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mercoledì 6 luglio 2022 ..:: Intervista al maestro Luca Moscardi ::..   Login
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 Intervista al maestro Luca Moscardi Riduci


 

 

Alfredo Di Pietro: Maestro, come quando e dove nasce il suo amore per la composizione e, più in generale, per la musica?

Luca Moscardi: Il mio amore per la musica nasce a casa dei nonni paterni. Mio nonno Vitaliano era un ottimo violoncellista, studiò e si diplomò a Pesaro, per molti anni esercitò la professione di musicista viaggiando e suonando, poi si stabilì ad Ancona con la sua famiglia. Ricordo che aveva un pianoforte verticale in sala, io da piccolo mi ci avvicinavo con circospezione, non fu amore a prima vista, poi verso gli otto anni iniziai a manifestare più interesse fino alla volontà di cominciare a studiarlo andando a lezione. L'amore per la composizione musicale è stata quasi contestuale, ma mentre per il pianoforte ho fatto un percorso di studi vero e proprio fino al diploma, sempre al Conservatorio G. Rossini di Pesaro come nonno, per la composizione sono sostanzialmente autodidatta, a parte qualche lezione saltuaria fino all'esame di 4° anno. Da piccolo ho sempre avuto uno spirito incline al sogno e alla fantasticheria, mi piaceva rintanarmi nella mia stanza a comporre e disegnare, o ancora meglio viaggiare con i miei genitori portandomi dietro tutto il necessario per scrivere musica, lasciandomi ispirare dai luoghi che visitavo. Tutta roba che ovviamente finiva nel 99% dei casi nel cestino, ma era più che altro l'atteggiamento mentale di quegli anni. Nonno aveva uno stanzino che era un po' il suo regno musicale, ricolmo di bobine e audiocassette su cui registrava ore ed ore di musica trasmessa dalla filodiffusione. Io sono praticamente cresciuto con quegli ascolti attraverso le cassette che lui puntualmente registrava per me e mi regalava. Forse la mia formazione riguardo alla composizione è stata essenzialmente quella.

ADP: Prendiamo spunto dall'attualità. Molto di recente ha citato su Facebook la recensione a cura di Luca Ciammarughi del suo CD "Moscardi - Piano Works Vol. 1 - Preludes & Sonatas" (etichetta Da Vinci Classics) con Tania Cardillo al pianoforte. Lo ha fatto evidenziando il suo passaggio da fedele lettore della rivista Amadeus, dov'è apparsa la recensione, a protagonista. Cosa suscita in lei il riconoscimento della sua opera?

LM: È un'emozione grande, condivisa pienamente con l'amica pianista Tania Cardillo, che li ha mirabilmente interpretati e senza l'interesse della quale non ci sarebbe nulla di tutto questo. Sono sempre restio a parlare di riconoscimenti, in genere quando qualcuno dell'ambiente esegue o semplicemente si interessa a qualcosa di mio, reputandomi io stesso un outsider della musica, parlo sempre di "regalo", perché tale lo considero, un regalo che mi viene fatto. Devo per forza di cose estendere i miei più sentiti ringraziamenti a tutti coloro che mi hanno fatto questi regali di inestimabile valore per me, e negli ultimi tempi sono stati tanti, non avrei mai immaginato. Io scrivo da sempre musica senza aspettarmi assolutamente nulla, nella consapevolezza dei miei numerosi limiti dovuti soprattutto ad un percorso formativo discontinuo e solitario, scrivo prima di tutto per mio piacere personale e per dare sfogo ad una mia esigenza espressiva, è sempre stato così. Dico sempre che scrivo ciò che vorrei io stesso ascoltare (senza alcun giudizio di merito o estetico, ci mancherebbe, intendo solo come atteggiamento generale che mi guida mentre compongo). In tutto questo, la dimensione del ricordo gioca in me un ruolo particolare, soprattutto affettivo, tutto quello che mi lega alla mia infanzia e adolescenza ma anche passato più recente, occupa da sempre un posto fondamentale per me, tanto da assumere persino un valore estetico, forse in questo sono un po' maniacale perché è anche proprio in tale contesto che spesso trovo ispirazione per ciò che scrivo. Quindi, tornando al tema della domanda, Amadeus mi ricorda il mio periodo di studi, musicali e non, conservo ancora in sala pile di numeri della rivista con i relativi CD, e vedermi oggi citato in quelle pagine è stato come rivedere quel bambino di allora che ascoltava, suonava, scarabocchiava sui fogli pentagrammati, sognando non si sa bene cosa ma mosso da smisurata passione per la musica. La musica può tranquillamente fare a meno di me, ma di sicuro io non posso fare a meno della musica, ogni giorno, anche solo e semplicemente ascoltandola.

ADP: Sono tanti i video di sue opere che circolano su YouTube. Ho trovato emozionante, dalla vena fresca e ricca di suggestioni, il suo Concertino Op. 13A per pianoforte e orchestra, arrangiamento dalla Suite Op. 13 per pianoforte a 4 mani. Non manca in esso un elemento fiabesco. Vuole parlarci di questa sua composizione?

LM: Il Concertino è nato su esortazione dell'amico e straordinario pianista Antonio Pompa-Baldi, a cui è dedicato e che lo ha tenuto a battesimo in Florida nel marzo del 2021 insieme alla The Villages Philarmonic diretta dal Maestro Pasquale Valerio. L'amicizia di Antonio è per me un onore indescrivibile e il fatto che si interessi a ciò che scrivo è per me uno stimolo eccezionale per continuare. Antonio e la moglie Emanuela Friscioni avevano eseguito meravigliosamente la Suite per pianoforte a 4 mani poche settimane prima. Avevo scritto la Burlesca, il primo movimento, parecchio tempo prima, un pezzo che già nel sottotitolo "Ricordi d'infanzia" mostra un intento programmatico, ricollegandosi al discorso che facevamo prima sull'importanza per me della dimensione del ricordo. Antonio mi suggerì di aggiungere altri tre brani per formare una Suite per pianoforte a 4 mani. Sono così nate la Siciliana, la Berceuse e la Tarantella, tutte e tre in piena prima fase della pandemia nella prima metà del 2020. Forse il periodo tremendo di chiusure, lockdown etc. ha favorito in qualche modo la concentrazione e un minimo di continuità nel lavoro. A differenza della precedente Burlesca, dal carattere spensierato e infantile, gli altri tre brani risentono sicuramente della fase in cui sono stati concepiti, hanno infatti un carattere più scuro, ombroso e malinconico. Dopo la prima esecuzione della Suite da parte di Antonio ed Emanuela, e su incitamento di Antonio, l'arrangiamento per pianoforte e orchestra è stato quasi consequenziale, ho lavorato fittamente per una decina di giorni perché Antonio avrebbe avuto il concerto di lì a poco, e così è nato il Concertino.

ADP: Ciò che più apprezzo della sua arte compositiva è il rispetto per la modalità tonale e la capacità di sviluppare percorsi sonori tenuti insieme dal forte collante della consequenzialità. In altri termini quella caratteristica che consente all'ascoltatore di scorrere le sue partiture seguendo un filo espressivo/formale quasi cogente, pur nella sua libertà. È forse questo uno dei suoi più autentici intenti di compositore?

LM: Lo è sicuramente. Ho alcune mie fissazioni, se così vogliamo chiamarle, che a volte possono trasformarsi anche in malsane ossessioni fino a condizionare o bloccare il completamento di un lavoro: la ricerca di simmetrie, persino nei singoli episodi tematici, la coerenza strutturale, a volte anche a discapito della fantasia. Insomma, elementi riconoscibili che, pur nella maggiore o minore libertà di sviluppo di un brano di media lunghezza, assicurino continuità e coerenza nel discorso musicale. E' qualcosa in cui non si finisce mai di imparare e ogni volta ci si scontra con problematiche diverse.

 



ADP: Tornando a bomba al Concertino Op. 13A, nel movimento finale della Tarantella, lei manifesta il suo lato più fremente e vitalistico, sempre però mediato da un'ammirevole controllo e pensosità di fondo. Trova difficile mediare le due istanze dell'apollineo e del dionisiaco?

LM: La equilibrata miscela di apollineo e dionisiaco, lo scatenarsi delle forze governate da un ferreo controllo razionale, credo sia uno dei punti di arrivo più difficili da raggiungere per qualsiasi compositore. Proprio di recente si parlava con amici compositori e musicofili di alcuni esempi di musica "barbarica", citando tra i tanti la Suite Scita di Prokofiev, che trovo un magnifico modello dell'argomento di cui stiamo parlando, ma mi viene in mente proprio adesso mentre scrivo alcuni passaggi convulsi della Danse Generale dalla Suite N° 2 da Daphnis et Chloé di Maurice Ravel. La mia Tarantella finale dalla Suite per piano a 4 mani non può essere considerata neanche un modesto contributo alla questione, diciamo che in genere nei movimenti finali di lavori un poco più ampi tendo a liberare forze ed energie accumulatesi nei tempi precedenti, il controllo apollineo si manifesta nel tentativo di dare una forma riconoscibile all'esplosione di tali energie.

ADP: In alcuni suoi brani pianistici, come i 2 Preludes Op.1, riconosco echi skryabiniani e atmosfere che riportano al Rachmaninov più intimo. Si sente in particolare sintonia con questi due autori?

LM: Sicuramente, in particolare con Scriabin, per cui nutro un amore viscerale da sempre. E' un autore che, come spesso e inspiegabilmente avviene, sembra non avere ancora trovato lo spazio che merita nel repertorio concertistico, per lo meno non quanto altri autori più consolidati, anche se ormai molto più eseguito di un tempo. Eppure, con le sue intuizioni e l'evoluzione estremamente lineare e progressiva del suo linguaggio, rappresenta un caposaldo della storia della musica. I miei 9 Preludi Op.1 sono un esplicito omaggio a lui, senza la minima pretesa, preso anche come modello formale e non solo nel linguaggio utilizzato, e al primo Szymanowski, a sua volta profondamente influenzato da Scriabin. Ma quei miei preludi, scritti intorno al 2010/2011 e in fondo il mio primo lavoro un poco più strutturato e consapevole in un mare di tentativi più o meno abortiti, appartengono anche ad una fase creativa che oggi sento più distante. Con questo non voglio rinnegare nulla, semplicemente si cambia, si cercano nuovi percorsi più affini al proprio sentire attuale, ci si aggiorna. Oggi non scriverei più in quel modo. Diciamo che sono serviti come piattaforma di lancio verso nuove strade vagamente più personali.

ADP: La toccante e sofferta Aria Op. 29 per pianoforte e orchestra d'archi, oltre a rivelare il suo profondo sentire, è dimostrazione della sua abilità a padroneggiare mezzi "di sintesi" come il software Staffpad, in cui ha utilizzato i due strumenti virtuali "Berlin Strings" e "Steinway D Grand from Berlin Pianos". La verosimiglianza che si raggiunge con gli strumenti reali è davvero notevole. Pensa che tali potenti mezzi tecnologici possano in un imminente futuro influenzare sia le modalità compositive che la fruizione da parte degli ascoltatori?

LM: Quell'Aria per pianoforte e archi, insieme ad un gruppo di pezzi per strumento solista e orchestra d'archi, è nata anch'essa in piena prima fase di pandemia. Avevo da poco acquistato Staffpad e le relative librerie sonore che vi si utilizzano. Più per curiosità che altro, mi ero messo a "giocare" con questi strumenti, decantati in numerose recensioni online come estremamente realistici ma contemporaneamente anche poco onerosi sia in termini di prezzo che di spazio/risorse occupate. E sono rimasto enormemente impressionato anch'io dai risultati che si possono ottenere. Per quanto mi riguarda, considerata sia l'estrema difficoltà di veder realizzate esecuzioni dei propri lavori da parte di musicisti in carne ed ossa per tantissimi motivi tutti più che comprensibili, sia la connaturata invisibilità di chi come me compone più per proprio diletto che altro e soprattutto non per mestiere, li considero strumenti ormai indispensabili per produrre quelli che vengono chiamati oggi in gergo tecnico dei "mockup" o "rendering" sonori il più possibile realistici e vicini ad una vera esecuzione. Più ci si avvicina al reale e più, nel mare magnum della offerta musicale online e via social, si riesce ad avere qualche chances perché un orecchio interessato si possa soffermare sul brano e magari decidere di chiedertene lo spartito per studiarlo o eseguirlo. Certo, nulla si può neanche lontanamente sostituire ad una esecuzione reale, su questo chiaramente non ci piove. Ma questi strumenti vanno presi per ciò che sono: un grande aiuto nel far conoscere al massimo delle loro potenzialità i propri lavori.

ADP: Nelle note biografiche che la riguardano, leggo che lei, pianista, compositore, arrangiatore e informatico, pur non facendo della musica la sua professione, riserva a essa un ruolo essenziale nella sua vita. Ne coltiva quotidianamente diversi aspetti, in particolare quello compositivo sin dai primi anni di studio. Il fatto di non essere un professionista strettamente inteso, la aiuta a mantenere una vena creativa fresca e ristoratrice (soprattutto motivata), al riparo da obblighi routinari o d'ufficio?

LM: Assolutamente sì. Questo è un argomento che mi preme particolarmente. I fattori che mi hanno portato a questa condizione un po' scissa tra la professione di informatico e la passione musicale sono molteplici e distribuiti nel tempo: personali, famigliari, economici, ma non sto qui ad elencarli perché non interessano a nessuno. Come dicevo sopra, mi considero un po' un outsider della musica per tante ragioni, soprattutto formative, e proprio per questo non potrei pensarmi musicista a tempo pieno, anche se era il mio sogno di bambino. Nel frattempo sono intervenuti tanti eventi che hanno modificato sia il mio carattere che le mie aspettative, e ora la condizione in cui mi trovo è forse quella ideale per me, intendo soprattutto a livello caratteriale, per proseguire sia pur marginalmente una minima attività musicale senza gli obblighi, le incombenze, le scadenze e tutta una serie di coefficienti tipici della dimensione professionale. Per me la musica, più che altro la composizione musicale, deve rimanere un gioco, certo tremendamente serio proprio perché si avvicina più di ogni altra cosa al mio nucleo vitale, al centro della mia sussistenza spirituale, ma pur sempre da affrontare come un gioco. La dimensione ludica della musica per me è essenziale e devo preservarla a tutti i costi per continuare a svolgerla nella maniera a me più congeniale.

ADP: Nel delizioso Valzer N.1 da "Rêveries d'antan", 4 Piccoli Valzer Op. 24, declina il malinconico con un limpido sentimento, appunto, "d'antan". Ritengo questa sua breve composizione al livello delle più belle di un autore come Giovanni Sgambati. Mi ritorna in mente l'elegante e nobile intimità di molti suoi brani, per esempio le Mélodies Poétiques pour le piano Op. 36. Pensa che quest'amabile candore faccia parte del suo carattere?

LM: Certamente sì. Se si scorre il mio catalogo, la nota prevalente è (o vorrebbe essere, lo lascio decidere a chi ascolta) quella della dolcezza malinconica ed elegiaca, forse il 90% delle mie composizioni utilizza il modo minore, tendo per carattere verso una certa inquietudine, quando non proprio tetraggine, di cui non vado sicuramente molto fiero… ma è una questione di indole. Quei 4 piccoli valzer sono nati più come ricreativo esercizio di stile, presentano già nel titolo un intento programmatico, quello di rimembrare la musica salottiera di fine '800/primi del '900, un omaggio a quel tipo di musica che, anche se da un certo punto di vista appare oggi obsoleto e trascorso, conserva ancora intatto il suo fascino di un tempo ormai trapassato ma che è anch'esso parte della formazione musicale di qualsiasi musicista.

ADP: Mi consenta un'ultima domanda maestro, extramusicale. Quali sono le cose che fa quando non si dedica alla musica?

LM: Al di fuori della musica e del lavoro di programmatore informatico, da sempre amo leggere, qualsiasi cosa, dai quotidiani alle riviste di settore fino alla narrativa e saggistica. Amo inoltre passeggiare, se possibile nella natura, è un'attività che oltre fare oggettivamente bene come ci ripetono spesso e sanno tutti, concilia la concentrazione e l'ispirazione, ho risolto tante problematiche musicali proprio passeggiando, anche semplicemente non pensandoci per qualche momento ma distogliendo il pensiero su altro, proprio grazie al movimento meccanico del passeggiare. Amavo anche viaggiare, poi sono intervenuti problemi di salute e famigliari che non mi consentono più gli spostamenti anche semplici di un tempo. Certo, la musica occupa quasi tutto il tempo che mi resta dal lavoro, proprio perché essendo così ridotto devo occuparlo con l'unica dimensione in cui mi sento più autenticamente me stesso.

 




Alfredo Di Pietro

Maggio 2022


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