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martedì 11 agosto 2026 ..:: Gian Paolo Minardi - L'ultimo Michelangeli ::..   Login
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 Gian Paolo Minardi - L'ultimo Michelangeli - Note critiche su ABM Riduci


 

 

Al recensore che s'imbatte nel libro "Gian Paolo Minardi - L'ultimo Michelangeli - Note critiche su ABM", edito dalla Libreria Musicale Italiana, tra i vari ed eventuali si prospettano a fine lettura due sentimenti prevalenti. Una volta chiamato a esprimersi sul libro può essere magari conquiso da un intento predatorio, che intende mettere a sacco la forbita e sinuosa sostanza letteraria, oppure desistere dall'intento di stilare una chiosa poiché potrebbe facilmente apparire posticcia. Nei sette capitoli e nelle ventuno recensioni apparse sulla "Gazzetta di Parma" e "Tecne", con la sentita prefazione di Giorgio Pestelli e la nota editoriale di Andrea Estero, troviamo già "in nuce" tutto ciò che contribuisce a rendere memorabile questo testo. L'autore innanzitutto, che con uno stile di scrittura della cui venustà si sente oggi la mancanza parla da testimone in prima persona. Gian Paolo Minardi fu stretto amico di ABM e dunque si è trovato nella fausta situazione di poter raccontare i fatti non per sentito dire ma perché vissuti personalmente. Còlto a narrare un periodo particolare della vita del grande pianista bresciano, imprime alla testimonianza il peso che solo può darle un critico e studioso della sua caratura, con il valore aggiunto dell'amichevole frequentazione con ABM, compreso il periodo della "nuova vita" del maestro e gli esiti del noto concerto debussyano tenutosi il 7 maggio 1993 alla Musikhalle di Amburgo, l'ultimo della sua straordinaria carriera.

Questo è l'habitat in cui si muove la principale azione scenica del testo, un luogo naturale che tuttavia si apre ai nostri occhi solo dopo un lungo percorso preparatorio. Entro delle nitide coordinate stilistiche, esplicitate senza tentennamenti sin dall'inizio, riviviamo nelle parole di Minardi il vuoto trentennale lasciato dalla scomparsa del pianista. Non casuale è il titolo del capitolo introduttivo "Trent'anni senza Michelangeli", ispirato a quello temporalmente precedente di "Vent'anni senza Michelangeli", relativo a un intervento al convegno organizzato nel 2015 a Bolzano in occasione dei vent'anni della scomparsa del pianista. Sono ricordi che lambiscono una sfera strettamente privata e che l'autore ha sapientemente confinato entro i limiti di una prudente discrezione; non è importante raccontare particolareggiatamente i singoli episodi quanto estrarne quel succo che conduce a una consapevolezza: la constatazione che in questi trent'anni non si sia ancora prosciugato quell'alone di mito che circonda la figura di ABM, compreso l'aspetto esteriore di una scontrosità che altro non era se non uno schermo a protezione della sua riservatezza. Lo sanno i veri amici, e tra questi Minardi, quanto lui fosse generoso e amorevole con chi lo comprendeva e lo stimava. Richiama alla mente l'argomento sovente sottaciuto della solitudine di Michelangeli, cui dedica un intero capitolo del libro, quella distanza siderale esistente tra la sua acutissima sensibilità e quella di altri, che lui soleva dissimulare con gesti come i sorrisi stentati dopo l'esecuzione di un brano e le rapide uscite di scena dopo gli applausi.

Sono capitoli scavati nella memoria, nettati da quel tipo di pathos che tinge di viola ogni rimembranza, con il rischio reale di renderla monocromatica. Tale è la cura dell'autore nel non trascurare i punti cruciali della personalità di ABM, che non sarebbe esatto parlare di un itinerario mirato a focalizzare l'ultimo periodo della sua vita, quanto di una mirabile sintesi biografica che sfocia naturalmente negli esiti ultimi di un cammino. Dai tratti umbratili alla straordinaria dedizione che riservava agli allievi dei corsi di perfezionamento parrebbe trascorrere una grande distanza e certe cose sarebbe difficile spiegarsele se non si avesse ben presente l'estrema complessità della sua indole. Sono entrati nella leggenda i corsi che lui teneva, cominciati a Bolzano e proseguiti ad Arezzo (ne abbiamo testimonianza anche filmica), Siena, e, dopo l'autoesilio svizzero, anche a Lugano e Pura. Possedeva una baita isolata in alta quota in Val di Rabbi (nel Trentino occidentale), tra lui e questo luogo fatato intercorse un legame profondo, agevolato dal suo grande amore per la montagna, cornice dell'ultimo capitolo della sua vita, un posto dove recuperava il silenzio e la riservatezza come elementi imprescindibili per la sua profonda ricerca artistica. Viene peraltro sconfessata, o quanto meno corretta, la "fola" di un eccesso di perfezionismo, termine che lui ricusava con decisione: "Una parola che non ho mai capito. Per me perfezione significa limitazione. L'evoluzione è un'altra cosa".

Si getta una luce aspersa, ma veritiera, su quanto in parte già si conosceva riguardo al suo privato, alla proverbiale mutevolezza d'umore, tale da imbarazzare in qualche occasione pure il critico parmense e sua moglie, anch'ella testimone delle frequentazioni. Lo dichiara anche Salvatore Accardo in un'intervista: ABM conosceva larghissima parte del repertorio pianistico, ma ne registrava o suonava in concerto una piccolissima parte. Ogni composizione aveva per lui il carattere dell'inesauribilità, di una perenne nuova scoperta: "Non ho memoria, comincio sempre da zero", diceva, in una sorta d'insopprimibile verginità. Impietoso anche verso se stesso, esercitava una costante quanto inflessibile autocritica: "Devo rifarle", affermò dopo aver ascoltato il suo disco della DG con le ballate di Brahms. Si favoleggiava sul suo dedicarsi in maniera estenuante ed esclusiva al raggiungimento di un "suono" adamantino, materia su cui avidamente si gettavano sopra i critici in cerca di sensazionalismo, vizio antico di certa stampa. Un elemento che certamente sussisteva, ma ancor prima di questo c'era a monte un laborioso processo di lettura, intuizione e analisi sulla fattura di una composizione, diversamente non sarebbe stata possibile quella meravigliosa chiarezza espositiva. Non solo quella, ma pure la costante evoluzione del suo pianismo non sarebbe comprensibile senza considerare gli elementi sempre presenti di lettura, intuizione e analisi.

Il "mestiere" di pianista non aveva per lui nulla di esoterico, nemico giurato com'era di ogni ampollosa retorica, per questo amava parlare di lavoro e non di studio, termine più idoneo a rappresentare la faticosa e indefessa pratica quotidiana, quella per la quale al pianista era richiesto uno "spirito di sacrificio inimmaginabile". "Rara avis", Gian Paolo Minardi ha affrontato con impegno e amore per la completezza un capitolo importante della vita di ABM, sul quale molti sorvolano o risultano sommari ritenendolo tutto sommato marginale, mentre non lo era affatto. Nel capitolo "SAT" si racconta la sua trentennale collaborazione con il coro della Società Alpinisti Tridentini, un coro nato ufficialmente nel maggio del 1926 su iniziativa dei fratelli Enrico, Mario, Silvio e Aldo Pedrotti. La direzione del gruppo rimase legata alla famiglia Pedrotti per quasi un secolo: dopo i fondatori la guida passò a Mauro Pedrotti nel 1988. Una collaborazione quella tra ABM e la SAT che l'autore prende dunque molto sul serio, nonostante la situazione eccentrica di un sommo pianista che, scendendo dal fercolo di Sant'Agata, volle arrivare ad armonizzare degli umili canti popolari. Ma il critico parmense non è tipo da lasciarsi irretire da certi più o meno suggestivi stereotipi. Rientra in fondo nella normalità delle cose essere spinti da un grande amore per la montagna e incarnarlo in una forma d'inclinazione affettiva per quei canti che ricreavano la purezza immacolata e l'eco dei vasti spazi montani.

ABM si dedicò amorevolmente per lunghi anni all'armonizzazione di questi canti, approfondendo l'esame e l'analisi di diversi in vista di un'evoluzione armonica. In "Ndormenzete popin?" si può cogliere un'idea armonica precisa quanto complessa, presagio di quelle corrispondenze con il Michelangeli interprete dell'ultimo periodo. Smarcatosi da un precedente pianismo in un certo senso "costrittivo", ne aderì a uno inusitato in cui emergeva il senso di una nuova libertà conquistata e di un'accresciuta leggerezza di toni. Il dato di una continua evoluzione, e non di uno statico perfezionismo, è confermato dai fatti e corrisponde al netto distinguo semantico tra i due termini, appunto, di perfezionismo ed evoluzione. Non si verificò alcun rifugiarsi in una familiare "comfort zone", in un periodo della vita in cui quest'atteggiamento poteva apparire più che giustificato, ma la volontà d'intraprendere un itinerario artistico che si rivelò essere più unico che raro. Se vogliamo una conferma a quest'approccio incline a mutazioni interpretative probabilmente radicali, basta volgere lo sguardo a un'opera che nel corso del tempo ABM ha sottoposto a un'indubbia trasfigurazione: L'Op. 111 di L. van Beethoven, certamente una delle centrali nel suo repertorio. Dalla superficie tersa e apollinea della giovinezza, il pianista passò all'alta tensione, alla drammaticità emergente da un abissale scavo espressivo che sembrava avesse dilaniato senza pietà quell'elegante superficie argentea che tutti ricordiamo essersi manifestata nelle sue letture degli anni cinquanta.

Nelle ventuno recensioni apparse sulla "Gazzetta di Parma" e "Tecne", Minardi non tradisce i toni eleganti, quel fraseggiare raffinato e ricco d'incisi che, lungi dall'appesantire la lettura, corrobora il periodo principale per aggiungere importanti dettagli, commenti o chiarimenti. L'autore in questo libro pratica un uso intensivo dell'inciso, ma lo fa con una classe che non porta a una sorta di zavorramento del periodo principale, quanto alla creazione di un fluire continuo dove poter discernere con lucidità delle idee dispensate con prodigalità. In questo l'autore manifesta una vera creatività, dove solo la disabitudine a leggere una sintassi precisa e articolata può essere motivo d'ostacolo al pieno godimento del testo. È una rassegna di critiche che a mio parere riveste anche un valore didattico/storico su come si soleva recensire nei bei tempi andati e, ve lo assicuro, non si tratta di un mero fattore nostalgico. Non fa eccezione la toccante testimonianza dell'articolo "L'ultimo concerto", preceduta da "Sgomento e infinito rimpianto". Quest'ultimo manifesta lo scoramento di fronte alla morte di ABM, un vuoto che l'autore tenta di colmare ripercorrendo a volo d'uccello le principali tappe della sua vita, dal diploma conseguito a quattordici anni col massimo dei voti presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, fucina d'innumerevoli talenti, alla scelta dopo due anni come pianista ufficiale per le celebrazioni della morte di Chopin.

Poi gli allievi privati, l'autoesilio dall'Italia, il ritorno nel 1985 ai concerti dopo una lunga assenza, i due storici recital in Sala Nervi del Vaticano nel 1977 e 1987, tre anni dopo il drammatico episodio occorsogli a Bordeaux e gli ultimi quattro concerti londinesi nel 1990. Particole di vita trattenute fra le mani che tuttavia sono scivolate come sabbia tra le dita, anche per questo il nostro libro è importante, per fissare i sentimenti dell'autore e trasmettere un qualcosa al lettore, qualunque essa sia. Estrema attestazione è l'articolo scritto per la rubrica "Cultura" della Gazzetta di Parma in occasione del primo anniversario della scomparsa del grande pianista, viene citato un cofanetto di due dischi, "Memoria ABM", contenente la registrazione del recital tenuto il 7 maggio 1993 ad Amburgo. Qui Minardi, che aveva sempre mantenuto un grande controllo emotivo in ciò che scriveva, cede a tratti all'umana commozione. La recensione diventa arte, sale quel gradino che la svincola dall'essere forma cronachistica, per quanto elegante e ricercata, per diventare ardente sussulto dell'animo. Ci sono i sintomi di un'arte pianistica rinnovata, evoluta, per usare un termine a caro ad ABM, dove lui esprimeva una gestualità più libera accantonando il suo proverbiale "aplomb". I fugaci accenni al canto, i piccoli mugolii trattenuti sorprendevano quegli ascoltatori che da lui non se li sarebbero mai aspettati.

Era l'inizio, troncato due anni dopo dalla sua scomparsa, di un nuovo corso artistico, forse più umano e prossimo ad abbattere quel diaframma che s'interpone tra forma ed emozione. Disse Roberto Cacciapaglia: "Al di là di ogni lettura intellettuale, la musica deve arrivare all'emozione" e mi pare proprio questa la direzione che ABM abbia intrapreso nell'ultimo periodo della sua fantastica parabola umana e artistica. E questo libro ce lo fa capire senza se e senza ma.


Alfredo Di Pietro

Luglio 2026


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