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domenica 24 ottobre 2021 ..:: Un pomeriggio con Giacomo Pagani ::..   Login
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 Un pomeriggio trascorso fra "amarcord", tecnica e musica Riduci

UN POMERIGGIO TRASCORSO FRA "AMARCORD", TECNICA E MUSICA


INTRO

C’è un'idea alquanto stravagante che gira nei circoli audiofili, molto divergente dalla mia, la quale considera le sedute d'ascolto come l'occasione per elucubrare sentimenti tutt'altro che positivi, anche se mimetizzati da intenti benevoli. I propositi iniziali sono quelli d'incontrarsi per ascoltare della buona musica sull'impianto Hi Fi. Si beve qualcosa, magari si mangia qualche pasticcino e si conversa piacevolmente tra un brano e l'altro. Circa un paio d'anni fa ho avuto la malaugurata idea di assecondare il desiderio di un caro amico, invitando qualche appassionato a casa mia per l'ascolto del suo nuovo diffusore, che tra l'altro ero in procinto di recensire. Dopo i primi convenevoli ho dovuto sorbirmi a una serie interminabile di critiche sull'ambiente, sulle elettroniche, sul diffusore stesso. Questo piccolo manipolo di persone si disinteressò sostanzialmente a ciò che stava ascoltando poiché impegnato a fare le pulci a qualsiasi cosa. La loro vera finalità era dimostrare grande competenza nel campo della riproduzione audio, la capacità, invero tutta da verificare, di poter spaccare il capello in otto. Credo sia inutile dirvi che quella è stata la mia prima e ultima seduta audiofila, almeno di quel tipo. Tutt'altra cosa avviene con quei pochissimi amici, che conosco da ben oltre un decennio, cui sono legato da vera stima e dalla condivisione di una comune passione. Purtroppo questo maledetto COVID-19 ha reso difficili per diverso tempo i nostri rapporti sociali, atrofizzato le nostre frequentazioni, ma sembra che ora si cominci a vedere la luce in fondo al tunnel.

Sull'impulso di questa tanto agognata ripresa, in questo periodo ho ricominciato a curare quella parte del mio sito intitolata "I miei pomeriggi audiofili", una piccola/grande rassegna d'incontri che da qualche tempo era rimasta in sospeso. Se con molti audiofili, quasi tutti conosciuti sui Forum, il mio rapporto è stato fugace, talvolta conflittuale, deludente o alterno, con un numero davvero esiguo di loro il legame si è conservato solido nel tempo. Con altri la familiarità iniziale si è poi deteriorata, anche per una mia certa caratterialità, ma con due di loro è poi avvenuta una riappacificazione, cosa che mi ha donato grande serenità. Anche se non ci si vede o sente spesso, quel reciproco rispetto e simpatia esistente tra noi è la dimostrazione perfetta che la vera amicizia è un qualcosa che si conserva sempre viva nell'intimo e non ha alcun bisogno di essere alimentata da un'assidua frequentazione. Uno di questi amici fidati è Giacomo Pagani, conosciuto nel 2006 nella Mailing List di TNT Audio e sul forum di Videohifi. Da allora veramente tanta acqua è passata sotto i ponti; erano anni di grande fermento in cui abbiamo costruito le basi non della nostra passione, quella già c'era, ma dell'aspirazione a scrivere di musica e alta fedeltà sporcandoci le mani con il difficile mestiere di recensore. Ho conosciuto Giacomo che era un ragazzo e lo incontro nuovamente oggi che è un uomo, pieno d'idee, progettualità, esperienze, in buona sostanza di tutte quelle cose che ci tengono vivi e aperti al futuro.

La mia scorsa occasione di visita presso di lui risale al dicembre 2008, un amabile pomeriggio di ascolti da cui trassi un articolo intitolato "Largo ai giovani!", con delle foto dalla qualità perfettibile, per usare un eufemismo. Lo potete leggere insieme a tanti altri nella sezione dedicata del mio sito poc'anzi citata. Lui non è soltanto un audiofilo, ma anche un esperto conoscitore di elettronica, a tal punto che si era autocostruito un piccolo gioiello, un amplificatore finale di potenza First Watt F4 su progetto del grande Nelson Pass, che in quell'occasione potei ascoltare nell'ambito di un impianto meditato sin nei minimi particolari e assolutamente non banale, come tutte le cose che fa e pensa Giacomo. Da quei tempi ne ha fatta di strada: è diventato un importante redattore prima di Fedeltà del Suono e poi di AudioGallery, la rivista diretta da Andrea Della Sala. Io, più modestamente ma mosso dalla medesima grande passione per la scrittura, sono rimasto a coltivare il mio orticello di Non solo audiofili, con poche ma curate piante che innaffio giornalmente. E va benissimo così. Una conferma del suo approccio finalizzato al conseguimento di risultati non accidentali, della serie: "metto insieme degli oggetti e vediamo cosa ne viene fuori", è l'impianto assolutamente fantastico di cui oggi è possessore. Ne parleremo nel corso di questo mio resoconto.


L'IMPIANTO
CAVALLO DI RAZZA



Giradischi Technics SL-1000 MK2:
- Motore SP-10 MK2
- Alimentatore SH-10E
- Base SH-10B3
- Braccio EPA-100
- Shell SH-100S

Testina Van Den Hul The Grasshopper IV GLA.
(Settata a 1,45 grammi e con lo smorzatore magnetico dell'EPA-100 settato su 4,5)

Preamplificatore Phono e Linea stereo Manley Steelhead RC

Amplificatori Finali di potenza mono Manley Reference 350.
(con Feedback "Minimum" e slope "Medium")

Universal Blu-ray Player Oppo BDP-83 SE

Mac Mini

Convertitore D/A RME ADI-2 DAC FS

Diffusori Acapella High Violon 2001

Arrivo con buon anticipo nei pressi della casa di Giacomo. Ci scambiamo due parole su Messenger, lui ha acceso l'impianto da una diecina di minuti, per il rituale "warm-up", le valvole ho subito pensato, ma in realtà la cosa che più bisogna scaldare sono i tweeter a ioni delle Acapella High Violon. Appena accesi soffiano, stabilizzandosi poi con la temperatura quel fruscio va quasi a zero. "Sono anche un po' meteoropatici, se devo dirti la verità, soprattutto quello di destra", mi dice sorridendo una volta entrato nel suo appartamento. Le amplificazioni di Eve Ann Manley sono al contrario silenziosissime, mute come delle tombe. Parliamo dei finali Reference 350, che sono il modello più potente della generazione precedente di amplificazioni. Giacomo ha avuto anche i finali 240/100 progettati da David Manley, dotati di dieci EL34 e con il faceplate dorato, questi però si erano dimostrati piuttosto inaffidabili (ogni tanto qualche valvola saltava). Quando lui ha acquistato i 350 gli è scappata l'esclamazione: "Benvenuto di nuovo tra le magie di David Manley!" Magie in senso ironico, visti i precedenti. Invece questi, a differenza dei 240/100, hanno dimostrato di avere un funzionamento molto più affidabile. I Reference 350 appartengono alla prima stirpe di finali, sono stati prodotti ai tempi della fondazione del marchio VTL, secondo Giacomo i migliori progettati da David. La prima fabbrica HiFi di Manley si chiamava infatti VTL of England (VTL è l'acronimo di Vacuum Tube Logic); nasceva perciò, al contrario di quanto si possa credere, come azienda inglese e non americana.



"Pensavo con questi di avere a disposizione tanta potenza, ma sempre meno raffinatezza andando indietro con gli anni. Sono i più bei Manley che abbia mai avuto!" Mi fa notare che hanno una manopola in alto sul frontale, che in realtà è uno "switch" per selezionare la valvola sulla quale misurare il BIAS, non c'entra quindi con le regolazioni. Sono equipaggiati da otto tubi 6550. La tensione di BIAS viene misurata sui due contatti in alto sul frontale. La coppia di manopole sotto sono invece dedicate alla regolazione la sinistra del Feedback (controreazione) e la destra (Slope) alla pendenza del filtraggio capacitivo della rete di Feedback. Man mano che si diminuisce la controreazione si ottiene un suono sempre più libero, di maggior respiro, avente magari meno controllo. Mi spiega Giacomo: "Lo "Slope" gestisce praticamente l'estensione in alta frequenza: andando verso il massimo ci si allontana sempre più dalla banda dei 20 kHz, ma inizi non dico a far oscillare l'amplificatore, ma ad avere un acuto più frizzante. Si comincia a sentire il carico e questo dà fastidio al finale. Più filtri basso, più avrai un acuto che non sembrerà così esteso e arioso, ma avrà una timbrica maggiormente corretta." La configurazione tenuta durante tutti gli ascolti è Feedback su "Minimum" e Slope su "Standard", mentre di default bisognerebbe tenere entrambi sul livello medio. "Ho preferito stare indietro con il Feedback", dice Giacomo, "nonostante il carico sia difficile perché sono propenso a preferire i suoni con la minor controreazione possibile, anche se non hanno quella perfezione "hifiesca" che tanti desiderano.



Se metto i controlli sul massimo ottengo un suono che si siede dietro i diffusori. Diventa più rigoroso ma dopo un po' che lo ascolti tendi ad alzare il volume in quanto per avere un certo coinvolgimento ti viene da chiedergli dei Watt in più, diversamente dalla configurazione che preferisco, dove non sento il bisogno di una maggior pressione sonora. "L'estetica da stufa americana ha poi un che di affascinante." I Reference 350 sono piuttosto pesanti (34 Kg), per via dei grossi trasformatori e condensatori. Ci spostiamo su un altro componente capolavoro del suo impianto, le Acapella High Violon, prima di passare a quella meraviglia che è il Technics SL-1000 MK2. Di grande interesse è il tweeter a ioni, con la sua cosiddetta "singing flame", la fiammella suonante, che opera la trasduzione acustica non impiegando una membrana mobile, come i normali altoparlanti, ma per mezzo di una scarica elettrica formata da ioni e modulata sul segnale. La regolazione di questo tweeter si fa in casa, avendo quindi la possibilità di variare pesantemente la risposta in alto del diffusore. "Il produttore ti fa un segno a matita sul potenziometro, per dirti che secondo lui il punto giusto è lì. Poi però quando vai in ambiente te la puoi ricalibrare." Per non andare a tentoni (non è un modo di procedere a lui congeniale), Giacomo ha fatto delle semplici misure con un microfono e l'iPad, tramite un'applicazione di qualità che è la Faberacoustical SignalScope e tutta la sua famiglia di altri strumenti. Ha così rilevato che con la taratura di fabbrica la risposta in frequenza dai 5 kHz in su, ambito di riproduzione del tweeter, era abbastanza in salita, apparendo frastagliata sino ai 5.000 Hz e poi faceva un bel salto di 4, 5 dB, cosa che rendeva la timbrica del diffusore molto frizzante.



Ha quindi agito di conseguenza regolando il livello del tweeter sinché non ha visto il sostanziale linearizzarsi della curva. Il medio a cupola è della Dynaudio, caricato con una tromba sferica, esattamente come la trombetta antistante al tweeter. S'illuminano gli occhi a Giacomo quando parla delle sue Acapella, cioè quei magnifici sistemi che con tanta oculatezza ha voluto sposare. Nel nome del modello, "High" significa doppio woofer da 10" in carico isobarico, anziché uno solo da 10", il cablaggio è Silver-Ceramic. I diffusori di quell'epoca, contrariamente ai moderni, hanno la sospensione esterna in foam e rappresentano per l'amplificatore un carico più difficile, con 4 Ohm medi. A un certo punto mi confida: "Io ormai per fare una recensione di casse facili, dove con questo termine intendo un prodotto che non è così sofisticato da essere una Formula 1 e che quindi spremi poco, impiego una settimana o magari anche meno, mentre un'altra di complessità e potenziale elevati, come la Wilson Watt Puppy 8 che è stato uno dei miei migliori diffusori, ci metto due o tre mesi. Per queste che stiamo ascoltando, ci ho messo invece due anni. Le Acapella High Violon sono un diffusore sfidante, mai contento, mai al massimo." Un giorno ti viene un'ispirazione, le giri di cinque gradi e ti si apre un mondo, poi le sposti indietro di due centimetri e ti cade la mascella. Cambi un cavo, un amplificatore e ti danno sempre delle vedute di suono diverse. Ogni cambiamento fatto nell'impianto diventa subito sensibile all'ascolto. Da sempre la dinamica è il pallino di Giacomo, ha avuto per essa una grande attenzione lungo tutto il suo percorso audiofilo.



Semplificando il discorso, lui ha sempre affermato che la più grande differenza tra il suono dal vivo e quello riprodotto è il suo respiro e la dinamica è la prima cosa che ti fa pensare di essere in ambito "live", poi viene il dettaglio, la timbrica e tutto il resto. "Ero andato a prendere questi diffusori a Saarbrücken, nel corso di un fine settimana che avevo fatto con Cristina a Colmar". "Cosa dire dell'abbinamento con i Manley? In estrema sintesi che è molto convincente. Le elettroniche sono impressionanti per possanza sul range inferiore, i Watt non mancano di certo essendo ben 380 (con il 3% di T.H.D e il controllo Feedback impostato su Maximum), altrettanto sul medio e alto, dove sfoggiano una trasparenza e una cura dei particolari fini da primato. Ecco perché anche se l'acuto è regolato per essere leggermente sopra le righe, rimane pur sempre di altissimo livello, nobilitato da una caratura timbrica che non teme confronti. Non so, pur muovendomi nel campo delle ipotesi, se con un'altra amplificazione si sarebbero potuti ottenere dalle High Violon i medesimi risultati in termini di trasparenza e accuratezza e se la gamma medio-alta avrebbe avuto questa piacevolezza. Una cosa è certa, un fuoriclasse dell'amplificazione come il Reference 350 ha certamente contribuito all'altissimo livello sonoro dell'insieme. Apriamo un altro avvincente capitolo, quello relativo al Front End analogico, mentre "snobbiamo" completamente quello digitale. Giacomo è sempre stato un audiofilo che non dà soverchia importanza al censo, anche economico, delle testine; ne possiede quattro o cinque, tutte di fascia media o anche medio-bassa.



Il Van Den Hul The Grasshopper è il primo fonorivelatore importante che possiede. Nonostante sia un MC dall'uscita piuttosto bassa (0,65 mV) lo tiene collegato sull'ingresso MM e questo grazie alla versatilità dello Steelhead RC, il quale offre gli stessi guadagni sugli ingressi, che così differiscono solo per il tipo di carico e i valori selezionabili. Mi dice: "L'unica cosa che cambia tra i due ingressi è che l'MC va nei trasformatori di Step-Up mentre l'MM va nelle resistenze. I due Input potevano allora essere chiamati anche trafo e resistenza. Ovviamente, entrando nei trasformatori si hanno delle opzioni di carico diverse da quelle offerte per le resistenze." A questo punto la domanda che sorge spontanea è perché Giacomo abbia utilizzato l'MM. Per il semplice fatto che per la Grasshopper IV GLA si indica una resistenza di carico superiore a 500 Ohm, nonostante questa abbia un'impedenza interna molto bassa e pari a 25 Ohm. "Ecco perché ho settato l'impedenza di carico a 47 kOhm, inusuale è vero per una MC ma raccomandata da VdH, insieme a un piccolo "sprint" di capacità da 120 pF, ma devo controllare questo valore perché ora vado a memoria." È un fonorivelatore molto particolare, controcorrente rispetto ad alcune filosofie orientali. Va da sé che il Technics SL-1000 MK2, rigorosamente originale dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, è un'altra perla della catena, responsabile della strepitosa resa sonora dei vinili. Giacomo non ha difficoltà a considerare il braccio EPA-100 il vero senso del sistema, insieme alla testina Van Den Hul.



Alcune cose molto importanti ci sono da dire su questo capolavoro di meccanica, dotato di regolazione del VTA "on the fly". Non per nulla il Signor Van Den Hul, produttore della pregiatissima Grasshopper, utilizzava ogni giorno il sistema SL-1000 per il suo lavoro. Giacomo m'illustra con dovizia di particolari il sistema di smorzamento dinamico variabile del braccio, il quale consente delle regolazioni che lo rendono compatibile con la pratica totalità delle testine disponibili in commercio. La sospensione cardanica di tipo Gimbal a quattro punti gli conferisce un'estrema stabilità di funzionamento, adopera venti cuscinetti a sfera in rubino che abbassano l'attrito statico a 5 mg, o meno, per il movimento in ogni direzione. Eccezionale la rigidità dell'asta in nitruro di titanio, materiale leggero e anche molto resistente sia alla flessione che alle risonanze, sicuramente uno tra i responsabili dell'incredibile accuratezza di riproduzione dei vinili che assicura questo 10". La conchiglia portatestina SH-100S in Magnesio ha inoltre una scala graduata che permette una regolazione facile e veloce dell'overhang tramite un movimento a slitta. Giacomo mi racconta emozionato come e quando ha avuto l'onore e il piacere di conoscere personalmente Tetsuya Itani, progettista del sistema SL-1000. Come ogni oggetto caratterizzato da una forte personalità, il Front End SL-1000 MK2 ha lasciato dietro di se un corteo di entusiasti e detrattori. La querelle non mi vede interessato, anzi suscita inevitabilmente in me un annoiante senso di non-risposta, o meglio, di una risposta univoca, dettata dalla coincidenza di questo sistema con il meglio del meglio dell'analogico.



Da audiofilo saggio è stato molto attento Giacomo anche all'ottimizzazione acustica del suo ambiente d'ascolto. Dietro il divano ha messo dei pezzi di Neoprene da imballo, riempiendo lo spessore che esiste tra questo e il muro, proprio allo scopo di frenare il basso. A riprova, durante gli ascolti non ho avvertito alcuna fastidiosa risonanza ambientale, grazie anche all'assenza di superfici parallele contrapposte; come ben si sa, più la forma del locale è irregolare e più è difficile che s'inneschino quelle risonanze che di solito abbiamo in ambiente, generate dalla distanza tra le superfici laterali, frontale/posteriore e soffitto/pavimento. L'ampio "open space" in cui è posto l'impianto è stato ricavato dalla fusione di due appartamenti, presenta delle superfici curve e asimmetriche, un vero toccasana per un ascolto pulito delle basse frequenze. In particolare, è stata abbattuta la parete di mezzo tra i due alloggi e, laddove c'era la strutturazione in camere, sono state eliminate le pareti divisorie allo scopo di ottenere uno grande spazio unico, avendo però l'accortezza di conformare tutte le pareti in modo che non fossero parallele tra loro. Sono state messe anche delle tende davanti alla vetrata. Risultato: l'assenza di fastidiosi e inquinanti rimbombi, una scena ben focalizzata e ariosa. Ogni distanza è stata tarata con il metro-laser, si è così raggiunta una grande precisione sulla seduta dietro le orecchie, fattore cruciale per la bellezza della scena, che ho sperimentato con le mie orecchie e che ha richiesto a Giacomo un certosino lavoro protrattosi negli anni.



Maniacale definirei la cura con cui è stata stabilita la posizione più opportuna dei diffusori in ambiente, la distanza tra loro e l'appoggio della testa sul divano, quest'ultima esattamente di 340 cm con tolleranza di 1 cm (!), mentre quella che intercorre tra i centri degli altoparlanti è di 300 cm. Il Toe-In è tale per cui i driver puntano appena oltre l'ascoltatore, lambendo il poggiatesta 25 cm a lato delle orecchie, altra accortezza per non appiattire il palcoscenico tridimensionale. Sul bordo delle due robuste lastre di vetro cha fanno da piano d'appoggio superiore, c'è un gommino che indica l'esatto centro d'ascolto, equidistante dai due diffusori. Un sistema insomma geometricamente molto ben misurato!


THE INVISIBLE SUN
L'ASCOLTO

Ripensando a quanto confidatomi da Giacomo sul tempo che gli occorre per inquadrare la personalità di un diffusore di rango, non mi azzarderei certo a "pontificare" sull'anello finale del suo straordinario impianto, quello che in buona sostanza consegna il suono alle orecchie, dopo appena qualche LP ascoltato. Da buon ascoltone devo tuttavia accennare a un'impressione che mi ha inseguito dall'inizio alla fine degli ascolti, parlo di quell'imponderabilità, di quella difficoltà a ravvisare una singola natura sonica in un sistema che invece muta aderendo come una seconda pelle all'incisione. Le differenze tra un disco e l'altro sono state evidentissime, in termini di dettaglio, range dinamico e bilanciamento tonale, tali da portarmi a dire che ho ascoltato tanti diffusori quanti gli LP che Giacomo ha messo sul piatto. La prevedibilità è termine da tenere ben alla larga nel suo caso. In alcuni la gamma alta era in buona evidenza, posso quindi affermare che le High Violon sono diffusori "alla francese", brillanti? No perché commetterei un errore, visto che in un altro vinile risultava tutto molto morbido, giunonico direi. Se in un'incisione di bassi non ne ho praticamente sentiti, ce n'è stata un'altra dove c'erano senza se e senza ma, profondi, potenti e controllati. Mi si potrebbe eccepire che tutti i sistemi si comportano più o meno così. Certo, ma non questa nettezza, per il semplice fatto che i loro limiti prestazionali si trovano a un gradino decisamente più basso e perciò attutiscono quelle differenze che qui invece appaiono lampanti. Ecco, questa è la considerazione principale che mi sento di dire dopo l'ascolto dei sette LP propostimi.



J.S. Bach. Toccata & Fugue en ré mineur BWV 565. Lionel Rogg plays the historic Silbermann organ of Arlesheim. Harmonia Mundi.
- Toccata e Fuga in re minor BWV 565

Cosa dire del primo impatto, favorito dalla musica organistica? Che si parte molto bene, visto che amo smisuratamente la musica di J.S. Bach. Ascoltiamo per intero la celeberrima BWV 565, interpretata dal grande Lionel Rogg su uno strumento storico. Eminente figura nel campo della musica, organista, compositore e insegnante di teoria musicale svizzero, è noto per essere un ottimo interprete bachiano, di cui ha registrato per ben tre volte tutte le opere per organo. Giacomo mi fa sedere esattamente nel punto ideale d'ascolto, di fronte a me vedo il famoso "gommino" che indica lo "sweet spot". Tutta la mia attenzione è all'inizio catturata dal grandioso senso di ambienza, il quale proietta il suono in una dimensione di sacralità. L'immagine è stabilissima, ben ferma su una linea spaziale che va ben oltre il limite della parete di fondo. Dopo l'ambienza, a colpirmi è la luminescenza dei registri d'organo, proposti con una trasparenza che gli dona libertà e svincolamento dalla fisicità dell'impianto. Il suono è ben aperto sulle alte frequenze. In barba a tutti i pregiudizi esistenti sulle trombe, qui troviamo un palcoscenico d'eccellenza, ben al di sopra della media per ariosità, larghezza e profondità.



The Original Motion Picture Soundtrack of Francis Coppola's Movie "One from the Heart" - Tom Waits - Crystal Gayle
- Opening Montage
- Is There Any Way Out Of This Dream?
- Picking Up After You
- Old Boyfriends

Quella sensazione di predominanza della gamma medio-alta ricevuta dal precedente ascolto qui sparisce del tutto. Le voci di Tom Waits e Crystal Gayle si presentano carnose e ricche di calore. I quattro brani ascoltati sono tutti di grande respiro, anche dinamico, la prospettiva raccolta in un piacevole effetto presenza, dove le Acapella si trasformano quasi in un monitor da studio di elevatissima classe. Il salto dalla fantastica spazialità dell'organo a questa registrazione è semplicemente enorme, sembra quasi di ascoltare un altro impianto. In "Is There Any Way Out Of This Dream" emerge un basso corposo, "punchy", frenato e articolato come meglio non si potrebbe. I duetti tra i due cantanti sono strepitosi, intrigante l'amalgama tra la voce maschile e quella cristallina femminile. L'album One from the Heart è la colonna sonora, composta da Tom Waits, per l'omonimo film di Francis Ford Coppola e fu registrato dall'ottobre 1980 al settembre 1981. Ha segnato la fine della collaborazione quasi decennale tra Waits e il produttore Bones Howe. Ascoltiamo a un livello di pressione sonora che ancora possiamo definire non lontano dal condominiale, che consente a me e Giacomo di poter parlare senza alzare troppo la voce. Old Boyfriends è un brano bellissimo, esordisce con la voce carezzevole di Crystal Gayle, vero velluto per le orecchie. Il lento tappeto ritmico è scandito con un rilievo microdinamico straordinario, le High Violon sono come una sorta di centometrista nell'atto di fare una passeggiata per sciogliere i muscoli, ma sempre pronto a scattare come un ghepardo, a seconda delle circostanze. Ecco che, piuttosto che appisolarci in un "trip" sonnacchioso, ci sentiamo accolti a bordo di una Formula 1 dell'audio.



Ry Cooder - Jazz - Arranged and Conducted by Joseph Bird
- Big Bad Bill Is Sweet William Now
- Face to Face That I Shall Meet Him
- The Pearls/Tia Juana
- The Dream
- Happy Meeting in Glory

Jazz di Ry Cooder è un album musicalmente godibilissimo e molto, molto divertente, proposto da un musicista celebre per il suo virtuosismo tecnico alla slide guitar. Nei suoi album si è rivelato un entusiasta esploratore dei vari generi della musica americana, spazianti dalla "Roots music" a quella ricerca etnomusicale che lo ha portato ad allargarsi al Raga indiano, ai ritmi sudamericani e alla musica africana. Uno strumentista davvero notevole, non per caso classificato al trentunesimo posto della lista dei cento migliori chitarristi, stilata dalla rivista Rolling Stone. Dal punto di vista audiofilo, qui non posso sottacere del valore aggiunto che ha in questo tipo di musica, l'acustica, la completa assenza di artificialità nella timbrica di cui si pregia la catena di Giacomo. Sbalorditivo per verosimiglianza, delicatezza e completezza armonica l'ampio corteo di strumenti, eminentemente acustici, che arricchiscono quest'album. Chitarra, chitarra bottleneck, arpa, mandolino, tiple, mandobanjo, cornetta, trombone, corno, sassofono, clarinetto, clarinetto basso, tuba, pianoforte, cimbalom, marimba, vibrafono, organo, contrabbasso e batteria sono gli strumenti con cui questa catena si deve misurare. E qui lo fa uscendone sempre a testa alta. La registrazione è pulita, anche qui piuttosto "frontale", ma non sono mancati i dischi dove la tridimensionalità delle Acapella si è fatta apprezzare in tutta la sua magnificenza.



Tchaikovsky 1812 - Capriccio Italien - "Cossak Dance" from Mazeppa - Cincinnati Symphony Orchestra - Erich Kunzel Conducting
- 1812 Overture Op. 49

Un Long-Playing "Digital" che ci riporta all'annosa questione del perché ascoltare un vinile se la registrazione è in digitale. Una plausibile spiegazione sta nel fatto che in casa propria, in tempo reale, cercare di fare una decodifica non sarà mai come mettere uno stilo in un solco e quindi è meglio lasciare che venga fatta da qualcun'altro. Questo è almeno il pensiero di Giacomo. "Io ho uno stadio d'uscita del DAC RME, buono quanto vuoi, ma che non è altrettanto veloce quanto la mia testina che legge un solco. I transienti non sono altrettanto fulminei." In questo spettacolare disco siamo in presenza di una miscela molto efficace di potenza e al contempo raffinatezza timbrica, con una "rumoristica" fuori scena di grande importanza come la terribile sequenza di colpi di cannone, in verità proposti solo in alcune occasioni da cannoni veri ma sostituiti normalmente dalla grancassa sinfonica. Un vero e proprio disco "Killer" per testare la tenuta dinamica e in potenza del nostro impianto. Proprio su questi devastanti colpi a un certo punto vengono fuori delle difficoltà di tracciamento della testina, sento alcune botte violente e secche provenire dai diffusori. Il fenomeno è con tutta probabilità correggibile adottando magari un maggior peso di lettura, che Giacomo tiene piuttosto basso. "Io vedo tante Acapella", mi dice, "fotografate accanto a dei monotriodi. Queste casse non vanno con tali amplificazioni. Poi se ascolti una voce ti sembra che sia magica, ma non lo è perché sicuramente da questi sistemi un monotriodo tira fuori i difetti. Bisogna scacciare il feticcio di certe amplificazioni che sono succulente, ti viene voglia di averle e coccolarle, ma che con tali diffusori non vanno, soprattutto con le mie del 2001 che hanno un'impedenza nominale di 4 Ohm." Di una freschezza e rugosità sorprendenti sentiamo l'ordito dei violoncelli.



Plan B3
- Ain't No Sunshine
- Main Station

Con i Plan B3 s'innesta una marcia tutta diversa. L'ascolto è davvero elettrizzante, anche se in altro modo dai precedenti LP. Nulla rimane nascosto in un velante bozzolo ma ogni contorno, vocale o strumentale che sia, assume il carattere di un'assoluta chiarezza. L'impianto di Giacomo nulla nasconde ma tutto rivela. Potrei parlare, malignamente, di tendenza all'iperdettaglio, di un qualcosa che esagera la nettezza delle sagome sonore come uno strumento di Photoshop incrementa la definizione. Potrei, ma non sarebbe corretto da parte mia giacché tale cura nell'intagliare i particolari più fini non origina da artificiosi escamotage, ma bensì da una eccelsa capacità di estrarre il massimo possibile dal supporto, un microsolco in questo caso. Il sassofono di Philippe Chrétien in "Ain't No Sunshine" ha una focalizzazione micidiale, riesco a sentire distintamente i rumoretti d'incontro tra la lingua e l'ancia dello strumento con una sottigliezza, velocità e ricchezza di particolari senza pari. Anche le percussioni di Hans Peter Bartsch si lasciano ammirare per la loro pienezza. Le pelli sono tese, reagiscono immediatamente alla bacchetta che le percuote. È tipica del vinile quest'estrema ricchezza e istantaneità nel riprodurre i transienti, al momento credo non ci sia alcun sistema digitale in grado non dico di superarla, ma anche solo pareggiarla. La pasta analogica si fa sentire sempre e comunque.



Alison Krauss & Union Station - So Long So Wrong
- So Long, So wrong
- No Place to Hide

Disco bellissimo, che presto acquisterò. Qui è la voce di Alison Krauss a brillare per sensualità, pura e ammaliante seta sonora da gustarsi sino all'ultima goccia. Di assoluto rispetto è la vocalità di questa cantante e violinista statunitense. A un certo punto della sua carriera venne invitata a unirsi alla band con cui tuttora suona, la Alison Krauss & Union Station, che nel 1989 pubblicò il suo primo album. Possiamo apprezzare la resa morbida di quest'impianto nel genere "Bluegrass", affascinante proprio per quel senso di grande naturalezza, calore e totale assenza di "sinteticità" che emana. In particolare, So Long So Wrong è un album in studio, pubblicato nel 1997. Sul versante strumentale, non meno interessanti sono il banjo di Ron Block, il violino della stessa Alison Krauss e il basso di Barry Bales, naturale, ritmicamente frizzante. Non s'incorre in nessun impastamento durante la riproduzione, ogni strumento e voce sono nitidamente distinguibili nella rappresentazione scenica. Con delicatezza si ritaglia il suo spazio senza invadere quello dell'altro. Se vi piacciono le marmellate sonore, tenetevi ben alla larga da una catena di questo tipo. Non si tratta, tuttavia, di sorgenti sonore che sono state ritagliate con il "cutter", ma tessere di un mosaico che rendono un'immagine armoniosa nel suo insieme. Veloce, preciso e assolutamente non rimbombante il basso, merito non solo dell'impianto ma anche della perizia con cui Giacomo ha condotto l'ottimizzazione acustica del suo locale. Questo vinile narra delle storie sullo sfondo di una tappezzeria inglese a colori pastello.



Ravel: Bolero - Mussorgsky - Ravel: Tableaux D'une Exposition (Bilder Einer Ausstellung - Pictures At An Exhibition).
Berliner Philharmoniker - Herbert von Karajan
- Ravel: Tableaux D'une Exposition

Con quest'ultimo LP si ritorna a una prospettiva spaziale da grande compagine sinfonica. Cerco di tenermi strettamente allineato al famoso gommino, in quest'occasione è particolarmente importante per un buon equilibrio tra le sezioni strumentali. Sulla caratura artistica di quest'album credo ci sia ben poco da dire, direttore e orchestra sono tra i massimi nella storia dell'interpretazione. La registrazione è piuttosto datata, una Deutsche Grammophon risalente al 1966, non il massimo della qualità (all'epoca le Decca secondo me erano superiori), a tratti un po' granulosa e duretta nella timbrica. E tale ce la restituisce l'impianto di Giacomo, con il suo noto rigore, con la sua intransigenza verso i pregi ma anche i nei del supporto. Il miglior setup è quello che non c'è, minima invasività vuol dire massima aderenza alla registrazione, che qui ha una stoffa, valore artistico a parte, ben differente dal disco Telarc al quarto posto della scaletta. Guardando oltre, possiamo comunque riconoscere ancora una volta la somma cura posta nel tratteggiare caratteristiche e temperamento di ogni profilo sonoro, strumentale o vocale che sia. La gamma media è in ogni occasione di esemplare correttezza, l'estremità alta radiografante ma non affaticante, cura del dettaglio di altissimo livello e una tra le migliori immagini che io abbia mai ascoltato, molto probabilmente la migliore. La posizione delle sorgenti nello spazio è salda, non si fa fatica a individuare ogni elemento in un punto ben preciso, come rispettato è il fatidico nero infrastrumentale.


CONCLUSIONI

Il mercato dell'audio è caratterizzato dall'affacciarsi sempre più assillante di mode e rotazione di modelli, che spesso altro non sono che delle superfetazioni dell'esistente. In questo disorientante panorama l'amico Giacomo emerge come audiofilo evoluto, in grado di individuare e abbracciare il meglio, secondo le sue desiderata, magari pescando a piene mani e senza titubanze nell'oggettistica "discontinued". Impressionante la capacità di dettaglio, il respiro dinamico e l'immediatezza dei transienti espressi dal suo impianto, mi è davvero sembrato di entrare in una dimensione diversa dalle "solite" catene, un autentico viaggio nel cuore della musica dove il messaggero tende a non condizionare nulla, "limitandosi" a restituire il messaggio nella sua integrità. Il suono che riproduce può essere perentoriamente frontale o d'inusitata sinuosità. Stentoreo sino a rasentare l'aggressività o dolcissimo. Una seduta audiofila di ordinaria o straordinaria amministrazione? Dipende dai punti di vista. Per me è stata straordinaria e insieme ordinaria, non avendo la fortuna di poter contare su un setup di questo livello, ma avendo invece quella di possedere dei buoni amici che mi fanno toccare con mano cosa sia la vera Hi-End. La mia proverbiale timidezza mi ha impedito di chiedere all'amico Giacomo di replicare quest'intrigante pomeriggio audiofilo, ma se ciò dovesse avvenire, sono certo che mi troverò di fronte a un impianto ancora tutto da scoprire, dalle infinite sfumature che sono lì pronte per essere materia di sogno e racconto. E cos'altro è un recensore se non un appassionato "story teller"?


Alfredo Di Pietro

Maggio 2021


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