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27. února 2026 ..:: Intervista ad Alberto Mattioli ::..   Přihlásit se
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 Intervista ad Alberto Mattioli Minimalizovat



Alfredo Di Pietro: Alberto Mattioli, giornalista, scrittore e critico musicale, considerato tra i massimi esperti di opera lirica e interpretazione operistica, dove, quando e come è nata la sua passione per la scrittura?

Alberto Mattioli: Diciamo che l'ho sempre avuta. Io ho scritto il mio primo pezzo a diciassette anni sulla Gazzetta di Modena, che è la città dove sono nato. Mi è sempre piaciuto scrivere. Ho avuto la fortuna, forse quella che auguro di più a qualsiasi persona, di poter fare della mia passione una professione.

ADP: Lei scrive dal 2006 per il giornale La Stampa, collabora regolarmente con Il Foglio e con riviste specializzate come Classic Voice e Amadeus. Come vede oggi, in era Social, il ruolo della carta stampata?

AM: Intanto aggiorno un po' il curriculum. Attualmente collaboro con La Stampa, con Il Foglio, col Quotidiano Nazionale, cioè Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, e con Il Secolo XIX. Ho anche una rubrica mensile su Amadeus, mentre non scrivo più su Classic Voice. Riguardo al ruolo della carta stampata, vediamo che i giornali sono estremamente in crisi per una serie di ragioni che tutti conosciamo molto bene e che è inutile ripetere. Faccio solo un esempio: quando nel 2006 fui assunto a La Stampa, il giornale vendeva in edicola circa 260.000 copie mentre adesso sono, credo, sulle 60.000. È chiaro quindi che c'è stata una fortissima contrazione, non bilanciata dalle copie vendute in abbonamento o in digitale. Detto questo, io penso che la carta stampata sia ancora fondamentale perché poi, quando andiamo a osservare i contenuti proposti dalla rete, sia sui siti che sui social, vediamo che la maggior parte di questi contributi deriva dalla carta stampata. Questa è la ragione per cui ha ancora un'autorevolezza che l'informazione fai da te non ha, cosa evidente perché è un'informazione controllata. Io sono un giornalista professionista, ho fatto un esame di stato e devo rispettare certe regole deontologiche professionali. Credo dunque che la carta stampata abbia ancora un ruolo, anche se è sicuramente in crisi.



ADP: La sua prosa, che sinceramente le invidio, è brillante, acuta, scevra da formalismi e molto ironica. Possiamo considerarla una diretta derivazione della sua indole o frutto di un mirato studio letterario?

AM: Credo che la scrittura sia il risultato della lettura, noi scrivendo rielaboriamo degli stilemi, delle frasi e un vocabolario che abbiamo appreso leggendo. Sostengo dunque che la scrittura derivi dalla lettura e io ho letto molto.

ADP: Questa mia quarta, più che una domanda è la richiesta di un consiglio. A chi non ama il genere operistico, ritenendolo per esempio fuori moda, cosa suggerisce per una sua maggior accettazione e comprensione?

AM: Non credo che si debba fare della pedagogia ma che la cosa migliore sia provare, la curiosità intellettuale consiste anche nello sperimentare esperienze che non si sono mai fatte. Quindi io consiglio banalmente di andare a teatro, magari scegliendo un titolo accattivante, non troppo complesso, non comincerei con cinque ore di un'opera di Wagner, ma con qualcosa di più facile. Poi se piace ci si ritorna, ma non credo né all'insegnamento del melodramma nelle scuole né la pedagogia e nemmeno andare a teatro come obbligo culturale. Tutto nasce da una fascinazione e piacere personale, che poi può diventare anche, e questo è un aspetto interessante, oggetto di discussione, di riflessione e di dibattito. Insomma, alla base ci dev'essere un interesse personale.

ADP: I suoi libri, come d'altronde i suoi articoli, sono pieni d'idee, spesso anticonformisti e di piacevolissima lettura. Si riconosce in questa mia valutazione e che cosa in realtà vuole suscitare nel lettore?

AM: La ringrazio molto, lei è generoso e anche ottimista. Io nel lettore non voglio suscitare niente, nel senso che questo devi conquistarlo e indurlo a leggere il pezzo o il libro dall'inizio alla fine. Secondo me il bravo critico, venendo in particolare alla critica musicale, è quello che si fa leggere anche da chi non è direttamente interessato dall'oggetto delle sue recensioni. Io, per esempio, mi disinteresso completamente di sport, è un argomento di cui non m'importa nulla e non mi appassiona, però Gianni Brera lo leggevo perché scriveva bene. Il critico in generale e chiunque scriva è tanto più bravo quanto riesce a far interessare a ciò che scrive anche chi non è portato per la materia.



ADP: Nel suo libro "Il loggionista impenitente" il paventato rischio di sorbirsi un qualcosa di "retrò", ricusando dunque l'opera, viene combattuto con l'invito alla riflessione, al dibattito e alla sua potenza di strumento eminentemente narrativo. Sono forse questi gli elementi che rendono pienamente contemporaneo questo genere?

AM: Ne Il loggionista impenitente io parlo d'opera lirica, questa è teatro musicale, quindi non è soltanto musica ma anche teatro. Anzi non capisco perché quasi sempre l'aggettivo musicale venga anteposto al sostantivo teatrale, che è una cosa illogica. Ora, il teatro è contemporaneo per definizione poiché questo è il luogo della discussione, esiste in quanto arena, teatro appunto del dibattito. Anche l'opera è da intendersi come una forma, quindi come invito alla riflessione, al confronto, essendo così fatalmente contemporaneo. O è contemporaneo o semplicemente non esiste, oppure è un'operazione museale che non c'interessa

ADP: Forse le mie precedenti domande sull'opera sono pleonastiche e basterebbe leggere il suo tomo "Pazzo per l'opera", sottotitolato "Istruzioni per l'abuso del melodramma"? Ha voglia di parlarci della sua scaturigine?

AM: Pazzo per l'opera nasce appunto come un vademecum per chi non ci va. Penso che la pazzia sia un buon requisito per chi s'accosta al teatro musicale, il quale è un genere che richiede una certa propensione alla follia. L'idea di questo libro è quella di cercare di trasmettere questa passione, o questa pazzia, ma sforzandosi di dare al lettore una serie di strumenti critici, conoscitivi e culturali minimi per accostarsi all'opera. Ecco, questo è il progetto del libro.

ADP: Caso Beatrice Venezi, una contingenza sicuramente scottante. Lei ha preso posizioni molto nette su questo, sostenendo che la contestazione verso la direttrice non sia di natura politica ma prettamente tecnica. Inoltre, il suo curriculum non è paragonabile a quello dei grandi direttori che in precedenza hanno guidato La Fenice. In ultimo, lei ha sovente ironizzato sulla sovraesposizione mediatica di Venezi. Sono cose sacrosante e sulle quali sono personalmente d'accordo. Le sue riflessioni mi danno il destro per chiederle quale sia la sua valutazione sul grado di cultura musicale medio nel nostro paese.



AM: Cominciamo dal caso Venezi, nel quale penso si debba applicare una deontologia e un'etica giornalistica. Intanto Beatrice Venezi è una professionista, sulla quale ho letto delle cose veramente molto ingenerose e sgradevoli. È dunque una professionista e come tale dev'essere valutata, con il rispetto che si deve in questi casi. Io penso che sia una professionista modesta, ma questa è una mia opinione, peraltro largamente condivisa dalla critica internazionale e da grandi musicisti. Che il suo curriculum sia molto modesto, direi modestissimo per una direttrice d'orchestra trentacinquenne, invece è un fatto incontrovertibile. Questo e l'altra circostanza che la nomina sia stata fatta senza che lei abbia mai diretto a La Fenice, tranne otto minuti in streaming per uno sponsor, rende assolutamente irricevibile la nomina di Beatrice Venezi e trasforma la protesta dell'orchestra, e in generale delle maestranze del Teatro La Fenice, in una sacrosanta battaglia di civiltà a difesa del merito e delle competenze. Il vero aspetto desolante che esce da questa vicenda è il fatto che le classi dirigenti politiche italiane non hanno alcuna cultura e preparazione musicale. Fra il troll che su Facebook strilla "sono tutti comunisti, cacciateli tutti" e il sindaco di Venezia e il sottosegretario alla cultura, non c'è alcuna differenza, né di preparazione culturale e direi nemmeno sintattica. Questo è il disastro del populismo, il quale ha infettato la nostra vita politica: tutto ciò che è competenza, merito, preparazione, esperienza è stato espunto. Chi governa è assolutamente, se non peggio, alla stregua di chi è governato e le conseguenze sono queste. Paradossalmente, è proprio una classe politica di destra che è assolutamente incapace di comprendere che La Fenice e, in generale, il teatro musicale sono degli alti luoghi della civiltà italiana, sacri, delle grandi istituzioni nazionali. Il paradosso sta dunque nella mancanza totale di senso delle istituzioni e di senso dello Stato da parte di chi dovrebbe appunto incarnarlo. Un paradosso devastante.

ADP: Vorrei a questo punto chiederle quale debba essere a suo parere l'etica, la corretta tecnica d'inchiesta e il ruolo in genere dell'informazione.

AM: Le regole deontologiche della professione non è che siano oggetto di dibattito, sono stabilite per legge e bisogna attenersi a esse. Io ho l'impressione che, per quello che riguarda il giornalismo d'inchiesta, uno dei tanti difetti di quello italiano sia fare le indagini per trovare elementi a sostegno di una tesi già decisa, preordinata, mentre invece deve avvenire il contrario, cioè svolgere le inchieste e poi, sulla loro risultanza si costruiscono le tesi. In generale io non ho, dal punto di vista dell'etica giornalistica, nulla da aggiungere a quelle che sono le regole stabilite.

ADP: Nel ringraziarla per l'intervista concessami, come ultimo quesito desidero domandare cosa fa Alberto Mattioli quando depone la penna: hobby, svaghi, passioni particolari oppure ama semplicemente mettersi in una condizione di relax?

AM: Guardi, intanto io la penna purtroppo non la poso quasi mai perché oltre a fare il giornalista scrivo libretti d'opera, ora sono al sesto. Lavoro purtroppo molto. La mia principale passione, insieme all'opera, sono i gatti, alla cui passione ho dedicato anche un libro intitolato "Il gattolico praticante". Perciò nei rari momenti in cui non lavoro faccio lo schiavo dei miei gatti.



Alfredo Di Pietro

Febbraio 2026


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