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17. března 2026 ..:: F. Libetta - BAClassica 06/03/2026 ::..   Přihlásit se
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 Francesco Libetta - Clavicordo - BAClassica 06/03/2026 Minimalizovat




INTRO



Per un "chroniqueur" che si rispetti la regola delle cinque "W" anglosassoni: Who, What, When, Where e Why (Chi, cosa, quando, dove e perché) rappresenta la base fondamentale per poter raccontare un evento in modo circostanziato, imprescindibile per trasportare il lettore sul luogo dell'accaduto e cercare d'immergerlo nella sua atmosfera. Ecco dunque il nostro "cronotopo": venerdì 6 marzo 2026, Villa Ottolini - Tosi di Busto Arsizio, Sala dei Matrimoni, ore 21, concerto con Francesco Libetta al clavicordo organizzato dall'Associazione musicale G. Rossini e dall'Amministrazione comunale. Un recital di clavicordo dunque, che ci protende verso il secondo appuntamento di BAClassica 2026 e si fa messaggero del particolare spirito che contraddistingue questa rassegna, quello di far conoscere qualcosa di nuovo, di diverso dal solito, forse mai ascoltato prima. Un evento possibile grazie all'apertura mentale e culturale di un interprete della levatura di Francesco Libetta, artista di livello internazionale, e anche alla collaborazione del direttore della rivista Musica, Nicola Cattò, con il clavicordo protagonista indiscusso della serata. Un concerto che prelude a un fine settimana specialmente ricco d'iniziative, ce le illustra con dovizia di particolari Giovanni Mazzucchelli, Presidente dell'Associazione Musicale "G. Rossini" ETS.



All'Assessore alla Cultura e Identità Manuela Maffioli spetta il compito d'illustrare i passi avanti compiuti dalla rassegna BAClassica, cosa che fa con orgoglio in qualità di rappresentante di un Comune che fattivamente aiuta l'Associazione e il Festival a rifiorire ogni anno. È una grande squadra quella dell'Associazione "G. Rossini", che dà impulso a una delle manifestazioni più prestigiose della città, avente un'eco non solo locale, dotata di una forza dirompente, impreziosita dalla qualità, professionalità degli operatori e di un livello così straordinariamente alto della proposta da attrarre un motivato pubblico proveniente anche da molto lontano. Maffioli rivendica il fatto che questo Festival rappresenta il prototipo dei tredici culturali di Busto Arsizio che puntano alle due "Q" di qualità e quantità, oltre alla ferma volontà di essere ligi a due importanti tratti distintivi. Il primo è quello di essere poliedrici, policentrici e davvero BAClassica intercetta molti ambiti, svolgendosi i suoi concerti anche in spazi privati e altri molto diversi tra loro. Nelle due chiese, per esempio, la Basilica e la Chiesa vecchia dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Sacconago, in spazi privati come gli studi professionali, la meravigliosa Villa dove ci troviamo stasera e i teatri, senza omettere la contaminazione di varie realtà culturali della città. Attraverso i vari eventi di questo Festival è possibile scoprire tesori a volte inesplorati e sconosciuti dai bustocchi.



La stessa Biblioteca Capitolare non è così nota, così come altri particolari venuti a galla grazie alle ricerche fatte in preparazione del BAClassica, riguardo alle quali Paola Bruno riveste dei grandi meriti. Viene così arricchita un'offerta che va oltre quella meramente musicale, che è già difficilmente pareggiabile, ma dà la dimensione di una città il cui livello culturale è in continua evoluzione. Vivo è quell'atteggiamento di apertura che porta a considerare la musica classica non più come una disciplina di nicchia o ad appannaggio di pochi, ma di una dimensione alla quale tutti possono accostarsi, a prescindere dalla propria preparazione o dai propri studi. Dialoghi musicali va proprio in questa direzione, ancor più stasera con il dialogo tra Nicola Cattò e Francesco Libetta, i due Ciceroni che hanno guidato i presenti nelle segrete stanze di questo misterioso strumento che è il clavicordo. Busto Arsizio può dunque fregiarsi di un'offerta culturale assolutamente degna e meritevole di attenzione, in grado di attrarre anche chi viene da molto lontano e da città più grandi.

Giovanni Mazzucchelli e Manuela Maffioli


IL CLAVICORDO, QUESTO SCONOSCIUTO

Un'occasione imperdibile questa del 6 marzo per conoscere e ascoltare uno strumento che molto sporadicamente è possibile sentire dal vivo. Un'autentica novità pure per il maestro Libetta, visto che per la prima volta si esibisce come clavicordista in un contesto "live". Lo ha fatto senza tema, forte della sua vasta cultura e di mani che hanno una camaleontica capacità di adattarsi a ogni tipo di tastiera. Uno strumento perfetto per il mondo odierno perché, semmai lo si abbia in casa, i vicini non verranno mai disturbati dal suo suono, visto che molto ridotto è il livello di pressione sonora che è in grado di emettere. Questo è il motivo per cui è stata predisposta una piccola amplificazione elettroacustica con dei buoni diffusori monitor Yamha, indispensabile per consentire un agevole ascolto anche alle persone che occupavano le ultime file. Parliamo di uno strumento che origina da un principio fisico/acustico molto semplice, quello che viene contemplato nel monocordo, probabilmente un'invenzione teorica più che pratica, ossia una singola corda che viene percossa in una posizione differente e che, di conseguenza, produce delle vibrazioni più o meno frequenti a seconda del punto in cui viene colpita. La parola "monocordo" appare intorno al 1400 nei trattati, ma gli strumenti più antichi che noi possediamo risalgono al 1500. Possiamo considerare il clavicordo come l'antenato del pianoforte quanto alla sua meccanica, se invece consideriamo il punto di vista dell'uso sociale e concertistico è più opportuno pensare al clavicembalo.

Nicola Cattò

Ma qual è la differenza di base tra i due? Nel clavicembalo le corde vengono pizzicate da un salterello, per cui non ci sono vie di mezzo, queste o si pizzicano o non si pizzicano, rendendo impossibile una gradazione dinamica. Non si può in buona sostanza suonare piano o forte con il clavicembalo, come neanche con l'organo, in cui la canna è aperta o chiusa. Ovverosia, in un organo a canne non si può farlo tramite la pressione dei tasti, ma l'intensità si controlla principalmente cambiando i registri, aggiungendo o togliendo canne, e utilizzando più tastiere o la pedaliera. C'è anche la possibilità di adoperare le casse espressive, che aprono e chiudono persiane per modulare il volume. Un principio diverso viene implementato nel clavicordo, che è uno strumento a percussione, al pari del pianoforte, però con un importante distinguo: in questo il tasto è solidale con una piccola lamella d'ottone che con il movimento del dito va a percuotere una corda. Una volta colpita, questa viene divisa in due parti, quella che non partecipa alla produzione del suono viene a contatto con uno strato di feltro che ne smorza le vibrazioni, mentre l'altra è libera di vibrare. Un principio simile lo troviamo pure nel violino, qui a seconda di dove si mette il dito sulla tastiera viene prodotta una nota di altezza variabile, mentre gli altri due fattori che determinano il tipo di suono o la nota sono la dimensione della corda, cioè il suo spessore, e il suo peso.



Si comprende bene che il clavicordo nasce come uno strumento assolutamente privato, per l'uso domestico, soprattutto perché i primi esemplari non hanno niente a che fare con questo maciste, questo mastodonte sul quale ha suonato Libetta. Erano esemplari fatti secondo il principio del "gebunden" (legato), dove su ogni corda agivano vari tasti che la percuotevano in punti diversi, dando vita a note differenti, un particolare che dava al timbro del suono un colore speciale ma era anche causa di alcuni limiti. Non si poteva percuotere contemporaneamente la stessa corda con più tasti perché, fisicamente, ci doveva essere un solo punto di tangenza, nemmeno erano consentite successioni di note troppo vicine. Tali fattori si riversavano poi in precise limitazioni di scrittura. Tuttavia, per ovviare a tali restrizioni, strettamente legate alla natura meccanica del clavicordo, col passare degli anni vennero introdotte delle modifiche. Gli ultimi vennero costruiti, pensati più come un retaggio quasi archeologico fino all'inizio dell'ottocento, cominciando a diminuire il numero di tasti per ogni corda, cioè ognuna aveva il suo, proprio come avviene in quello utilizzato da Libetta. Partendo dal principio di tanti tasti su una corda, si giunse progressivamente alla configurazione di due corde per un tasto. Così facendo qual era però lo svantaggio?



Che la struttura dello strumento diventava più pesante, in ragione del maggior numero di corde, occorreva dunque più tensione su di esse. A causa del peso e delle dimensioni più elevati si andavano a perdere quelle caratteristiche di suono che lo avevano sempre contraddistinto. Nella storia della musica il clavicordo viene considerato come lo strumento simbolo dello stile sensibile, noto anche come "Empfindsamer Stil", facente capo a una corrente musicale del Settecento tedesco, parallela al classicismo, che mirava a esprimere più che altro sentimenti intimi, naturali e soggettivi. Fu stile tipico di Carl Philipp Emanuel Bach, secondo figlio di Johann Sebastian e autentico pioniere di tale genere, lui trovò una voce ideale in un espediente tecnico assolutamente unico, il cosiddetto "bebung" (tremolio in tedesco), una tecnica espressiva di vibrato peculiare del clavicordo, ottenuta variando con moto oscillatorio la pressione del dito su un tasto già premuto. Quest'azione modificava la tensione della corda stessa creando una piccola ma sensibile variazione di altezza. Cosa impossibile in un pianoforte, dove il martelletto che colpisce la corda torna subito indietro (scappamento), in modo tale da lasciarle la possibilità di vibrare. Nel clavicordo invece si preme il tasto, la lamella d'ottone, chiamata tangente, percuote la corda e rimane a contatto con essa sinché il tasto non viene rilasciato.



A tasto premuto l'esecutore può insistere su questo con dei micromovimenti oscillatori, esattamente come il vibrato che produce il violinista. Era proprio questa fluttuazione tonale che rendeva così speciale la sua voce, una cosa che trovò distintiva anche un grande storico della musica quando sentì suonare Carl Philipp Emanuel Bach nei movimenti patetici e lenti. Nell'espressione di una nota lunga lui costringeva lo strumento a emettere un grido di dolore, di lamento tale che solo si poteva ottenere su un clavicordo e che lui solo poteva produrre. Ci troviamo dunque di fronte a uno strumento del tutto speciale, perdente nell'evoluzione darwiniana della musica in quanto difficile da condividere a causa della sua flebile sonorità. Non si può nemmeno suonare troppo veloce, anche se Francesco Libetta ha smentito questa supposta limitazione, poiché agilità troppo spinte potrebbero contrastare con la sua meccanica. Credo fermamente che questa sua indole intima, sommessa, in una società sempre più esposta al clamore sia una vera panacea, un lenitivo che cura il frastuono che ci circonda.


NON CHIAMATELO CLAVICORDO (O FORSE SI?)



Dopo l'esecuzione della Toccata del cucco, Libetta e Cattò ci offrono un supplemento d'indagine sullo strumento protagonista della serata. Fuori dell'ordinario è quello che abbiamo davanti a noi, così come lo è anche la sua storia. La meccanica, inconfondibilmente clavicordistica, è stata accolta nel mobile di uno strumento inglese risalente al 1840 circa. Era nato come pianoforte da tavolo ma si trovava in così pessime condizioni, sia interne del meccanismo che nelle impiallacciature e nel legno, che era tutt'al più destinato a fare da mobile bar. Dopo averlo esaminato, visto che non era da ricostruire, è stato ripensato come uno strumento più semplice (in una sorta di "downgrade") appunto perché il clavicordo cinquecentesco ha una base meccanica estremamente elementare, suggerendo un'operazione contraria a quella che era la tradizione degli strumenti cosiddetti "Ravalè". Se a quei tempi i clavicembali venivano aggiornati ("upgrade") come pianoforti, qui invece si è operato in direzione contraria, cioè di retrodatare questo pianoforte a clavicordo, rispettando tuttavia lo spirito della sua peculiare meccanica. Conservarne l'indole piacevole e divertente di oggetto non professionale ma da usare in una camera, invece magari di leggere un libro o fare qualcos'altro di gradevole. Francesco Libetta chiese allora all'amico Agostino Iacurci di pensare una decorazione per il mobile.



Iacurci era a New York, si recò al Metropolitan per osservare degli strumenti, ma non è dato sapere qual era di preciso quello a cui si fosse ispirato. "Ora funziona con questo meccanismo antico", dice Libetta, "che, non per essere conservatore, è anche il più affidabile. Ora mi si è guastato il comando elettronico a pedale per leggere la musica sul tablet. È quindi possibile che chieda, se c'è un pianista in sala, un piccolo aiuto per uno dei prossimi pezzi che suonerò." Imprevisti del mestiere. Alla fine possiamo classificare come ibrido questo strumento, stratificazione di secoli diversi solo però nell'aspetto, in quanto il suo suono è inequivocabilmente quello di un clavicordo, cosa che autorizza a trattarlo come uno strumento musicale autentico tradizionale, quasi filologico nella sua essenza. Un oggetto di questa dimensione e struttura portante, va da sé che genera un suono più potente, anche se di poco, rispetto a un clavicordo dell'epoca.


GLI ESAMI NON FINISCONO MAI

Nicola Cattò, non senza una sottile inflessione ironica nella voce, sottopone a Francesco Libetta un curioso vademecum risalente al cinquecento, una specie di sintesi prammatica su come si debba suonare correttamente il clavicordo. Il riferimento è ovviamente ai cinquecenteschi, dobbiamo dunque pensare a quei piccoli clavicordi che pesavano un decimo di questo, con più tasti sulla stessa corda. Le regole sono sei in tutto.

1) Si deve colpire i tasti con i polpastrelli delle dita, in modo che le unghie non li tocchino mai, quindi fare una bella curva alla mano, perché, come si legge nel trattato, la carne è morbida, e perciò colpisce i tasti dolcemente.

2) Si deve colpire i tasti velocemente e con slancio, in modo da ottenere presenza e spirito in tutte le voci, un attacco troppo timido non produce alcun suono.

3) Le due mani devono colpire i tasti con la stessa forza. Considerazione di Cattò: ecco, questo è probabilmente più riferito al meccanismo legato, qui in realtà si possono avere delle alternative dinamiche anche nello stesso momento, però fidiamoci.

4) Si deve colpire i tasti da vicino, e dopo averlo fatto bisogna sollevare il dito di poco, altrimenti si perde molto tempo e non si può suonare velocemente e regolarmente. Le dita devono sempre colpire perpendicolarmente i tasti e poi al suo estremo, cioè al punto più vicino dall'interprete, cosa che invece nel clavicembalo e nel pianoforte non è affatto importante. Qui sì perché le leve sono così lunghe che se per avventura uno colpisse il tasto verso l'interno, gli rimarrebbe abbastanza spazio sino al suo punto d'appoggio per ottenere ancora una forza sufficiente. Dunque colpire il tasto dietro.

5) I tasti devono essere abbassati tutti allo stesso livello, in modo da non cambiare il tono del suono.

6) Si devono lasciare le dita sui tasti con pressione costante per le stesse ragioni, poi semmai la pressione si varia dopo con la famosa vibrazione. Questo è il vademecum per il bravo clavicordista del Cinquecento.

Libetta ha seguito tutto con attenzione, di volta in volta annuendo o assumendo un'espressione di parziale approvazione. Condivide questo piccolo ma importante memorandum, tuttora molto valido. L'unica cosa che a suo parere bisogna per il principio di salvaguardia del contratto interpretare per bene è la terza regola, importante è dunque non la forza delle due mani, ma la loro destrezza. Questo è tanto più valido nella Toccata del cucco di Bernardo Pasquini, dove c'è l'effetto speciale che anche la sinistra a un certo punto suona velocemente. Non dobbiamo mai dimenticare che il clavicordo era il tipico strumento delle signorine dodicenni che non potevano uscire dalla loro camera, concetto oggi certamente superato.


IL CONCERTO

PROGRAMMA

Johann Pachelbel: Aria variata
Giovanni Paisiello: Sinfonia dal Barbiere di Siviglia
Ludwig van Beethoven: Variazioni su tema di Paisiello WoO 70 / Sonatina in Sol Maggiore (Moderato, Romanze)
Baldassarre Galuppi: Sonata in Do (I. Andante)
Bernardo Pasquini: Toccata del cucco
R. di Sanseverino. Sonata di Traetta (I. Allegro)
Wolfgang Amadeus Mozart: Sonata KV 545 (Allegro)
Johann Sebastian Bach: Musette BWV Anh. 126 / Aria BWV 988 - 1
Fryderyk Chopin: Fuga
Domenico Scarlatti: Sonata in La Maggiore K. 208 (Adagio e cantabile) / Sonata in Re maggiore K. 141 (Allegro)


BIS

- Pietro Domenico Paradisi: Toccata dalla Sonata VI in La
- Muzio Clementi: Sonata Op. 25 N. 6 in re maggiore - III Rondò. Allegro assai




In questa magnifica serata vissuta all'interno della Villa Ottolini-Tosi, è stato proposto un programma mirato a un repertorio sei-settecentesco, contenente delle curiose chicche che arrivano sino al primo ottocento o addirittura a Chopin. Il clavicordo non dispone di una sua vera letteratura, non perché non si scrivesse per esso, ma per la ragione che in quei secoli non si componeva specificamente per questo. Le sonate di Beethoven, Chiaro di luna compresa, furono pubblicate per pianoforte o clavicembalo. La Sinfonia dell'opera Il Barbiere di Siviglia è stata trascritta da Paisiello per la granduchessa di Russia, lui stesso ne fece una versione pianistica, più propriamente tastieristica, sua originale dalla musica per orchestra. Per le variazioni di Beethoven su tema di Paisiello dobbiamo riandare al pezzo che l'autore tarantino aveva trascritto nel 1783 per pianoforte o clavicembalo, appunto per ingraziarsi la granduchessa di Russia, la quale doveva dargli il permesso di ritornare in Italia. Sulla strada per il ritorno si fermò a Vienna, dove la sua presenza fece scalpore, tanto che Mozart e Beethoven scrissero delle variazioni su un suo tema. Nel famoso duello pianistico tra Mozart e Clementi presso l'imperatore, il primo scelse di mostrare il proprio talento musicale al secondo e all'imperatore improvvisando delle variazioni su tema di Paisiello.



Clementi invece eseguì una sonata da lui scritta il cui tema fu poi carpito da Mozart per la sua opera Il Flauto Magico. Quello che di solito si omette di questo "contest" è che la sorella dell'imperatore aveva copiato per sé alcuni dei pezzi di Paisiello, che l'imperatore aveva chiesto ai due compositori di leggere a prima vista. Successivamente Clementi si lamentò in alcune lettere perché la sorella dell'imperatore aveva fatto un mucchio di errori nel copiare la musica, e questo ovviamente non poteva essere dichiarato. Nella lettura di Francesco Libetta s'intuisce la fenomenologia di un suono del tutto speciale, da plasmare e controllare sotto le dita senza un attimo di sosta, pena l'involgarimento di una stoffa timbrica potenzialmente deliziosa nella sua raffinatezza. Si percepisce quello strettissimo legame tra sensorialità e sentimento che oggi, nella società industriale, si tende a perdere o comunque a non vedere allineato a quelle epoche. Mentre oggi noi apprezziamo qualcosa di solido e duraturo, allora le cose preziose erano quelle fragili, un concetto che si può estendere anche all'arte delle porcellane, alle tazze da the, ai calici di cristallo. Tutto era nell'arte delicato e vulnerabile. Tra gli incantesimi di questo concerto c'è stato la sprigionarsi di un suono dall'estrema esilità, timbricamente diversissimo dai consueti che è dato ascoltare dal vivo.



Nel nostro immaginario fa da contrasto quello dei pianoforti, che dalla metà dell'800 sempre più furono sottoposti a delle innovazioni che riguardasse l'uniformità timbrica, pur con delle differenze da strumento a strumento. Nel clavicordo ascoltato ogni nota, ogni corda sembrava possedere in se un universo di potenziali nuance da eccitare sotto le "sapienti" dita di Libetta. Uno strumento che ha profondamente umanizzato ogni brano sentito. Nella Musette BWV Anh. 126 di J.S. Bach l'amplificazione è stata esclusa, rendendo così evidenti le differenze con e senza. Così è stato anche per la Sonata di Traetta (I. Allegro). Quasi paradossalmente, senza l'aiuto dei diffusori monitor il suono ha acquisito maggior forza espressiva e profondità di prospettiva tridimensionale, nonostante da esile il volume fosse diventato esilissimo. Tutto il pubblico era con l'orecchio teso, in perfetto silenzio, segno che un simile strumento impone con la logica del senso uditivo rispetto e un comportamento di quiete assoluta. Ma tale limitatezza di pressione sonora non ha coinciso in alcun modo con un minimalismo o povertà timbrica, che è stata al contrario ricchissima e modulabile con libertà, sempre che si abbiano le dita giuste per farlo. Una voce dunque sottile, nel demarcare una singola linea melodica come nelle trame di un fitto "voicing" interno, evocatrice di atmosfere sospese e sognanti, che pare provenire dalle regioni più recondite del nostro animo per viaggiare verso mete vicine, eppur lontane.



Un potente lenitivo per lo spirito in un mondo sempre più aggressivo, assordante e teso verso l'esteriorità come l'odierno. Se tra le desiderata di questo concerto c'era quella di creare un'occasione per riflettere, direi che l'obiettivo è stato colpito con efficacia. Pienamente legittimato il parametro della fascinazione sonora come metro dell'assenza di discrimine tra l'attuale e il superato, l'interessante e il vacuo, perché ogni cosa sentita su questo strumento ha assunto il carattere dell'atemporalità, della bellezza di un suono fragile che va al di là di ogni momentanea considerazione. Un recital che ha reso lampante come uno strumento vetusto, sottoposto all'egida delle abilissime mani di un grande artista, renda ancora fertile il messaggio musicale, ancora carico di un qualcosa di rimarchevole da dirci: un'aria, una sinfonia, una sonata, delle variazioni o una tenerissima musetta che sia. L'impressione, forte, che questa memorabile esibizione mi ha lasciato nell'animo è quella di una totale trasversalità. Non c'è un tempo, ma un flusso d'idee senza soluzione di continuità tra generazione e generazione.




Alfredo Di Pietro

Marzo 2026


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