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Saturday, October 24, 2026 ..:: Intervista a Bobby Solo ::..   Login
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Alfredo Di Pietro: Bobby, quando si è accorto di avere questa voce meravigliosa, calda, armonicamente ricca e con una coinvolgente componente blues?

Bobby Solo: Grazie per l'apprezzamento. Tutto nasce da Elvis Presley. All'età di otto, nove anni, a Tupelo nel Mississippi, quando non era ancora un cantante ma solo un ragazzino, c'erano le radio che trasmettevano gospel, rock and roll, rhythm and blues, blues, folk, bluegrass, jazz. Lui ascoltava questa musica, così alla sua mente arrivavano determinate suggestioni emotive. Quando a quindici anni prese la chitarra in mano, aveva già in se queste idee musicali. Nel lontano 1960 andai a Piazza delle Muse, a Roma, nel quartiere Parioli, e lì vidi una ragazzina di quattordici anni, m'innamorai di lei ma non ebbi la possibilità di darle nemmeno un bacio. Si chiamava Betsy McGurn ed era la figlia di un giornalista del New York Herald Tribune che stava a Roma, un giornale che poi fu chiuso nel 1966. Lei era a Roma con il papà e la mamma, parlammo insieme in questa Piazza delle Muse, dove c'erano tante mamme con i bambini, alcuni portati in carrozzina, fu allora che Betsy mi parlò di Elvis. A quei tempi io conoscevo solamente Celentano, Mina, Ornella Vanoni, Gino Paoli, Peppino Di Capri, Johnny Dorelli, Tony Dallara, Nicola Di Bari, ma non sapevo nulla di Elvis. Il primo marito di mia madre, come anche mio padre, era un pilota aeronautico; nel 1943 faceva il militare e durante la guerra, in Eritrea, gli inglesi nel corso di un combattimento abbatterono con le mitragliatrici il suo aereo. Il suo primo marito scomparve in questo modo. La mia sorellastra Fiorenza, che aveva sedici anni più di me, a trentadue anni era andata a studiare in un'università americana, lì aveva incontrato un cardiochirurgo, che poi aprì una bella clinica a Spokane, città nello Stato di Washington. Si chiamava George DuVoisin. Fiorenza allora mi mandò dall'America cinque 45 giri Extended Play e due Long Playing, iniziai ad ascoltarli per far piacere a Betsy, e dunque essere a lei gradito. Per la prima volta sentivo la voce di Elvis sul mio giradischi, i suoi genitori o nonni forse se lo ricordano, era un giradischi Lesaphon a valvole, con io dietro che cantavo insieme a lui. Elvis aveva una voce da tenore, io invece da baritono, quindi quando non arrivavo a certe note, le lasciavo fare a lui. Possiamo fare un paragone: quando tu a quattordici anni vai in palestra a praticare i pesi, avendo i muscoli giovani, si creano delle fibre che col tempo diventano grossi muscoli. Lo stesso è successo a me: cantando due ore al giorno per 3-4 anni, fino a 15-16 anni, mi si è formata questa voce. Ascoltavo anche Pat Boone, che mi piaceva molto, Perry Como, Frank Sinatra e Dean Martin, questi ultimi entrambi italiani di origine: Frank Sinatra di provenienza siciliana e Dean Martin abruzzese, come pure Perry Como, che era abruzzese da parte dei nonni. Poi c'era Connie Francis, pseudonimo di Concetta Rosa Maria Franconero, che vendette cento milioni di dischi. Era nata a Newark, nello Stato del New Jersey, di padre calabrese e madre campana. Per questo molti italiani, notoriamente dotati di una grande musicalità, avendo avuto la fortuna di nascere nella cultura pop americana, hanno fatto milioni o centinaia di milioni di dischi.

 




ADP: Lei ha dichiarato in diverse interviste, parlando soprattutto della sua giovinezza e degli inizi della carriera, di sentirsi una persona fondamentalmente insicura. Ha anche raccontato, in un'intervista al Corriere della Sera, di aver avuto una crisi di panico prima di salire sul palco di Sanremo nel 1964. Al contrario, quando si esibisce dimostra una grande sicurezza espressiva, i suoi ritmi sono perfetti, coinvolgenti, e riesce davvero a emozionare chi lo ascolta. Secondo lei la musica ha davvero il potere di far superare le proprie fragilità?

BS: Indubbiamente. Albert Einstein, che era un grande scienziato e genio, diceva che il tempo è la quarta dimensione. Io, che non sono bravo come Einstein, dico che per me la musica è la quinta dimensione. Tant'è vero che più di 60 anni fa, negli allevamenti di mucche, per favorire la produzione di latte mettevano la musica di Beethoven, Tchaikovsky, Mozart. La musica di genere rock dà ritmo e allegria, mentre quella romantica dà serenità. Perciò la musica, secondo me, rappresenta la quinta dimensione.

 




ADP: Elvis Presley è stato un riferimento importante per lei. Quando ha iniziato a cantare, quanto desiderava avvicinarsi al suo modello e quando, invece, ha sentito di aver individuato una propria identità vocale e interpretativa?

BS: Innanzitutto io non ho mai tentato d'imitare Elvis Presley, perché l'emulazione è sempre una cosa di scarsa qualità. Per esempio, ci sono persone che in certi mercatini vendono a 350 euro delle imitazioni di borse Vuitton da 10.000 euro. Poi rimane il fatto che imitare fedelmente una voce è impossibile. Perché? Per la ragione che questa esce fuori in base a una certa grandezza di polmoni, dalla forma della laringe, del collo, del naso, dalla conformazione delle arcate dentali. Sono tutte cose che, vibrando, contribuiscono alla formazione di un certo timbro di voce. Certamente l'ho studiato, per me Elvis Presley è stato, ed è tuttora, un grandissimo maestro, ho sempre cercato di seguire il suo stile di canto, senza tuttavia volerne imitare la voce, anche perché, ripeto, è impossibile. Per farlo dovrei prima ricostruirmi tutto il corpo, le strutture anatomiche come le narici, il naso, modificare la grandezza del laringe, il percorso tra laringe e gola, allora imitare diventa del tutto inutile. Studiare sì però. Tutti i grandi chitarristi, come per esempio Eric Clapton, hanno imparato dai bluesmen neri afroamericani, non imitandoli ma creando un proprio stile. E così che ho plasmato il mio personale, sempre tenendo presente che, timbricamente, ho una voce da baritono. Se vogliamo, assomigliavo anche a Pat Boone. Sei anni fa ero nella mia camera, cantavo un pezzo di Johnny Cash, che ha un'estensione vocale da baritono, a un certo punto è entrata mia moglie Tracy e ha detto: "Bello questo disco!" Io le ho risposto: "Amore, non è un disco, sono io con la chitarra che sto cantando". Bob Dylan cantava "Blowin' in the Wind" in Re, Johnny Cash la faceva quattro toni più sotto, in La, cioè quattro volte più bassa, come quattro piani di un appartamento. How many times must a man walk down... suonava con un altro tipo di timbrica.


ADP: Nelle sue interpretazioni io vedo una bella fusione tra tecnica ed emotività. Quando ha maturato pienamente questa capacità di sintesi, riuscendo a trasmettere al pubblico un sentimento così autentico?

BS: In primo luogo, io provo una grande emozione anche ora che ho 81 anni e 7 mesi. Quando canto mi sento vibrare e provo un grande trasporto. La gente che mi ascolta in un concerto, perché le persone sono molto sensibili, sotto il palco o anche vicino a me, percepisce che nel cantare metto tutto il mio amore, la mia partecipazione emotiva, e loro le condividono con me. Ed è per questo che, anche se io qualche volta ho mal di testa o mal di denti, non rifiuto mai di fare i selfie né gli autografi. Senza fare nomi, ci sono dei miei colleghi, importantissimi, che non gradiscono fare sia i selfie che gli autografi. Sono convinto che noi artisti siamo vivi solo perché il pubblico ci tiene vivi. Il pubblico ci ama e quando ci gira le spalle noi ritorniamo nel nulla.

 




ADP: Parlando di persone importanti della sua vita, non possiamo non citare Little Tony, che con lei ha mostrato una grande generosità. Può raccontarci qualche episodio particolare che ha vissuto con lui?

BS: Era il 1964, preso dalla timidezza e dalla paura, quando arrivai a cantare a Sanremo persi la voce, cosicché fui costretto a farlo in playback. Durante le prove c'era Little Tony, che già riscuoteva un grande successo, pensiamo che aveva venduto in Inghilterra un milione e mezzo di copie. Lui aveva un'automobile, una Jaguar E-Type verde metallizzato, verde come i cipressi. Quando ha sentito che cantavo in playback e mi ha visto col ciuffetto, io diciannovenne, mentre lui aveva quattro anni più di me, essendo del 1941, mi ha preso a benvolere come se fossi un suo fratello. Mi pagò tutti i cinque giorni di soggiorno a Sanremo. In quell'occasione mia madre mi aveva dato diecimila lire, che nel 1964 mi avrebbero consentito di mangiare ottimamente a pranzo e cena in quei giorni, ma io gliele riportai indietro poiché Tony si era generosamente offerto di coprire le mie spese. Abbiamo condiviso cinquant'anni di amore per la musica rock and roll, la nostra ammirazione per Elvis Presley e per molti altri. Quando la gente pensava che eravamo concorrenti, uno contro l'altro, sbagliava di grosso. Era invece vero che i manager potevano essere in contrasto tra loro perché Tony è sempre costato, forse per la sua bella immagine, 3-4 milioni più di me a esibizione: basti dire che nel '67 io costavo 5 milioni di lire mentre lui ne costava 9. Quindi, quando non ci si poteva permettere di prendere Tony, si sceglieva Bobby, suscitando delle litigate che tuttavia erano confinate solo ai gestori. Sono sempre andato a trovarlo a casa sua, nella sua villa. Un altro episodio divertente è quando Tony si lasciò con la sua donna, era il periodo in cui mi esibivo con lui e Rosanna Fratello in un gruppo chiamato "I Ro.Bo.T" (trio musicale italiano attivo tra il 1985 e il 1989, il cui nome nacque proprio come acronimo delle iniziali dei loro tre nomi). Era il 1991 e dovevamo esibirci a Canale 5, Tony era molto depresso a causa di questa separazione, fino alle due di notte non riusciva a dormire e fumava. Ci trovavamo al Jolly Hotel di Segrate, vicino allo studio di Canale 5, dove noi ci esibivamo. Allora io lo accompagnavo, nel buio del giardino grande del Jolly Hotel, dicendogli di non preoccuparsi perché chiusa una porta si apriva un portone. "Vedrai che troverai altre donne", gli dicevo, "sei un bell'uomo, vai tranquillo". Sei mesi dopo, il 24 dicembre, io che vivevo con mia madre perché mi ero separato, ricevetti una telefonata da Tony: "Cosa fai questa sera del 24 dicembre?" Gli risposi che rimanevo a mangiare con mia mamma, e lui: "No no, vieni nella mia villa vicino all'Aurelia". Arrivai da lui e mangiammo insieme, sua madre si chiamava Candida, era una persona molto simpatica. Nella sala dove c'intrattenemmo c'era pure la figliola di Tony, lì c'era un albero di Natale molto alto, tipo 5 metri, con sotto i regali della figlia, quelli per i fratelli e poi due chitarre da 6 milioni di lire l'una. Erano le Gibson J-200 che usava Elvis. Beato lui, ho detto fra me e me. Sua moglie Giuliana era un'assistente dell'Alitalia, gliele aveva portate lei dall'America, erano proprio quelle originali. Arrivò la mezzanotte con lo scambio dei regali, Tony me ne porse una dicendomi: "Questa è per il mio psicologo privato." Un regalo davvero fantastico! Siamo sempre stati super amici, quando è morto Elvis eravamo a fare un'intervista alla Rai, a Via Teulada, nell'ascensore Tony mi disse: "Bobby, Elvis è morto, ora non possiamo giocare più." Un'altra cosa divertente che mi piace ricordare è quando, credo negli anni '80-'83, andai a trovarlo nella sua villa sull'Appia Antica; aprirono il cancello e mi trovai di fronte a un viale chiamato "Elvis Presley Boulevard", dove c'era Tony che cantava un pezzo di Michael Jackson, vestito proprio come il famoso cantante e ballerino statunitense. Aveva due coperture rosa sulle gambe, proprio come i ballerini, allora gli feci: "Ma che fai, tradisci Elvis?" e lui: "Sai Bobby, Elvis è sempre il più grande però dobbiamo essere moderni, siamo negli anni 80" Io replicai: "Secondo me tra sei mesi ti rimetti il vestito di Elvis." E così in realtà successe.

 




ADP: Com'è il suo rapporto con il tempo? Riascoltando oggi le sue prime incisioni, cosa riconosce nel giovane Bobby Solo e come sente di essere cambiato nel tempo?

BS: È normale che a 81 anni la tonalità della voce cambi rispetto a quella che si aveva a 20 anni. Anche se da giovane eri un baritono, con gli anni diventa necessario abbassare di uno o due toni, questo per un fatto fisico, altrimenti si stona, la voce trema e va a finire che non canti bene. Oggi, quando ascolto quel ragazzo che ero a 20 anni, penso di cantare ancora molto bene, devo dire la verità. Tante cose che ho sentito sono molto, molto belle, fatte quando ancora non esisteva l'autotuner, il quale sistemava tutto. A quei tempi, quando si registrava c'erano due tecnici nelle sale d'incisione e uno di questi era vicino al nastro che girava. Se capitava di cantare una frase in modo un po' stonato, si fermava il registratore, si tagliava con le forbici quel pezzo di nastro e se ne metteva un altro dove l'intonazione era corretta. Quando poi si rimetteva in moto il nastro, si avvertivano quelle tipiche oscillazioni in cui si sente che la voce va giù. Se tu facevi, chessò, "Well it's one for the money" con un'intonazione calante o crescente, dopo si tagliava il nastro mettendo tutto a posto. A quasi 82 anni, pensare di cantare nella stessa tonalità che adottavi a 25 anni, è come quando da giovane in palestra sollevavi 130 kg col bilanciere dei pesi. Se fai una cosa del genere a 82 anni, il bilanciere ti casca addosso, ti spacca il petto e arriva l'ambulanza per portarti subito in sala operatoria. Non si tratta di una carenza ma di un fatto naturale. Quando Elvis ha registrato, nel 1957, la canzone "Jailhouse Rock" nel film omonimo, l'ha cantata altissima, in Fa maggiore. Successe poi, non dieci anni dopo, ma trascorsi soltanto due anni, che in un video lui la canta dal vivo in Re, scendendo dunque di una terza. Nel film Elvis cantava e ballava con dei finti carcerati in una bellissima scena in bianco e nero.

 




ADP: Nel 1964, in una sola notte sono state vendute 345.000 copie di "Una lacrima sul viso", cosa che lo ha fatto passare direttamente dal sottoscala senza gabinetto dell'Hotel Royal a una suite. Sono numeri che oggi fanno davvero impressione, se pensiamo che il disco è in via di estinzione. Come si concilia attualmente la sua attività artistica con le nuove forme di fruizione?

BS: Ricordo che dissi al cameriere, il quale voleva portarmi lui la valigia, che avevo 19 anni e la valigia me la portavo da solo. Esclamai anche: "Che bello, si va su alla suite, dalle stalle alle stelle!" I concerti? Ne ho fatti 38 l'anno scorso e 40 in questo, a volte in condizioni di grande caldo: un'ora e 45 minuti anche con 36 gradi, sostenendo viaggi dai 400 ai 500 chilometri. Guido io da solo, non mi piace avere un autista perché, se dopo capita un errore o un incidente, devo prendermela con lui. Se invece sono io a sbagliare, non faccio ricadere la responsabilità su nessun'altro. Quando viaggiavo con la mia seconda moglie Tracy, parliamo di 25 anni fa, andavo da Roma a Catania in auto e ritornavo senza problemi. Adesso no, se devo andare per esempio a Foggia, mi fermo a Pescara la notte perché non ce la faccio. Non ho più la forza di fare 1300 chilometri in un colpo solo, ne faccio 500, poi mi fermo in albergo a dormire e percorro gli altri 300-400 il giorno dopo.

 




ADP: Il 3 ottobre ultimo scorso lei ha tenuto un bellissimo concerto nell'ambito del Gran Galà dell'Alta Fedeltà di Giulio Cesare Ricci. Può raccontarci qualcosa di questa sua recente esperienza?

BS: È stata una cosa bellissima. Ricci ha prodotto per me un singolo a 45 giri, con i brani "Una lacrima sul viso" e "Cristina", e l'album "Blues Memories", disponibile in formato SACD e vinile a 33 giri. Si tratta di una registrazione fatta nel 2024. Del concerto milanese al Gran Galà, posso dire, e non perché me ne vanti, che quando la mattina dopo in albergo sono andato a fare colazione, delle persone non di 90 anni ma di 40 mi hanno detto: "Ci hai portato nel sogno." Finché la voce e le dita mi tengono, io proseguirò sulla mia strada. Devo dire che anche alla chitarra me la cavo abbastanza bene, pure nei soli, come mi ha detto Mario Schilirò, il chitarrista di Zucchero, stessa considerazione ha fatto anche il chitarrista di Ligabue. In realtà non ho mai studiato, ci ho messo 50 anni per arrivare a uno stile mio, come ho ascoltato Elvis e cantato appresso a lui per 40 anni, così ho sentito la musica afroamericana nera: John Lee Hooker, Lightnin' Hopkins, Phil Upchurch, Otis Rush, Muddy Waters, tutta gente nera che suonava magnificamente.

 




ADP: Lei è critico, e io sono d'accordo con lei, su trasmissioni come X Factor e Amici. Una sorta di fabbrica d'illusioni per i ragazzi e di lauti guadagni per manager e case discografiche. Ai tempi del suo esordio era tutto molto diverso. In che mondo si muoveva il Bobby Solo degli anni '60?

BS: Non era soltanto il mio mondo, ma quello di qualunque altro cantante attivo in quegli anni. Sì, c'è questa storia dei format come X Factor e Amici, ma non muovo una critica a questo tipo di trasmissioni. Little Tony, mio fraterno amico, mi raccontava spesso di quanto avesse venduto con "Cuore Matto" e di quanto, nonostante il successo straordinario, una parte consistente dei ricavi finisse nelle casse della casa discografica. Del resto anch'io, con il successo internazionale di "Una lacrima sul viso", ho potuto constatare quanto fosse esigua la quota riconosciuta all'interprete rispetto al valore commerciale generato dal disco. Oggi il mercato discografico è profondamente cambiato: il CD ha perso gran parte del suo ruolo e lo streaming ha modificato radicalmente il modo in cui la musica viene distribuita e remunerata. Un tempo, il successo delle vendite poteva garantire a un artista introiti considerevoli, ai quali si aggiungevano i proventi dei diritti d'autore e dei concerti dal vivo. Con il progressivo crollo delle vendite discografiche, anche artisti affermati hanno dovuto intensificare l'attività concertistica per mantenere livelli di guadagno adeguati. A quel punto, secondo me, i discografici si sono posti una domanda: come si può continuare a guadagnare in un mercato in cui i dischi non si vendono più come una volta? È anche in questo contesto che sono nati i talent show, vere e proprie fabbriche di cantanti, nelle quali si punta a lanciare nuovi artisti attraverso un sistema che coinvolge case discografiche e manager. Il giovane che vi partecipa può essere entusiasta delle opportunità che gli vengono offerte, ma spesso non ha ancora gli strumenti per valutare fino in fondo le condizioni economiche degli accordi che sottoscrive. Il punto è proprio questo: se un tempo l'industria discografica poteva contare su un mercato capace di generare ricavi enormi attraverso la vendita dei supporti fisici, oggi deve trovare altre strade per mantenere la propria redditività. I talent show rappresentano anche una risposta a questa trasformazione. Resta da capire quanto, in questo nuovo sistema, venga riconosciuto effettivamente al cantante e quanto, invece, finisca nelle mani di chi gestisce e organizza il mercato musicale.

ADP: Mi consenta un'ultima domanda Bobby: quando non canta cosa le piace fare? Quali sono le sue passioni extramusicali?

BS: A me piace fare sollevamento pesi, in casa ne ho da 3, 4, 5, 6, 8, 10 chili, poi ho due attrezzi americani della Bowflex, i quali tramite due manopole possono regolare il peso desiderato: li pratico tre volte a settimana. Inoltre, insegno a praticarli anche a mio figlio di 14 anni, con pesi da 2 chili, 3 chili; lui è tutto entusiasta di questo. Mi dedico anche a una forma di esercizio cinese, risalente a 2000 anni fa, che non è il Tai Chi adesso tanto in voga, ma il Qi Gong. Siamo continuamente attraversati dai raggi cosmici provenienti dalle galassie tutte intorno a noi, dalle supernove esplose e dal sole, questi possono essere raggi X, raggi gamma I cinesi già 2000 anni fa dicevano che quest'esercizio permetteva a tali raggi di penetrare nel corpo e dare energia. Non ho l'hobby del calcio, della pesca, della caccia, mi piacciono solamente il Qi Gong e i pesi.

 

 

Tutte le fotografie sono di Gabriele Fontanelli, gentilmente concessemi da Giulio Cesare Ricci.

Alfredo Di Pietro

Ottobre 2026


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