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 Lighting Bosso - From Bosso to Libetta's Transcription - Francesco Libetta Piano Solo Riduci


 

 

LIGHTING BOSSO - FROM BOSSO TO LIBETTA'S TRANSCRIPTIONS - FRANCESCO LIBETTA PIANO SOLO.
UN PERCORSO TRA REGISTRAZIONE, RADIOFONIA E SCAMPOLI MNEMONICI


All'inizio era un indistinto alone di luce bianca, un fluire di note la cui portata avevo sottostimato, intrappolato tra pezzi reiterativi dal gusto dolce-amaro che insistevano sui miei sensi. "È musica minimalista", dicevo tra me e me, come se questo facesse riferimento a un qualcosa da ascoltare tutt'al più come sottofondo, magari mentre ero sotto la doccia. Non sarei stato sorpreso di trovarla come ornamentazione "Ambient" nelle sale d'attesa di un aeroporto o come "Musica da ascensore". Ci pensò già Brian Eno con il suo lavoro Ambient 1: Music for Airports. In realtà la "Minimal Music" è un ramo della musica colta sorto negli Stati Uniti durante gli anni sessanta, considerata come alternativa al serialismo della musica colta europea di Anton Webern. La musica dev'essere accessibile con immediatezza e non risolversi come un rovello per l'ascoltatore, questo lo capì all'inizio La Monte Young, il padre del minimalismo e ancor prima ci era arrivato Erik Satie con l'enigmatica serie Vexations. Musica basata sulla ripetizione continuata di cellule ritmico/melodiche semplici. Tuttavia, questo genere musicale può a sua volta essere un recipiente dove riporre sia gli estri più epidermici che le ragioni più profonde di un artista.

Ma in un determinato momento una voce narrante, l'interprete, può intervenire a sparigliare le carte aiutandoti a comprendere questo fondamentale concetto, ad accompagnarti verso la strada che dal generale, se non dal generico, conduce al particolare. Lo spunto decisivo per l'approfondimento di un autore che conoscevo solo parzialmente è venuto da uno specifico brano. Complice una delle mie notti insonni, mi sono immerso nel quarto movimento della Sinfonia N. 1 di Ezio Bosso: Adagio "White Ocean" (Antarctic), nella trascrizione per pianoforte di Francesco Libetta, è lui in questo caso la voce narrante di cui parlavo. Sull'artista torinese prematuramente scomparso nel maggio 2020 all'età di 48 anni è lecito chiedersi se la grande notorietà di cui gode sia dovuta più che altro all'accostamento tra arte e lotta titanica contro la malattia, se la suggestione evocata dall'essere infragilito che trova nella musica una sorta di nobile catarsi possa aver condizionato la sua indubbia celebrità. La citata Sinfonia è il suo primo lavoro sinfonico, registrato nel 2009 con la Filarmonica TRT, un grandioso affresco in cinque movimenti sull'oceano Atlantico, Pacifico, Indiano, Artico e Antartico.

Fu composta nel 2008, un anno non distante da quel 2011 in cui il maestro non solo subì un intervento per l'asportazione di una neoplasia cerebrale, ma fu anche colpito da una sindrome autoimmune neuropatica, poi diagnosticata come una forma grave di neuropatia motoria multifocale. Come tutte le degenerative, la sua malattia peggiorò nel tempo sino a costringerlo, nel settembre 2019, a cessare l'attività di pianista, poiché aveva irrimediabilmente compromesso l'uso delle mani. Credo fermamente che sia un'operazione scorretta separare le due cose, espressione artistica e malattia, capziosamente, allo scopo di giustificare la sua grande rinomanza con un evento biografico implicante lo stato di salute. Ezio Bosso era un artista profondamente sincero, serio, che credeva sino in fondo a quello che faceva e pretendeva lo stesso rigore dagli altri. Ebbi la fortuna d'intervistarlo nel febbraio 2020. Ricordo ancora la figuraccia che feci nell'aver scambiato un brano da lui suonato, il Preludio in si minore BWV 855a N. 18 di Bach/Siloti per un suo personale riarrangiamento. Sentita la mia cantonata, lui si fermò per un attimo poi, con tono molto serio, mi redarguì dicendomi che tali errori non dovrebbero essere fatti da un "giornalista".

Era come se avessi profanato un qualcosa di sacro, da cui la sua reazione composta ma indignata. Temevo che l'intervista finisse lì, ma proseguì, con io che sembravo un cane con la coda tra le gambe. Verso il termine della chiacchierata l'atmosfera si fece più distesa, gli chiesi ancora scusa per l'inconveniente e lui, con tono ora bonario, mi disse: "E vabbè, sono cose che possono succedere..." Austerità si ma anche un'immensa umanità. L'intervista risale al febbraio 2020, tre mesi prima della sua scomparsa, avvenuta nel maggio 2020. La sua voce era affaticata, malferma, ogni parola conservava l'intelligibilità ma si avvertiva l'enorme sforzo fatto dal maestro per pronunciarla. Ezio Bosso è stato un compositore molto prolifico, tra sinfonie, composizioni per orchestra, da camera (duo, trii, quartetti per archi), per un solo strumento, musica vocale, opere miste, balletti, opere, teatro, colonne sonore per lungometraggi, cortometraggi e film muti, documentari. Ci si può allora interrogare oggi (o forse è ancora presto), a distanza di quattro anni dalla sua scomparsa, sul reale valore dell'Ezio Bosso compositore, se questo possa avere una qualche utilità sulle persone che già ne apprezzano l'arte.

Non sono un musicologo, non posso quindi azzardare disamine analitiche sulla melodia, armonia, né sull'intima architettura delle sue composizioni, operazione che ritengo in fondo sostanzialmente inutile per un semplice ascoltatore, come smontare un orologio e descriverne ogni più piccolo pezzo senza poi centrare il risultato del meccanismo. Le lancette si muovono e segnano l'ora, la musica procede e genera emozioni, ben doveva saperlo anche Maurizio Pollini, che saggiamente affermò: "Come possiamo sapere se abbiamo compreso il senso di una musica? Dall'emozione che ci procura. È un criterio soggettivo, eppure è l'unico che funziona veramente." Ma l'uomo la cui popolarità esplose a partire dalla sua partecipazione al Festival di Sanremo 2016 cos'ha davvero da dirci? È possibile assodarlo o sono solamente classificazioni fittizie, per cui è meglio affidarsi alla propria sensibilità? Secondo una sua stessa dichiarazione, "Bisogna inventare nuove sonorità usando quello che già esiste". Una sinfonia come Oceans, ascoltata integralmente di notte, mi ha innanzitutto suscitato un senso di grande vastità, degli immensi spazi acquatici edificati con dei mattoncini costitutivi che sono delle cellule ipnoticamente iterative.

Si avvertono grandi spazi, tali da provocare una sorta di agorafobia, viene mirabilmente espressa la contrapposizione esistente in natura tra eterno ed effimero, roccioso e acquatico, e la superba sintesi di cos'è la vita di un uomo, trapunta dalle sue vittorie e sconfitte, forza e fragilità. A un certo punto sopravviene l'ipnosi, la mente si sgancia dal corpo e inizia a vagare per quegli spazi. La dialettica musicale è punteggiata da frammenti solistici antichi in una sorprendente commistione con il moderno, uno l'ho riconosciuto evocativo del Preludio che dà l'incipit alla Suite N. 1 BWV 1007 per violoncello solo di J.S. Bach. Con lo strumento della ripetizione, Bosso costruisce sapientemente degli stati tensivi prolungati, che sembrano non aver mai fine, sino a quasi estenuare l'ascoltatore prima della risoluzione, la quale spesso è violenta, fisica, bruscamente interruttiva (penso ai potenti colpi di percussioni che chiudono il primo movimento della Oceans, l'Allegro giusto "To plough the waves" (Atlantic). Lampi di antiche fanfare romane. Se è vero che tutto è stato detto, è altrettanto vero che nelle sue infinite varianti, ambientali e umane, ogni cosa trova una sua rinascita in nuove forme. Come diceva Eraclito: "Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Perché il fiume scorre di continuo e anche noi cambiamo di continuo."

È una musica che certamente ammicca al minimalismo, ma esita in una visione del tutto personale poiché Bosso indossa questo genere come un pelle camaleontica, la quale contiene pigmenti marroni, rossi e gialli che vanno ad aggiungersi ai colori strutturali. Ecco che le cellule iterative vengono da lui utilizzate in modo soggettivo, tasselli di un discorso che si sviluppa progressivamente con le sue infiorescenze. Insieme a questi cataclismi sonori si acclimatano degli episodi lirici che spezzano il dirompente fluire delle note, queste ripetizioni assumono un valore preparatorio, hanno una mobilità sottile, non sono comunque mai a lungo uguali a se stesse, come in un processo di costante vivificazione e trasmutazione della materia sonora che conduce alla drammatica chiusa finale. In altre occasioni le particole rimangono sospese in aria, senza una risoluzione, bilanciate nel vuoto. Avviene nel brano Before Six, con la sua nota ribattuta di continuo, quasi emulo del si bemolle di Le gibet di Ravel, una nota ripetuta centocinquantatre volte per tutta la durata del pezzo. Simile nel rifiuto di ogni teatrale epilogo è anche il dolcissimo "Emily's Room (Sweet and Bitter)", che però si anima progressivamente, sembra avere un climax espressivo, ma poi si ripiega su stesso.

Il termine "Room" appare in diverse occasioni nella sua produzione musicale, in Emily's Room, in Missing a Part (The Waiting Room G), nella Sonata N. 1 In G Minor From The 12th Room for Solo Piano. In quest'appassionante viaggio attraverso la musica capita di ritrovarsi in stanze dolorose, in questo caso quella della malattia, la sua "dodicesima stanza", come in una conta di stazioni della Via Crucis. L'intenzione di raccontare la sua disavventura non è per nulla velata, ma lui, "pianista all'occorrenza", prende la palla al balzo per trasformare questo problema in un'opportunità, anche di ravvivare il passato infondendolo nel presente: all'ascoltatore di classica certamente non sfuggirà che l'Adagio doloroso del primo tempo di questa sonata trova un suo nobile antecedente nell'Arioso dolente (Klagender Gesange) dell'Op. 110 di L.v. Beethoven, lo smarrimento di Ezio Bosso trova coincidenza con la discesa verso l'abissale quanto desolatamente laconica espressione della sofferenza beethoveniana. In Bosso, tuttavia, regna una sconsolata rarefazione, esaltata da uno strumento preventivamente preparato, significativa del fatto di quanto il compositore torinese fosse attento al valore della timbrica, quel suono in sè che è la prima evidenza all'ascolto, il dato sensoriale che supera ogni eventuale ostacolo ideologico.

Attento evidentemente anche alle forme, come nel pezzo Snow, a Nocturne for Piano. Il Notturno, composizione musicale caratteristica evocativa della notte che si vorrebbe dall'indole generalmente calma, meditativa e lirica, qui, come anche in Chopin, sconfina in frangenti di drammaticità e inquietudine. Un sorriso si disegna sul volto in Smiles for Y, quasi giocondesco poiché screziato di malinconia, nota costante in tutte le composizioni di Ezio Bosso, un artista conscio del valore sociale della musica, un entusiasta del nuovo ma naturalmente portato ai moti d'animo malinconici verso il passato (e il presente), verso le forme classiche, che compaiono in forma fantasmatica e isolata, per poi scomparire subito dopo, travolte dal flusso inarrestabile delle reiterazioni minimaliste. Quale a questo punto il valore aggiunto dell'interpretazione di Francesco Libetta, un artista che ha attraversato l'universo musicale a tutto tondo, dalle Suite di G.F. Händel al Rap di Mad Dopa? La risposta è già insita nella domanda, apoditticamente. Libetta eleva queste composizioni ad altezze sconosciute, imprime ad esse moto e slancio, varietà espressiva e uno spessore che forse altri non sarebbero stati in grado di ricostruire.

La musica di Bosso acquisisce così la portata di un'intima confessione, in un processo d'incessante inflorescenza, talvolta bruscamente interrotta da eventi acuti, tale da far venire alla mente certi processi germinativi propri della vita e della natura, malattia compresa.


POSTILLA CONCLUSIVA NON SCIENTIFICA

Credo molto, da recettore di musica, nel contorno sensoriale che accompagna l'ascolto. Lo sfondo circostante a volte può importunare, altre catalizzare l'innescarsi in noi di certe buone vibrazioni. Come può succedere che un computer recalcitrante o lento possa irritarci impacciando il flusso del pensiero e della sua trasposizione in scrittura. Cose forse considerabili di poco conto ma che, in realtà, non lo sono affatto. Tra le condizioni che più favoriscono quel raccoglimento necessario alla concentrazione, vuoi nella captazione della musica vuoi in quella della parola, c'è l'ascolto radiofonico, forse il mezzo che più favorisce l'ideale astrazione dal frastornante rumore del mondo. Una notte quindi, al buio e tra le coltri, mi è piaciuto centellinare il podcast di Radio Classica "Il pianista. Francesco Libetta - Lighting Bosso", essendosi create le condizioni ideali per condurmi a uno stato di "trance". Le parole di un grande interprete come Francesco Libetta sono importanti e vanno ascoltate con attenzione se si vuole comprendere l'operazione culturale che da qualche tempo lui va portando avanti sulla musica di Ezio Bosso. In verità vanno sentite a priori, qualunque sia la composizione o l'autore presi in esame.

Lui demarca dei paletti fondamentali e lo fa con una generosità rara a trovarsi in altri interpreti. Francesco Libetta è un artista che non ha difficoltà ad aprire la sua mente e il suo cuore agli altri, è naturalmente portato a farlo poiché manifesta nel parlare quello stesso approccio che ha quando in un recital siede davanti al pianoforte. Fortunato è l'uomo insonne, mi verrebbe da dire, se può usare le ore a sua disposizione per immergersi in tali estatici contesti. Per riposarsi c'è sempre tempo. Dopo il podcast ho riascoltato per intero i tre dischi che compongono il cofanetto "Lighting Bosso - From Bosso to Libetta's Transcriptions", riannodando quei fili che il maestro galatonese aveva tessuto durante la conversazione col bravissimo Luca Ciammarughi. Le riflessioni che innescano le sue parole trovano una diretta consonanza con la musica, tanto più perché espresse con sincerità, lo si capisce dal tono di voce, che è di per sè evocativo del fluire musicale. Emerge allora la scaturigine più autentica del contatto tra Libetta e la musica di Bosso, avvenuta in teatro nei balletti. Lo sganciamento dal personaggio popolare (affetto da qualche stantio cliché) che ha fatto seguito all'apparizione di Bosso nel corso del Festival di Sanremo 2016.

Il dato fondamentale, che spiega la contemporaneità "ante litteram" della sua arte, consistente nel concepire la musica come un qualcosa che sta accadendo in tempo reale davanti a chi ascolta, in quel momento, un ossequio all'attimo, al presente. Delle tracce musicali realizzate come canovaccio di una musica che va seguita momento per momento, basata sulla concretezza del suono in tutte le sue varianti, dalla "voce" individuale di un dato strumento all'acustica peculiare di una sala. Il fortunato "marriage" tra le composizioni di Bosso, attente come sono a un procedere estatico e alla tensione timbrica, e uno strumento fenomenale come il Borgato Grand Prix 333, non utilizzato nella registrazione (in questa suona sullo stesso Steinway & Sons che seguiva Bosso dappertutto), ma che comparirà nel prossimo recital romano del 28 maggio P.V. presso l'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Qui più che la potenza (che bassi tellurici ho potuto comunque ascoltare nel concerto a Città di Castello il 12 settembre 2021!) è la straordinaria qualità del colore che può essere cavato se questo augusto strumento viene messo nelle giuste mani. Nell'incontro radiofonico si è parlato della magia di un percorso non rettilineo, quasi una mappatura, una sorta di labirinto che può condurre in molteplici direzioni.

Le evidenti affinità lessicali con il linguaggio musicale di Philip Glass, non certo pedissequamente ricalcato ma rimodellate sulla sensibilità del tutto peculiare di Bosso, a parere di Libetta forse più simile a quella di Chopin che non a Glass. L'attinenza con l'arte bachiana nello stacco melodico o nelle polifonie, intese come massima indipendenza tra le voci, cosa che emerge nell'Adagio "White Ocean" della Sinfonia Oceans. Tanti insomma possono essere i modi per leggere la musica di Ezio Bosso, ma ciò che rimane è l'elemento di assimilazione e riproposizione di una moltitudine di nozioni, esperienze del grande repertorio classico che non è facile individuare volta per volta ma che aiutano a capire la sua proiezione verso il contemporaneo. La difficoltà di trasferire sugli 88 tasti del pianoforte ciò che è possibile a una compagine sinfonica, problema venuto fuori proprio nella trascrizione della Sinfonia N. 1 "Oceans". La risoluzione del dilemma non sta, intelligentemente, in una competizione tra il singolo strumento e i tanti che costituiscono un'orchestra, anche se ci può essere un pianismo cosiddetto sinfonico.

Si corre in quest'operazione il rischio di "decolorare" certa musica che invece ha assoluto bisogno di determinate campiture timbriche, ma è un azzardo che va comunque affrontato perchè i vantaggi insiti nell'esecuzione sul pianoforte non sono certo di secondo piano: l'immersione nell'essenziale, nelle acque maternali del pensiero musicale. Esattamente come una fotografia in bianco e nero consente di concentrare l'attenzione sui contorni delle forme, senza essere distratti dal colore. Quando si trascrive per il pianoforte un pezzo orchestrale si è obbligati a fare molte scelte e alcune informazioni devono essere sostituite con altre. La grande massa sonora generata dai molteplici strumenti va così incanalata in un suono che non corrisponde magari alla quantità di note e nemmeno nella tessitura, ma l'importante è conservarne il senso. Disponiamo oggi di mezzi offerti dalla tradizione che ci consentono di portare a termine un lavoro che in prima istanza sembra impossibile da realizzare, come quello di tradurre un'ora di musica per grande orchestra con uno strumento che ha un ben determinato timbro. Anche dal punto di vista sociale Ezio Bosso ha una sua rilevanza, avendo avuto la capacità di formare un pubblico che ascoltasse in modo classico la musica.

L'importante non è tanto la capacità di emozionare quanto di coinvolgere, di essere credibile, e questo vale anche per autori che compongono musica crossover, come può essere Bosso. Un'arte che concilia in fondo le due istanze della narrazione con un concetto di musica assoluta, che prescinde da quella cosiddetta "a programma". Sono tutti elementi di cui bisogna avere consapevolezza per essere in sintonia con questo progetto discografico e, più in generale, con la musica di Ezio Bosso. Alla fine di questo pregnante dialogo tra due protagonisti del nostro panorama culturale odierno si comprende l'"humus" in cui non solo le composizioni di Ezio Bosso sono proliferate, ma anche il perché dell'attecchimento di queste nella platea degli ascoltatori. La strada battuta dal compositore, pianista, contrabbassista e direttore d'orchestra torinese e, allargando il discorso, da una discreta parte della musica contemporanea si sostanzia in certi ectoplasmi di forme classiche, forse svuotati del loro senso originario, che diventano quasi simulacri di antiche emozioni. Si esprimono con la tensione alla ricerca di un "core" che non esiste più ed è per questo tanto più affascinante.

È un "modus operandi" che si ritrova spesso nella musica contemporanea, per esempio in "Filigrane bachiane" del compianto Azio Corghi, dove avviene una sovrapposizione tra scampoli originali di J.S. Bach, appunto degli spettri sonori che appaiono e scompaiono a intermittenza, e il contemporaneo. "Mutatis mutandis", trovo una singolare comunanza di approccio tra le ipnosi reiterative bossiane e questa composizione di Corghi. Split, Postcards From Far Away, un pretesto per citare le emozioni profonde che un artista carismatico come Francesco Libetta è in grado di suscitare nell'ascoltatore. Quell'intimo pulsare che si trasmette dalle radici più sotterranee sino all'estremità del nostro corpo sensibile, un evento che acquista il valore di accadimento biologico. E Libetta, virtuoso del tasto e dell'animo, come ogni grande artista non può lasciare insensibili, grazie a quell'ineffabile misto di fragilità e possanza, delicatezza estrema, spinta sino al sussurro, e travolgente impeto sonoro.


Alfredo Di Pietro

Maggio 2024


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