste quattro brevi composizioni mira alla rievocazione di un'anima diversa da quella manifestata nei Pini e nelle Fontane, in uno spirito da ricondurre direttamente alla musicale popolare del periodo rinascimentale italiano (l'italianità è una sorta di filo rosso nelle sue composizioni). Si parte da una base di rispetto, anche per le tipicità armoniche proprie del tempo e per l'indole espressiva che caratterizza ciascun brano. Non dissimile dalla Prima è la Seconda Suite, pubblicata nel 1923, anch'essa suddivisa in quattro movimenti; uguale anche l'esordio con il Balletto di Fabrizio Caroso "Laura Soave", che ha però una più complessa articolazione: Gagliarda, Saltarello e Canario. Segue la Danza Rustica del maestro di liuto Jean-Baptiste Besard (il suo nome ritornerà nella Terza suite), un autore in questo caso francese e non italiano. Un'Aria e una Bergamasca concludono in bellezza la Seconda Suite. Si tratta di due suggestive composizioni attribuite la prima al padre domenicano francese Marin Mersenne e la seconda a Bernardo Gianoncelli, detto anche il Bernardello. Qui Caramiello e Baldocci sembrano riprendere fiato dopo il "tour de force" dei Pini di Roma, si concedono una pausa anche se nelle Suite i momenti di sfavillante virtuosismo, o quanto meno di disinvolta e veloce scorrevolezza, non mancano. Pensiamo soltanto alla parte finale del Passo mezzo e Mascherada, con i suoi improvvisi mutamenti di ritmo e tempo. Il giocoso e gioioso rincorrersi sulla tastiera non diventa mai un alibi per mettere in second'ordine gli aspetti strutturali di ogni brano, che vengono evidenziati con chiarezza e rigore a tutto vantaggio della vitalità poetica.

Su tutto aleggia costantemente la signorilità di tocco e un gusto che conferisce all'ascolto un'alta godibilità sensoriale. Meravigliosi pittori si rivelano Francesco Saverio Caramiello e Gabriele Baldocci, in possesso di una formidabile tavolozza di colori che usano sapientemente per colorare alla perfezione ogni particolare dei loro dipinti. Tradotto in termini pianistici, se venisse a mancare la sensibilità per le sfumature dinamiche, la ricerca del fraseggio ideale per ogni situazione e l'attitudine a trasformare in immagine l'itinerario melodico, credo proprio che questi brani perderebbero gran parte del loro "appeal". Come dicevo, tra una Suite e l'altra sono inframmezzati I Sei piccoli pezzi, dedicati al mondo infantile e accostabili al tenue intimismo dei brani di Theodor Döhler nell'album Salon Napolitain, amabilità di stampo partenopeo a parte. Così, una gemma musicale come Cannetella Op. 62 non avrebbe difficoltà a intrufolarsi tra loro senza risultare inopportuna, non provocando soluzioni di continuo espressive, magari ascoltata subito dopo il primo brano. Eloquente nei Sei Pezzi è la partitura, la quale rivela una scrittura semplice ma raffinata, riconoscibile sin dalla Romanza (Andantino mosso in 4/4) con i suoi diminuendo e poco ritardando, con le forcelle dinamiche che dal forte portano al mezzoforte in un equilibrio il cui rispetto è fondamentale perché il quadretto emerga con le sue giuste tinte pastello. Nel canto di caccia siciliano, un Allegro in 12/8 molto breve, l'andamento e il ritmo sono più incisivi, la visione qui assume una maggior robustezza di contorni, al termine assistiamo a un curioso "affrettando".

Un cullante Andantino in 6/8 si affaccia nella Canzone Armena, dolce e rilassata ma con dei piccoli soprassalti dinamici che vanno attentamente calibrati. Leggiamo in partitura alla decima battuta "un poco agitato", ma quel poco dev'essere reso come un soffio vitale appena percepibile che non deve assolutamente turbare l'incanto. In "Natale, Natale!" c'è tutta la gioia, l'entusiasmo infantile di vivere la festività. Dopo la Cantilena Scozzese, la conclusione arriva con un marcatamente cadenzato Tempo di Marcia. Con Fontane di Roma, sedicesima e ultima traccia del CD, si ritorna a quella produzione sinfonica di ampio respiro, non immune da ammiccamenti impressionistici, che riesce nell'intento di congiungere il senso della natura con l'amore per le tradizioni popolari. Un'operazione ancor più interessante se pensiamo alla relazione con la cultura musicale europea di allora. Ognuno dei quattro movimenti è dedicato a una fontana di Roma, colta in un'istantanea nel corso di un differente momento della giornata. Questo poema sinfonico non ebbe alla prima esecuzione un buon accoglimento da parte dei critici, anzi fu da loro rifiutato, probabilmente a causa delle innovazioni che portava con sé, anche dal punto di vista dell'organico orchestrale. Ciononostante questo lavoro divenne in seguito uno dei più significativi esempi di poema sinfonico, insieme agli altri due della triade, con un solenne riconoscimento avvenuto a Milano l'anno seguente della sua "premiere", nel 1918, sotto la direzione di Arturo Toscanini. Eminentemente descrittivi sono i quattro movimenti di cui è composto: La fontana di Valle Giulia", La fontana del Tritone al mattino, La fontana di Trevi al meriggio e La fontana di Villa Medici al tramonto".

Anche in questo caso la trascrizione per pianoforte a quattro mani non si rivela un "minus" rispetto alla fastosa versione orchestrale, ma piuttosto diventa foriera di sensazioni che potremmo definire più sottili, comunque alternative nei confronti dell'enfasi spettacolare dell'originale. Dall'ambito romano le suggestioni si allargano a un più ampio palcoscenico europeo, con riferimento alle correnti musicali in voga all'epoca. L'ascoltatore non mancherà di ravvisare delle corrispondenze con i motivi cechi che animano la Moldava di Smetana, piuttosto che il simbolismo di Debussy o l'incanto sonoro impressionistico di Ravel, mentre certe veemenze Stravinskijane si agitano sia nei Pini che nelle Fontane. Ottorino Respighi assorbì i colori e gli umori del "mainstream" musicale europeo, assimilandoli e riproponendoli attraverso una sua ben riconoscibile poetica. Nelle Fontane viene riproposta l'alternanza di stati d'animo diversi, ben descritti dallo stesso compositore con le sue didascalie e tramutati con rara maestria in altrettante olografie sonore di per sé eloquenti. Così, "La prima parte del poema, ispirata alla fontana di Valle Giulia, evoca un paesaggio pastorale: mandrie di pecore passano e dileguano nella bruma fresca e umida di un'alba romana." Segue "Un improvviso squillare fortissimo dei corni sui trilli di tutta l'orchestra inizia la seconda parte. È come un richiamo gioioso cui accorrono frotte di naiadi e tritoni che s'inseguono e fra gli spruzzi d'acqua intessono una danza sfrenata", nella terza "Un tema solenne appare intanto sul mareggiare dell'orchestra.

È la fontana di Trevi al meriggio. Il tema solenne passando dai legni agli ottoni assume un aspetto trionfale. Echeggiano fanfare: passa sulla distesa radiosa delle acque il carro di Nettuno tirato da cavalli marini e seguito da un corteo di sirene e tritoni. E il corteo si allontana mentre squilli velati echeggiano a distanza", mentre "La quarta parte si annunzia con un tema triste che si leva su di un sommesso chiocciolio. È l'ora nostalgica del tramonto. L'aria è piena di rintocchi di campane, di bisbigli di uccelli, di brusii di foglie. Poi tutto si quieta dolcemente nel silenzio della notte". Il duo pianistico mostra una considerevole empatia con queste pagine. In particolare Francesco Caramiello, forte di una lunga e assidua frequentazione con autori come Sgambati e Martucci, è arrivato a formarsi un'Éducation sentimentale che gli consente di padroneggiare a meraviglia queste come altre pagine, sempre supportato da quell'impeccabile gusto e vasta cultura che lo mettono al riparo da approssimazioni o da sia pur minime cadute di stile. Con questo CD "Ottorino Respighi - Le opere per pianoforte a quattro mani", da conservare gelosamente tra i gioielli di casa, siamo in presenza di un'arte pianistica tra le più raffinate, in virtù della capacità di ricreare suoni e colori sulla tastiera che si rivelano estremamente suggestivi. Una caratteristica che forse oggi si è parzialmente smarrita in favore di un approccio allo strumento più muscolare e ostentatamente virtuosistico. Questo non significa che Caramiello e Baldocci non siano in possesso di una tecnica più che egregia che sa diventare anche molto icastica, ma soltanto che nel loro caso questa viene intelligentemente assoggettata a scopi artistici, segnatamente come mezzo per esaltare le virtù poetiche di ogni brano.

In Caramiello si riscontra un'assoluta mancanza di spavalderia che non è figlia di una sottostima di se, ma il segno della consapevolezza di quale debba essere la funzione del pianista, quella sorta di "sacerdozio" di cui parlava il grande Aldo Ciccolini. Di questo stupendo CD è dedicatario Aldo Santarpino "autentico gentiluomo del mondo della musica". Un Bechstein D282 il pianoforte utilizzato, mentre lo stesso Francesco Caramiello si è occupato dell'editing in fase di registrazione.


Alfredo Di Pietro

Settembre 2021


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