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INTERVISTA A GIULIO CESARE RICCI

 

Alfredo Di Pietro: Giulio Cesare Ricci, nella precedente intervista che mi aveva rilasciato, poi pubblicata nel reportage del Gran Galà dell'Alta Fedeltà di Padova del 2010, avevamo toccato alcuni temi importanti. A distanza di sedici anni, è cambiato qualcosa nel suo approccio all'alta fedeltà?

Giulio Cesare Ricci: Innanzitutto, la ringrazio per l'interesse dimostrato nei confronti degli eventi del Gran Galà. Mi fa molto piacere, anche perché sono fondamentalmente un entusiasta e da sempre cerco di mantenere vivo questo mondo meraviglioso che è l'alta fedeltà. Produco dischi da 43 anni, ma fin da bambino l'alta fedeltà ha rappresentato per me un importante punto di riferimento. Ecco perché collaborare con le aziende, impegnandomi affinché questo mondo continui a vivere, costituisce per me una missione di grande importanza. Che cosa è cambiato? Per quanto riguarda me e il Gran Galà dell'Alta Fedeltà, fermo restando che la perfezione non è di questo mondo, ho cercato di riflettere su quanto realizzato. Laddove ci sono stati degli errori, insieme ai miei collaboratori ho cercato di migliorare determinate situazioni e di ideare qualcosa di nuovo, per rendere la manifestazione più appetibile, preservandone tuttavia lo spirito originario. Per me è fondamentale mantenere ogni volta un rapporto umano con i visitatori, come se li invitassi nel mio salotto. Nell'attuale mostra, invece, i salotti sono trenta, ciascuno con professionisti e impianti diversi. Preservare questo rapporto umano, il dialogo e la condivisione è dunque prioritario. Non si tratta di imporre le cose dall'alto, ma di cercare di creare le condizioni che portano a che cosa?

Per il pubblico, si tratta di avere a disposizione maggiori elementi di comprensione: che voglia soddisfare una curiosità, coltivare un interesse o approfondire un determinato argomento. Poi c'è l'aspetto più conviviale, legato al desiderio di trascorrere momenti belli e piacevoli. È proprio questo lo spirito che voglio ricreare, coinvolgendo naturalmente anche l'organizzazione. Un orientamento che non è mai cambiato in tutti questi anni e che si fonda sull'entusiasmo. Ciò che è cambiato è che stiamo vivendo un periodo economicamente drammatico. È chiaro che la musica è importante per me e per tutti noi, ma allo stesso tempo dobbiamo constatare che le priorità di una famiglia sono altre. Per questo motivo, il settore dell'alta fedeltà rischia di attraversare una fase di crisi e difficoltà, dovuta proprio alla situazione economica. Nella rassegna di Milano, come del resto nelle altre, ho cercato di convincere le aziende a portare anche impianti di prima fascia. Come avrà notato, erano presenti diverse catene dal costo di 1.500 - 1.600 euro. Non parliamo, quindi, di soluzioni Hi-End, generalmente costose, ma di prodotti appartenenti alla cosiddetta fascia "entry level". È un aspetto da non sottovalutare, perché quando eravamo ragazzi desideravamo avere uno stereo e il primo che possedevamo era generalmente di fascia economica. È proprio da lì che abbiamo cominciato. In seguito, alcuni, per ragioni personali, si sono fermati alla prima fascia, mentre altri hanno voluto migliorare il proprio impianto, salendo progressivamente di livello.

Ecco, il punto di partenza è fondamentale. Non ho mai sopportato il luogo comune secondo cui l'alta fedeltà sarebbe riservata soltanto ai ricchi, cosa assolutamente non vera.


DPA: Il settore dell'Hi-Fi prosegue imperterrito per la propria strada, nonostante gli allarmi e le prospettive poco rosee paventate da diversi appassionati. Le mostre sono sempre più ricche di prodotti e novità e la partecipazione del pubblico rimane elevata. Come si spiega questa apparente discrasia?

GCR: Sinceramente, io vivo il mondo reale, nel quale ognuno deve fare la propria parte. Rispetto il lavoro di tutti e non entro nel merito delle singole scelte aziendali; cerco piuttosto di stimolare gli operatori e indurli a riflettere, orientandoli verso determinate direzioni, come ho fatto, per esempio, con gli impianti di prima fascia. Se in questo momento c'è una notevole quantità di prodotti e di offerte, bisogna riconoscere che c'è anche molta professionalità, accompagnata dall'impegno di offrire al pubblico ampie possibilità di scelta e di dimostrare che il nostro mondo non è poi così piccolo, ma ha un suo peso e una sua rilevanza. Ribadisco che stiamo vivendo un periodo complesso sotto molti punti di vista. Vorrei sottolineare un aspetto: il nostro è un mondo meraviglioso, quello della musica di qualità, ma è anche un settore relativamente ristretto, soprattutto se confrontato con altri. Sarebbe quindi opportuno che alla base ci fossero maggiore armonia, più dialogo, più capacità di concertazione e una collaborazione più stretta. Per essere ancora più chiaro, ci vorrebbe uno spirito più sportivo. In questo mi aiuta la mia mentalità sportiva: molti anni fa giocavo a tennis a livello agonistico nazionale e ho frequentato anche la Scuola Nazionale Maestri. Ho quindi una cultura sportiva. In un torneo di tennis, come in altri tornei e campionati, ci sono tante squadre.

Negli sport ci sono tanti partecipanti: c'è chi arriva primo e chi arriva ultimo, ma tutti prendono parte alla stessa competizione, nel rispetto di regole improntate alla correttezza. Anche nel mondo della musica e dell'Hi-Fi dovrebbe valere lo stesso principio. Il pubblico dovrebbe fare da arbitro, stabilendo quale prodotto preferisce, mentre l'organizzazione, la gestione e lo sviluppo dell'intero settore dovrebbero seguire le logiche di un campionato o di un torneo. A mio avviso, lavorando in armonia e in equilibrio, si otterrebbero risultati migliori, a beneficio di tutti.


ADP: Come e perché è arrivato alla scelta dell'Ata Hotel Quark, che fino al 2012 aveva ospitato il prestigioso Top Audio/Video?

GCR: Sicuramente c'è anche una componente emotiva. Ricordo che, durante l'ultima edizione di questa manifestazione, ero molto triste perché ci avevano comunicato che non si sarebbe più tenuta. C'era, tuttavia, anche un'altra ragione: con il passare degli anni, l'albergo si era notevolmente deteriorato, come accade a tutte le grandi strutture che non vengono adeguatamente rinnovate. Parliamo di un evento che, nel tempo, aveva raccolto energie e professionalità provenienti da tutto il mondo, affermandosi come una manifestazione di livello europeo e internazionale. La struttura che lo ospitava, però, aveva ormai bisogno di essere rinnovata. Il mio stato d'animo non era dunque dei migliori. Mi augurai che un giorno la manifestazione potesse rinascere, sperando di essere ancora in vita per poterlo vedere. Oggi ci troviamo di fronte a un evento diverso: i tempi e le condizioni economiche sono cambiati, così come le passioni e le circostanze. Sarebbe stato bello tornare in un luogo che ci aveva visti protagonisti per tanti anni. Per questo ho seguito con attenzione gli sviluppi della situazione e, quando mi sono reso conto che la struttura aveva conservato la propria configurazione originaria, pur essendo stata completamente rinnovata negli altri aspetti, ho cominciato a considerarla una sede ambiziosa e certamente all'altezza di ospitare manifestazioni prestigiose. È stato quindi confortante poter tornare in un luogo che conserva un interesse intrinseco. Il fatto che molte sale, anche acusticamente ben riuscite, non interferissero tra loro rappresentava un'opportunità da cogliere per una mostra dedicata all'alta fedeltà. In sostanza, si trattava di una struttura concepita secondo criteri ben diversi dalla logica dell'usa e getta.

Quelli del Top Audio/Video erano anni diversi. Vedere l'Ata Hotel Quark completamente rinnovato è stato davvero emozionante. Ho quindi affrontato un sacrificio economico per organizzare qui il Gran Galà, convinto di poter offrire una manifestazione con saloni ampi, anziché stanzette, capaci di accogliere un numero adeguato di persone. Era questa la soluzione che ritenevo più adatta per ciascuna sala. Allo stesso tempo, c'era anche il desiderio, poi concretizzatosi, di ospitare personalità provenienti dall'estero. Conservo bei ricordi degli incontri e dei riconoscimenti che ho consegnato a tanti ospiti internazionali: presidenti e progettisti arrivati dal Giappone, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Svizzera, da Cipro, dalla Danimarca e dalla Finlandia. Credo che abbiamo fatto una bella figura, perché li abbiamo accolti in un luogo che forse già conoscevano, ma che oggi si presenta completamente rinnovato.

ADP: Quest'anno era presente anche Shinji Tarutani, CEO di TAD, marchio appartenente a Pioneer Corporation.

GCR: Certamente, insieme ad altre personalità di rilievo, come lo sloveno Ljubiša Miodragović, attuale presidente dell'EISA e direttore capo della rivista serba Hi-Files. La scelta di questa sede porta con sé tanti ricordi, legati anche a personaggi che oggi non ci sono più. Se il mondo dell'alta fedeltà è ancora vivo e vitale, lo dobbiamo anche a queste persone, che vi hanno dedicato l'intera vita e che oggi sono scomparse, lasciando talvolta il testimone ai figli o ad altri componenti delle società che avevano contribuito a creare. Mi riferisco, per esempio, a Giovanni Faccendini, Giuseppe Licciardello, Enzo Natali, Franco Serblin, Franco Scauzillo e Paolo Falchi: tutti professionisti che hanno dedicato la loro vita all'alta fedeltà.


ADP: L'etichetta discografica Fonè è una sua creatura e rappresenta un punto di riferimento nel «rinascimento del vinile di nuova generazione». Senza nulla togliere alle piattaforme di streaming, il ritorno dell'analogico, pur rimanendo confinato in un ambito commerciale relativamente di nicchia, prosegue con successo. Lo dimostra anche la vitalità progettuale che caratterizza gli apparecchi destinati alla riproduzione del vinile: giradischi, fonorivelatori, preamplificatori phono e accessori. Ritiene che questa tendenza positiva sia destinata a confermarsi anche in futuro?

GCR: Bella domanda. Ho dedicato tutta la vita al vinile. Nel 1983 — ricordo che il primo CD commerciale era stato prodotto nel 1982 — ho realizzato il primo disco Fonè, contrassegnato dalla sigla 83F01. Era proprio un vinile, stampato dalla Teldec (Telefunken-Decca Schallplatten GmbH), con le lacche incise in Scozia e una registrazione analogica. Posso dire, in tutta sincerità, che il vinile è stato la mia ragione di vita. Nel corso dei decenni mi sono confrontato con alcuni dei più grandi ingegneri e scienziati che hanno contribuito a sviluppare l'intera filiera produttiva: dai registratori a nastro alle macchine per il taglio delle lacche, fino alle presse per lo stampaggio. Ho cercato costantemente di offrire, allora come oggi, un prodotto di alta qualità. Ho già dichiarato di essere un uomo radicato nel mondo reale, non in quello virtuale. E la realtà è molto, molto complicata. Oggi produrre vinili di qualità è estremamente difficile, per due ragioni fondamentali, entrambe gravi. Se però si riuscisse a risolvere questi problemi, potrebbe esserci un rilancio significativo del settore. Il primo problema riguarda i registratori a nastro, dai quali occorre partire per realizzare vinili di qualità. Ho investito risorse finanziarie per mantenerli perfettamente aggiornati e funzionanti, ho cercato in tutto il mondo ricambi originali e ho persino allestito un mio laboratorio per intervenire su alcune macchine, affidandomi invece a tecnici esterni per la manutenzione di altri registratori. Tutto questo per mantenerli in vita. Purtroppo, un impegno del genere è già oggi molto oneroso e continuerà a diventare sempre più difficile e costoso da sostenere.

Il discorso vale per l'intera filiera produttiva, dai torni per il taglio delle lacche ai sistemi di stampaggio. Il secondo aspetto riguarda il fatto che, dal 1983 a oggi, i giovani tecnici e ingegneri hanno studiato e lavorato prevalentemente nel campo del digitale, perché era questo il settore al centro dell'attenzione. I grandi maestri dell'analogico sono ormai in paradiso, almeno per chi, come me, è credente. Ai giovani manca quindi spesso una conoscenza diretta della materia, e non per colpa loro, manca soprattutto il dialogo, perché determinate competenze si acquisiscono anche attraverso il confronto e la condivisione di un preciso contesto culturale. Lei m'insegna che tanti aspetti si trasmettono proprio attraverso il dialogo con persone più esperte, con le quali è possibile confrontarsi e trovare insieme la quadra. Ho iniziato a lavorare professionalmente a 21 anni, anche se avevo cominciato già prima. Questo mi porta a essere oggi una delle poche persone ad aver vissuto da protagonista i grandi decenni dell'analogico e a essere, allo stesso tempo, ancora in attività. Purtroppo, sono rimasti in pochi a poter vantare un'esperienza simile. Mi chiede quale possa essere il futuro in una situazione del genere? Mi auguro che sia roseo. Nel mio piccolo, sono sempre a disposizione dei giovani che vogliono approfondire, capire e confrontarsi, anche per ricevere consigli. Rimane, tuttavia, il rischio che il futuro diventi sempre più complicato. Dobbiamo quindi impegnarci per salvaguardare questo mondo prezioso. Quando venne celebrato il funerale del vinile, io continuai imperterrito a stampare dischi. In quegli anni mi diedero del visionario, del pazzo.

Parallelamente, continuavo a stampare vinili, perché ho sempre realizzato un doppio master: analogico per il vinile e digitale per il CD o il SACD. Spesso mi è stato chiesto a cosa servisse continuare a produrre vinili. Personalmente, l'ho sempre fatto innanzitutto per rispetto della qualità e, in secondo luogo, perché non volevo che gli appassionati di questo supporto rimanessero privi di nuove pubblicazioni. Perché ascoltare soltanto i dischi del passato? Non ho agito per nostalgia, ma per ricordare, rispettare e valorizzare l'eredità dei nostri padri e dei nostri nonni, che hanno creduto in questo supporto e contribuito alla sua storia. Ho però percorso parallelamente anche altre strade. Non dimentichiamo che per dieci anni ho collaborato con il centro di ricerca Philips di Eindhoven allo sviluppo del Super Audio CD. Fonè è stata la prima azienda in Europa a intraprendere questa collaborazione, quando eravamo soltanto in due a iniziare questo percorso. Sono stato anche testimonial di Philips per questo supporto. Mi chiedo, dunque, per quale motivo si debba celebrare il funerale di un determinato supporto. Sono realtà che possono tranquillamente convivere. Ho sempre sostenuto che agli appassionati si debba cercare di offrire tutto il possibile, il vinile a chi ascolta il vinile, il CD a chi ascolta il CD e la musica liquida a chi ascolta la musica liquida. Certo, è complicato ed economicamente oneroso, ma lavoriamo proprio in questa direzione: cercare di soddisfare ogni esigenza, nel rispetto delle preferenze di ciascuno.

Avere considerazione per il pubblico significa anche non obbligarlo a compiere determinate scelte tecnologiche. Io ho una cultura indipendente, non quella di una multinazionale. Posso comprendere che un'azienda, in sede di Consiglio di Amministrazione, possa decidere determinate strategie: è evidente. Tuttavia, in questo caso stiamo parlando di musica, e l'alta fedeltà è al servizio della musica.


ADP: Una mia curiosità: qual è stato il suo primo impianto stereo, quello che certamente ricorderà con affetto e anche con un po' di tenerezza?

GCR: Lo ricordo benissimo, perché lo desideravo fortemente. Ero giovanissimo, appena quattordicenne, e non fu facile convincere i miei genitori a visitare il negozio, mostrare loro gli apparecchi, spiegargli come funzionavano e convincerli che quello sarebbe stato l'impianto definitivo. Una delle bugie più eclatanti possibili! Si trattava di un impianto molto italiano: i diffusori erano ESB, l'amplificatore un Hirtel e il giradischi un Thorens TD 160. Era un impianto semplice, che ancora oggi vedo davanti agli occhi. Lo desiderai talmente tanto che, quando ebbi la possibilità di riceverlo in regalo, fu per me una grandissima festa.

ADP: Immagino. Anch'io, da ragazzo, avevo delle casse ESB, il modello 40 LD.

GCR: Sì? Ah, guarda un po': erano esattamente quelle che avevo io!


ADP: Parliamo ora di musica. Cosa ha in cantiere Fonè in questo momento? Quali sono le nuove produzioni e, più in generale, le novità che riguardano la sua etichetta discografica?

GCR: Le novità le ho presentate al Gran Galà di Milano, perché sono naturalmente quelle della stagione autunnale. Una di queste è legata alla presenza di Bobby Solo, grazie all'amico Red Ronnie, che un anno fa organizzò l'incontro da cui è poi nato un progetto sfociato nella realizzazione di due album. Il primo è un 33 giri, che documenta il concerto tenuto da Bobby Solo proprio a Milano, al Gran Galà. In quell'occasione ha dimostrato una cosa straordinaria: nonostante l'età, è ancora dotato di una voce bellissima. Quest'estate ha tenuto ben 45 concerti. Mogol ha recentemente detto, riferendosi a lui, che oggi ha una voce ancora più bella di quella che aveva quando vinse per due volte il Festival di Sanremo. Sono rimasto esterrefatto nel poter incontrare e registrare un artista con una voce di quella qualità, caratterizzata da grande rotondità, intonazione e da una timbrica pazzesca, che può esprimersi al meglio anche grazie a una band straordinaria. Fonè ha quindi pubblicato un 33 giri e un SACD. Inoltre, gli ho proposto un'idea che ha subito accolto: registrare il suo più grande successo, Una lacrima sul viso, in una versione rock in lingua inglese. Gli ho realizzato anche un piccolo 45 giri, proprio come si usava quando eravamo bambini. Bobby Solo, inoltre, ha registrato un'altra canzone molto amata da Red Ronnie, Cristina, anch'essa in una versione rock-blues. Per quanto riguarda invece il jazz, è uscito Cinerama – Music from the Movies, con Scott Hamilton al sax tenore, Paolo Birro al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Alfred Kramer alla batteria.

Poi c'è una nuova versione dell'LP Test, il doppio vinile che avevo realizzato alcuni anni fa per la taratura dei giradischi. Oggi è disponibile una versione aggiornata, con alcune modifiche interessanti. Abbiamo inoltre presentato Equilibrismi, con Finaz e Petra Magoni in una registrazione dal vivo. Cerco di offrire al pubblico che mi segue anche proposte un po' diverse, novità capaci d'incontrare gusti differenti, sempre con un'attenzione particolare al rapporto tra qualità e prezzo. Il Gran Galà dell'Alta Fedeltà prosegue intanto sulla sua strada e approderà a Palermo nel mese di novembre, presso l'NH Hotel, sul mare, dove sono molto felice di andare. Chiuderemo poi l'anno con Padova, dove la manifestazione si tiene da 25 anni e dove occuperà sei piani di esposizione. È certamente un impegno faticoso sotto molti punti di vista, ma è importante riuscire a portare l'alta fedeltà un po' più vicina a casa delle persone. Benissimo Milano e Roma, ma non bisogna trascurare le altre realtà territoriali. È quello che ho fatto e continuerò a fare anche a Bologna e Padova. Come dicevo, quest'anno ho voluto portare il Gran Galà a Palermo. Ho già dichiarato ai catanesi che l'anno prossimo sarò a Catania, chiedendo loro, quest'anno, di trascorrere un fine settimana a Palermo. E ai palermitani chiederò, a loro volta, di fare lo stesso a Catania l'anno prossimo. Ne vale la pena, perché la Sicilia è una terra davvero speciale sotto molti punti di vista: quello musicale, quello dell'alta fedeltà e, più in generale, quello culturale. È quindi giusto che anche lì ci sia un Gran Galà.

Alfredo Di Pietro

Ottobre 2026


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