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Montag, 31. August 2026 ..:: Libetta. Recital at Dartmouth College ::..   anmelden
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 Libetta. Recital at Dartmouth College minimieren

 

 

- Barcarolle Op. 60 (Live Version) - Frédéric Chopin

- Nouvelle Étude N. 2 in A-flat major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in E major on Chopin Nouvelle Étude N. 2, 1st version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Nouvelle Étude N. 3 in D-flat major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in G major “Menuetto” on Chopin Nouvelle Étude N. 3 (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 1 in C major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in C major on Chopin Op. 10 N. 1, 1st version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Study in D-flat major on Chopin Op. 10 N. 1, 2nd version, for left hand (Live Version) -Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 2 in A minor (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in A minor “Ignis fatuus” on Chopin Op. 10 N. 2, 2nd version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 3 in E major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in D-flat minor on Chopin Op. 10 N. 3, for left hand (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 6 in E-flat minor (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in E-flat minor on Chopin Op. 10 N. 6, for left hand (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 9 in F minor: Chopin: Étude Op. 10 N. 9 in F minor (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in C-sharp minor on Chopin Op. 10 N. 9, 1st version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 25 N. 1 in A-flat major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in A-flat major on Chopin Op. 25 N. 1, 3rd version: Godowsky: Study in A-flat major on Chopin Op. 25 N. 1, 3rd version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 25 N. 4 in A minor (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in A minor on Chopin Op. 25 N. 4, 1st version, for left hand (Live Version) - Leopold Godowsky

- Study in F minor “Polonaise” on Chopin Op. 25 N. 4, 2nd version (Live Version) - Leopold Godowsky

- Étude Op. 10 N. 5 in G-flat major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Étude Op. 25 N. 9 in G-flat major (Live Version) - Frédéric Chopin

- Study in G-flat major “Badinage” on Chopin Op. 10/5 and Op. 25/9 (Live Version) - Leopold Godowsky

- Ballade N. 4 in F minor Op. 52 (Live Version) - Frédéric Chopin

- Abracadabra (Live Version) - Lady Gaga

- Rigoletto de Verdi, Paraphrase de Concert (Live Version) - Franz Liszt

- Salut d’Amour (Live Version) - Edward Elgar


UNO CHOPIN "LUNAIRE"

Bisogna fare un grande "rewind" temporale per comprendere le scaturigini del nuovo progetto discografico di Francesco Libetta. In due cassette analogiche nel formato video VHS, tuttora strettamente private, sono contenuti i due incredibili concerti che si tennero nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano nel 1994 e nel 1995, durante i quali il pianista salentino interpretò l'integrale (a memoria!) degli Studies on Chopin's Études di Leopold Godowsky: una corposa raccolta di cinquantatré arrangiamenti dei notissimi studi chopiniani, portata a termine dal virtuoso pianista, compositore e insegnante nato in quella che oggi è la Lituania e divenuto poi cittadino americano. Per Libetta fu un recital cruciale nel suo percorso artistico, che lo proiettò in una dimensione talmente elevata da sbalordire pubblico e critica. Di questa testimonianza non esiste, purtroppo, una pubblicazione ufficiale, ma solo la menzionata registrazione video amatoriale, che all'epoca ebbe una rapida circolazione tra gli appassionati. Alla prima parte della raccolta dei 53 Studi di Godowsky, eseguita nel concerto del marzo 1994, seguì la seconda nel gennaio 1995. Due esibizioni che fecero realmente scalpore. Io stesso mi rammarico di non aver potuto conoscere quelle due videocassette prima di posare oggi la penna sulla carta: impossibile dunque per me arrischiare una comparazione.

So invece per certo che Francesco Libetta non è certo stato a girarsi i pollici in tutti questi anni, sommando alla maturazione umana un accumulo di esperienze da far tremare le vene e i polsi. Trentadue anni, dunque, separano la prima esibizione in Sala Verdi da quest'ultima, per certi versi insolita, inaspettata e che avrebbe forse meritato un ingresso sul mercato più pomposo. Risulta tuttavia palese che un tale atteggiamento è fondamentalmente estraneo alla personalità di Libetta, come alla sua arte pianistica, e va bene così. Anche la concezione del recital reca un'importante differenza, proponendosi non come un'infilata di brani di un unico autore, ma come una continua alternanza Chopin/Godowsky, così da offrire un subitaneo raffronto tra l'originale e l'elaborazione. Il disco di cui parliamo s'intitola Libetta. Recital at Dartmouth College ed è tratto da una registrazione dal vivo effettuata all'Hopkins Center for the Arts di Hanover, New Hampshire, nel maggio 2026. Un disco corposo che comprende 28 brani per una durata complessiva di circa 1 ora e 52 minuti, forte di un programma costruito intorno al rapporto fra Chopin e Godowsky, sicuramente uno dei territori nei quali il nostro pianista si può dire particolarmente autorevole.

Altro aspetto inusitato per un recital è l'utilizzo di non uno ma due pianoforti: un Pleyel del 1865 prestato dalla Collezione Cornell di Tastiere Storiche, un po' tardo per essere chopiniano ma, a ogni modo, molto più vicino al mondo del compositore rispetto al secondo strumento, un moderno Steinway & Sons. Già la loro eterogeneità timbrica proietta l'ascoltatore in due dimensioni altere. Senza avventurarci in meticolose disamine, appare evidente che un Pleyel di quell'epoca è suggestivo di una concezione costruttiva profondamente ottocentesca, dotato di un timbro più chiaro, soprattutto nel registro acuto, ma meno denso e ricco di armonici nel registro basso. Il suono più corto favorisce la sensazione di una più intellegibile articolazione e la dinamica è certamente più contenuta, in particolar modo nel fortissimo. Ma è proprio questa caratteristica che ha accentuato, nella lettura di Libetta, la trasparenza polifonica, dove le singole note tendono a risultare più facilmente distinguibili a causa della minor inerzia energetica che contraddistingue uno strumento moderno come lo Steinway & Sons, generatore di una maggior energia sonora, di uno spettro armonico più ricco e complesso, di note basse molto più profonde e potenti, nonché di un'escursione dinamica nettamente più ampia. Ma è qui che emerge l'acume del grande artista: ciò che nel Pleyel potrebbe sembrare una debolezza viene rovesciato in un'espressività ricca di nobili e malinconiche screziature, che caricano i brani di una suggestione profonda.

Questo recital ad Hanover va inquadrato come un importante evento, in cui, per la prima volta, grazie al raffronto ravvicinato dei brani, si percepisce con chiarezza ciò che Godowsky intendeva fare: non mettere più note o rendere più difficile la meccanica dell'esecuzione, ma approfittare delle possibilità dinamiche e coloristiche degli strumenti moderni (dell'epoca di Godowsky), che erano certamente maggiori se rapportate ai pianoforti in auge quando Chopin era in attività. In particolare, l'evoluzione degli strumenti favoriva l'emersione di un fitto tessuto polifonico, l'elemento che, in buona sostanza, è protagonista in questi Studi sugli Studi, e non un aumento esponenziale di note da dover suonare. Malauguratamente, in tante registrazioni quella che si sente è una polifonia semplificata, una melodia accompagnata che non consente di far risaltare in maniera adeguata la dovizia della trama polifonica, in un recital concepito come una sorta di dialogo fra le Études originali di Chopin e le vertiginose rielaborazioni che Godowsky ne ha ricavato. D'altronde, Francesco Libetta non è certo artista da intimorirsi in tali frangenti, qui impegnato anche in un vero e proprio "radiogramma" dell'evoluzione della scrittura pianistica, dall'ottocentesco Chopin fino a quegli straordinari livelli di complessità tecnica godowskyana che lui, insieme a pochi altri pianisti al mondo, è in grado di affrontare con sicurezza grazie alle sue superiori capacità digitali.

Ma gli farei un'offesa se parlassi solo delle sue mani, terminale fisico di una mente che, per formazione e attività, è specialmente vigile su quella tradizione pianistica nella quale il virtuosismo è indissolubilmente intrecciato alla cultura storica, alla libertà interpretativa e alla ricerca timbrica. Il nostro pianista è noto anche per questa sua non comune capacità di sintesi. I due nomi di Chopin e Godowsky s'incontrano in Libetta, che non ci sta a fare la parte del terzo uomo svanito nel nulla, come nel celeberrimo film noir del 1949, ma s'impone piuttosto come foriero di quella pietra filosofale, quella sostanza alchemica che possiede degli straordinari poteri di trasformazione. Così, quegli studi scritti da Chopin per favorire nei giovani pianisti lo sviluppo della destrezza necessaria per affrontare complesse composizioni pianistiche diventano, nelle mani di Godowsky, quello che nella peggiore delle ipotesi potrebbe diventare un bad-trip lisergico sia per chi suona sia per chi ascolta. Battute a parte, Godowsky ha avuto il merito, a cento anni da Chopin, di rivisitare queste opere, creando nuove e più evolute (che non significa più belle) istanze espressive, con in testa un preciso traguardo: quello dell'evoluzione del pianoforte. Diversi suoi Studi sugli Studi pongono maggiore enfasi tecnica sulla mano sinistra, ad esempio nel formidabile Studio Op. 10 N. 12 in do minore, "Rivoluzionario".

Nel florilegio di originalità e sorprese che questo recital ha offerto, osserviamo una strutturazione che prevede, dopo la lunga sezione Chopin/Godowsky, un deciso cambio di prospettiva con la Ballata N. 4 Op. 52 di Chopin, la parafrasi da Rigoletto di Verdi, il celebre Salut d'Amour di Elgar e, con Abracadabra di Lady Gaga, un cambio di rotta ancora più radicale. Molti si chiederanno cosa ci faccia in quest'augusta collezione un brano della stella pop Stefani Joanne Angelina Germanotta e quanto sia stato opportuno includerlo. Tuttavia, chi è rimasto sorpreso, se non sconcertato, dimostra di non conoscere l'estrema poliedricità del pianista salentino, le sue molteplici collaborazioni con musicisti non di estrazione classica, i caleidoscopici interessi anche nel campo della danza, della pittura e della letteratura. C'è pure chi ha parlato, riferendosi a lui, di un eccesso di talenti. Non deve allora stupire questo Abracadabra, che lui riesce meravigliosamente a immettere nell'alveo di un unico fluire musicale. Non dobbiamo peraltro considerare isolata questa uscita al Dartmouth College, ma parte di una fase artistica in continua evoluzione che prelude a un infittirsi della sua attività discografica. Lo stesso sito personale di Libetta testimonia che quest'ultima incisione s'inserisce in un progetto discografico molto più ampio: De musica sive de humana phantasia, un vero e proprio catalogo che nel 2026 è arrivato a contare ben 96 album fra le varie sezioni del progetto.

Ascoltando questo "live" si fa ingresso in un labirinto di sensazioni ed emozioni che coinvolgono completamente chi ascolta; nel suo scorrere possiamo rivedere in trasparenza la stessa esistenza artistica di Francesco Libetta, il suo amore viscerale per la musica, l'assenza di qualsiasi schermo che possa velare un rapporto tra lui e l'arte che più naturale di così non potrebbe essere. Cogliamo senza indugio quest'approccio sin dal primo brano, la Barcarolle Op. 60, che il nostro pianista affronta con una dolcezza infinita e una calda confidenzialità. Chopin la compose tra il 1845 e il 1846, negli ultimi anni della sua vita, costretto a vivere una fase di sensibile declino fisico. Nel movimento oscillatorio di un cullante ritmo in 6/8 è riposta una specie di confessione, scaturita da un'accorata analisi esistenziale, e probabilmente anche Libetta ha voluto seguire queste orme, abbandonandosi senza riserve a un cantato sublime che coincide con il suo vissuto. Spesso, dopo la fine di un brano, Libetta ricama un breve interludio improvvisato che separa uno spazio sonoro dall'altro, facendo da introduzione al successivo, in un rapporto organico fra i diversi momenti dell'esecuzione. La Nouvelle Étude N. 3 esordisce con il tono di un delicato gioco infantile: sembra un motivetto buttato lì come viene, ma nel successivo Study in G major "Menuetto" on Chopin Nouvelle Étude N. 3 di Godowsky viene arricchita da fioriture e da un più complesso intersecarsi di linee polifoniche.

La sua indole dolcemente malinconica, l'esplorazione di un canto interiore candido non mancano però di cogliere il segno di una notevole profondità espressiva. Il sognante preludio improvvisativo viene bruscamente interrotto dal travolgente Étude Op. 10 N. 1, dove Francesco Libetta disegna magistralmente delle grandi arpeggiature affidate alla mano destra, nell'atto di percorrere elasticamente grandi estensioni della tastiera, mentre la sinistra dà il suo apporto con accordi abbastanza semplici. Ancora più impetuosa, se vogliamo, la rilettura godowskyana, dove l'autore sente la necessità di redistribuire il materiale fra le due mani in un modo che da verticale diventa polifonico, creando diverse linee simultanee che devono tuttavia essere percepite individualmente. Tutto diventa relativamente più tranquillo ed etereo, foriero di un interessante risvolto poetico, nello Study on Chopin Op. 10 N. 1, seconda versione per la mano sinistra. Il discorso diventa luciferino con l'Étude Op. 10 N. 2, dove Godowsky opera una scomposizione della meccanica interna a vantaggio della ricreazione di un'atmosfera pressoché allucinatoria, sia nell'originale sia nella revisione in la minore, pur mantenendo una fisionomia parecchio diversa. Per l'interprete, questo brano rappresenta una dimostrazione d'indipendenza digitale, non tanto una prova di velocità quanto di capacità di dissociare le dita della mano destra, dato che il pollice, l'indice e il medio devono muoversi in maniera autonoma rispetto all'anulare e al mignolo.

Ancora, dunque, un brano che crea una sorta di vertigine poliritmica. Si passa all'Op. 25 con l'Étude N. 1 in La bemolle maggiore, il celebre Aeolian Harp, un brano nel quale la difficoltà tecnica si cela dietro una superficie sonora eterea, come una nube di colore. La bellissima melodia emerge da questa fitta trama di arpeggi suonata dalla mano destra, formata da alcune note superiori opportunamente accentuate, mentre la sinistra completa l'armonia e, in alcuni frangenti, partecipa anch'essa alla costruzione delle voci interne. Godowsky riesce a trasformare completamente la percezione del brano, amalgamando melodia, arpeggi, controcanti e nuove distribuzioni delle voci in una complessa architettura polifonica. Il disco si avvia in scioltezza alla sua conclusione con il citato Abracadabra di Lady Gaga, la Parafrasi da concerto Rigoletto di Verdi di Franz Liszt e il Salut d'Amour di Edward Elgar. Un modo per Francesco Libetta di sbarazzarsi delle forti tensioni accumulate in precedenza o per l'ascoltatore di prolungare più distesamente il godimento sonoro? Non saprei rispondervi, ma credo che entrambe le ipotesi abbiano una loro effettiva validità.


Alfredo Di Pietro

Agosto 2026


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