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domenica 23 giugno 2024 ..:: Intervista ad Alessia Capelletti ::..   Login
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 Intervista ad Alessia Capelletti Riduci

 

 

Alfredo Di Pietro: Gentilissima Alessia Capelletti, nell'iniziare quest'intervista le confesso di essere un po' in difficoltà nell'attribuirle un titolo professionale. Visionando un suo curriculum trovato in rete, leggo infatti che lei ha fatto le prime esperienze in comunicazione presso un canale televisivo argentino, nel 1998 è diventata Junior Production Manager per la BMG Ricordi, nel 2000 ha lavorato come consulente alla Business Unit Pop. Sono seguite le collaborazioni con la Casa Musicale Sonzogno, la consulenza per Sony Classical International, la sua attività di Media Relation Specialist, senza dimenticare l'intensa collaborazione che ha portato avanti dal 2016 con il maestro Ezio Bosso. Ci sono molte altre cose da citare ma mi fermo qui. La domanda quindi che sorge spontanea è chi davvero sia Alessia Capelletti.

Alessia Capelletti: Per capire quasi sempre bisogna partire dall’inizio: io vengo da una formazione estremamente classica, Laurea in Lettere Classiche vecchio ordinamento. Inizialmente l’idea era quella di laurearmi in letteratura greca, o meglio in filologia greca, essendo io da sempre devota al Metodo del Lachmann ed appassionata di metrica greca. Poi per varie vicende famigliari entrai in contatto con l’arte di vivere nella continua contaminazione linguistica, in una specie di Torre di Babele ove il lessico famigliare diventa un crogiolo di 4 o 5 lingue indoeuropee, nel mio caso italiano, spagnolo, dialetto porteňo, francese, tedesco e inglese. La laurea virò dunque su Carlo Emilio Gadda e il suo uso del dialetto porteňo in testi fondanti come La Cognizione del Dolore; quindi, si passò da un “tutto classico” iniziale ad un universo in cui già alto&basso, accademia&strada si fondevano per creare un linguaggio nuovo. A quel punto la via era imboccata, dovevo solo decidere se continuare a dedicarmi alla parola come oggetto di studio, quindi rimanere in Università, o invece dedicarmi alla parola militante, la parola che va tra la gente e cerca il dialogo, il confronto, ergo la comunicazione culturale. Lì è uscita la mia natura emiliana e ho scelto la seconda strada, più estroversa, cercando sempre di declinarla in ogni possibile direzione, evitando solo due cose che detesto con tutta me stessa: la noia e l’esercizio del potere. Una volta capiti i criteri scelti a 25 anni, il resto vien da sé.



ADP: Tra i tanti nomi importanti che ha conosciuto ce n'é uno che vorrebbe citare, un artista che più di altri l'ha colpita?

AC: La lista purtroppo è lunghissima, ma cercando un’iniqua sintesi mi hanno sempre colpito in modo particolare ‘i grandi russi’ o anche gli artisti che si sono formati in ambito russo, come Currentzis. E mi hanno sempre colpito perché vi è nel loro lavoro un portato etico che travalica sempre l’idea, peraltro rispettabilissima, di mestiere.


ADP: Lei ha incontrato sia nomi importanti della musica classica, come per esempio Evgeny Kissin o Yuri Temirkanov, artisti di crossover, come Ryūichi Sakamoto, e pop, come Alicia Keys e Gemelli Diversi. È possibile secondo lei individuare delle diversità di atteggiamento tra questi musicisti in base al genere che coltivano?

AC: Suonerà come un paradosso ma credo che la differenza profonda venga oggi dalla combinazione del disperato materialismo in cui viviamo e la diversa richiesta di abnegazione e sacrificio dei due repertori: il musicista classico è oggi il vero punk che insegue i suoi sogni sfidando il sistema e mettendo a rischio molte cose; il musicista pop è consustanziale al sistema e non lo sfida, bensì lo asseconda. L’opposto del sentire degli anni ’60 o ’70.



ADP: Una domanda che rivolgo spesso a chi ho il piacere d'intervistare, quasi tutte persone che si muovono nell'ambito della musica, è la qualità della critica musicale odierna rispetto alla passata. Cosa è cambiato? C'è stata, in buona sostanza, un'evoluzione o un'involuzione?

AC: L’indubbia decadenza della critica non dipende dalla qualità dei critici, ma dalla travolgente decadenza generale dell’informazione che paga sempre meno, che non ha a cuore la qualità ma tira disperatamente a campare, rendendo il critico o una persona che ha altri mezzi di sussistenza, quindi altri lavori, peraltro pericolosi per il principio essenziale di indipendenza del giudizio, oppure facendone un ‘quasi’ emarginato sociale, posizione poco desiderabile e molto, molto punk, direi troppo.


ADP: Una delle personalità che più mi hanno colpito in questi ultimi anni è quella di Ezio Bosso. Lei dal 2016 ha collaborato con il maestro torinese curandone tutta la comunicazione. È stata inoltre curatrice del libro "Ezio Bosso - Faccio Musica - Scritti e pensieri sparsi" per l'editore Piemme. Un bellissimo testo che aiuta molto a conoscere quest'autore. A suo parere qual è il modo migliore per approcciarsi a questo personaggio, senza cadere negli stereotipi originati dalla sua apparizione a Sanremo 2016?

AC: Basterebbe fare l’unica cosa che Ezio ha chiesto con maniacale insistenza e ahimè rarissimamente ottenuto: ascoltare il suo lavoro di musicista senza i filtri dell’amore né quelli dell’odio, due sentimenti che notoriamente non aiutano la comprensione. Ma togliere i filtri vorrebbe dire porre l’oggetto, la musica, davanti al proprio ego e di ego disposti a cedere il passo ne conosco pochissimi.

 




ADP: Mi consenta un'altra domanda su Ezio Bosso, relativa alla pubblicazione del cofanetto, in CD e vinile, Lighting Bosso - From Bosso to Libetta's Transcriptions - Francesco Libetta Piano Solo. Qual è il valore aggiunto di una registrazione che affida alle mani di un grande pianista come Libetta, con tutto il suo corteo di esperienze, il messaggio del maestro torinese?

AC: Francesco Libetta, artista irrituale, virtuoso sommo, ma prima ancora fine pensatore, quindi vero artista, cioè persona che prima elabora un pensiero, poi trova nel proprio corpo le risorse per esprimere quel pensiero piegando la materia al proprio volere, è stato il primo ad affrontare Ezio solo sulla pagina musicale, ignorando il cicaleccio di fondo e soprattutto facendolo, ha trovato il corretto posizionamento di Ezio in quel grande fiume carsico che è la storia del repertorio classico. Ha aperto una strada, che speriamo seguiranno in molti, trovando finalmente le ragioni profonde per spiegare a noi stessi, ai fan, a chiunque abbia voglia di capire e non cianciare a vanvera, perché è accaduto ciò che è accaduto, la cui riduzione all’effetto “porello” è insufficiente e l’ultimo Sanremo ha platealmente dimostrato, oltre ogni possibile dubbio residuo, inefficace. Personalmente gliene sarò sempre grata. Il prossimo progetto sarà un vero manifesto dei risultati della sua ricerca e per me sarà un momento di immensa soddisfazione.


ADP: Lei è anche una brava divulgatrice, nel senso più autentico del termine di comunicatrice, aliena da tecnicismi e da oscurità, diretta a un vasto pubblico. Quanto una seria e corretta informazione può contribuire non solo alla conoscenza di un autore ma anche allo stabilirsi di un giusto approccio d'ascolto?

AC: Io credo che sia essenziale, anche perché se non lo credessi più, cambierei lavoro. Le frustrazioni sono infinite e quotidiane, ma mollare la spugna significherebbe accettare la sconfitta e non è nel mio carattere. Io credo, fermamente credo, che l’uomo non possa vivere guardandosi solo nelle mutande e in tasca, l’uomo per vivere una vita degna e felice ha sempre bisogno di qualcuno che lo inviti gentilmente ad alzare gli occhi al cielo, a cercare nell’arte la versione migliore di sé. Mi piace pensare che ho passato la mia vita ad essere una di quelle persone col dito sempre puntato all’azzurro.


ADP: Quirino Principe ha detto che tanto più un musicologo è grande tanto più marcata è la croce del suo fallimento, probabilmente riferendosi all'impossibilità della critica a sostituirsi al proprio oggetto. Nella comunicazione, che è il suo naturale "habitat", io credo che avvenga il contrario, nel senso che questa non deve affatto sostituirsi alla musica ma agevolarne l'avvicinamento. È d'accordo con questa mia affermazione?

AC: Assolutamente sì. Raccontare un’arte immateriale con la parola è essa stessa una seconda forma d’arte ed allora penso a come la musica è entrata in tanti testi letterari importanti, da Mann a Baudelaire, da Cather a Proust. Oppure deve avere uno scopo di servizio al pubblico: critico e divulgatore/comunicatore dovrebbero essere figure di servizio, ma qui torna spesso l’ego ad imbrogliare le carte. Sul lavoro il mio ego è sempre bandito, nella vita privata è titanico, ma questo è un problema solo per i miei famigliari e per chi ha avuto la bizzarra idea di innamorarsi di me.


ADP: Ha voglia di raccontarci un momento determinante della sua carriera, se c'è stato, un frangente in cui questa ha subito una decisa svolta?

AC: La vera svolta è accaduta nel 2000 una manciata di giorni prima delle torri gemelle: lavoravo in BMG Ricordi con Luciano Rebeggiani, uomo che considero il mio mentore e a cui devo moltissimo, diciamo dunque il miglior capo possibile; avevo uno stipendio accettabile, un bell’ufficio, insomma la serenità. Diedi le dimissioni per tornare nel mare turbolento della libera professione perché nel fondo capii che non ero né mai sarò una ‘donna d’azienda’, ma una persona che se non rischia del suo, non gode fino in fondo i risultati.



ADP: Per chiudere in "relax" quest'intervista, cosa fa Alessia Capelletti quando non lavora? Quali sono le sue passioni extra-musicali?

AC: In primis la famiglia e la crescita intellettuale e culturale di mio figlio,poi sono una collezionatrice compulsiva e meticolosamente pianificatrice: pianifico le mie letture con piani triennali o quinquennali di approfondimento tematico, colleziono rose centifolie quindi mi dedico molto al giardinaggio, ora sto sviluppando una passioncella per la pittura di fine ‘800 fino agli anni 30 del Novecento, ma non le avanguardie, diciamo quella che sull’orlo del baratro novecentesco guardava al passato, temendo oggi sappiamo con ragione, il futuro. Un po’ la scomoda posizione in cui ci troviamo oggi.

 




Alfredo Di Pietro

Maggio 2024


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