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venerdì 13 marzo 2026 ..:: M.T. alla Scala - M. Baglini - Heroica ::..   Login
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 Museo Teatrale alla Scala - Dischi e Tasti - Maurizio Baglini - Heroica Riduci





Se per i cultori del pianoforte e i collezionisti di CD la rassegna "Dischi e Tasti" non è una novità, per tutti gli altri varrà sapere che è curata da Luca Ciammarughi, eclettica figura del panorama musicale odierno, e che è ormai giunta alla sua quinta edizione (2025-2026). Il suo "modus operandi" è di propone dialoghi discografici ed esecuzioni pianistiche dal vivo, con degli incontri che hanno luogo presso la Sala dell'Esedra del Museo Teatrale alla Scala di Milano. Il loro scopo è tutto sommato semplice: esplorare il mondo del pianismo attraverso l'ascolto guidato e l'esecuzione di brani, con degli appuntamenti che spaziano dalle monografie su grandi compositori alla perlustrazione di repertori specifici. Il teatro di tali incontri è a dir poco prestigioso e si trova tra via Filodrammatici e Piazza della Scala, in un corpo laterale dell'edificio storico progettato da Giuseppe Piermarini. Una struttura che nella sua attuale veste risale al 1831, progettata da Giacomo Tazzini, andò a sostituire il cosiddetto "Casinò dei Nobili", edificato secondo il progetto di Piermarini contemporaneamente alla Scala. Non meno ricca di storia è la Sala Esedra, dove al centro della lunetta c'è il pianoforte che appartenne a Franz Liszt.

Il compositore ungherese lo ricevette in dono da Steinway & Sons, un magnifico modello C, "Semi-concert grand" (numero di serie 49382), manifestando il suo entusiasmo in una lettera indirizzata a coloro che lo avevano realizzato nel 1883: "Un glorioso capolavoro di potenza, sonorità, qualità del canto ed effetti armonici perfetti". La nipote di Liszt, Daniela von Bülow, prima figlia di Cosima e di Hans von Bülow, ricevette lo strumento come regalo di nozze dal nonno. In seguito lei lo portò a Villa Cargnacco sul lago di Garda, nucleo originario e residenza principale di quello che oggi è conosciuto come il Vittoriale degli Italiani, situato a Gardone Riviera. In questa Villa appartenuta a Gabriele D'Annunzio fu suonato dalla sua amante Luisa Baccara e altre persone. Mussolini poi lo reclamò come appartenente alla patria. Fu infine devoluto al Museo del Teatro alla Scala di Milano, anni fa sottoposto a un accurato restauro da parte della casa madre. Già ai tempi rappresentava un "non plus ultra" della tecnologia pianistica, in grado di reggere quel vigoroso virtuosismo per cui Liszt era celebre. Ma la Sala Esedra non è nota solo per questo, essendo dedicata al "Belcanto" dell'Ottocento, con diversi ritratti di celebri prime donne (Giuditta Pasta, Isabella Colbran, Maria Malibran) e compositori come Rossini, Bellini e Donizetti.



La rassegna Dischi e Tasti ha riscosso nel tempo un crescente successo, i suoi appuntamenti sono sempre più affollati, anche se per quello avvenuto il 4 marzo U.S. non c'era da stupirsi, vista la presenza di Maurizio Baglini, uno dei più rilevanti pianisti sulla scena internazionale. Grande è stata la partecipazione di pubblico, con i sessanta posti a disposizione tutti occupati, in più sono state collocate delle sedie nelle due sale adiacenti per accogliere altre persone che non volevano assolutamente perdersi l'evento. Non so se per un caso fortuito, ma quel giorno il pianista pisano ha festeggiato il suo cinquantunesimo compleanno, una bella congiuntura di accadimenti che il pubblico ha voluto omaggiare con calorosi applausi. Non una novità quest'album dell'etichetta Decca, quella con la quale Baglini collabora oramai da vent'anni, poiché è uscito oltre un anno fa, precisamente il 28 febbraio 2025. Si profila dunque come un'aggiunta non necessaria questo appuntamento? Assolutamente no, piuttosto un supplemento d'indagine su un concetto di perenne importanza, anche storica, che forse mai come oggi investe l'attualità. Lui non è soltanto un insigne virtuoso del pianoforte, ma anche un esploratore, uno sperimentatore artistico come pochi, continuamente alla ricerca di nuovi orizzonti senza aver paura di rischiare.

La sua ampia discografia lo testimonia, spaziando da D. Scarlatti, J.S. Bach, F. Busoni sino alla contemporaneità. Un universo sfaccettato il suo, espresso anche in album come "Heroica", al centro dell'attenzione di questa serata milanese, un macrocosmo colto e allo stesso tempo teso a captare lo spirito dei tempi. Alla stregua del precedente "Nature & Life" è un "concept album", che ruota intorno all'idea non della natura ma dell'eroismo, scandagliato attraverso i brani di diversi compositori. Quello dell'eroismo è forse un concetto oggi delicato da affrontare poiché la parola eroe può suscitare delle immagini bellicose, di guerra. In realtà nel nostro disco questo si lega anche alla fragilità, all'idea di trasformazione dell'identità che riconosciamo nell'artista temporalmente più vicino a noi, David Bowie, presente nel disco con tre notissime canzoni. Non solo nella celeberrima Heroes, ma anche nelle altre due c'è il riferimento a un concetto di eroismo diverso dall'accezione di battagliero. Maurizio Baglini con un po' di timore reverenziale si accinge a parlare di album a tema, che molto poco si confà a un tempio museale come quello in cui ci troviamo. Siamo infatti calati nell'atmosfera del teatro più famoso del mondo, emblema della musica classica, nel senso più tradizionale del termine. Ma perché un genere che brilla di luce propria deve adattarsi a un termine preso in prestito dal rock progressive?



C'è un risvolto di sano realismo di cui la discografia deve tener conto. Dal 2009 il pianista pisano ha il privilegio e la fortuna di registrare in esclusiva per un colosso come Universal, uno dei massimi gruppi globali nel settore musicale. Non bisogna tuttavia coprirsi gli occhi di fronte alla realtà, osserviamo quanto la musica classica sia in percentuale statistica (e quindi economica) marginale rispetto a ciò che nel bilancio rappresenta tutto il resto, ricordando che il contesto ha subito una modifica repentina nel post-pandemia. Una situazione che Baglini vede anche da commissario impegnato abbastanza di frequente in concorsi internazionali. Al giorno d'oggi se non c'è il video è impossibile la preselezione, mentre una volta non era così. Nella discografia è cambiato tutto in quanto nelle piattaforme di streaming musicale, Qobuz, Spotify, Apple Music e diverse altre, è il dato statistico che alla fine ci dice quale successo abbia riscosso un brano, se per valutarlo individuiamo il parametro dei "clic" come rivelatore. A proposito del CD Heroica ci accorgiamo che contiene una parte significativa dedicata alla figura di Giovanna d'Arco, con tre composizioni, le tracce 30, 31 e 32, che fanno riferimento a lei, con gli autori Duprez (1806 - 1896), Gounod (1818 - 1893) e Liszt (1811 - 1886), quest'ultima arrangiata per pianoforte solo dallo stesso pianista.

Per inciso, oggi in Francia chi inneggia alla famosa "Pulzella d'Orléans" rischia di essere tacciato di nazionalismo, ma il vero punto non è questo, quanto ciò che questa figura simboleggia in termini d'impavida eroicità. Non manca in questo progetto discografico anche il tentativo di andare a vedere quanto c'è di contemporaneo in Liszt che rivolge il suo sguardo a Giovanna d'Arco, un grande musicista che ha fatto da collante nella Mittel-Europa, soprattutto nella seconda metà dell'800. L'excursus tracciato da Heroica racchiude un lasso temporale di 175 anni, partendo dal 1802 e arrivando sino al 1977. L'inizio è affidato alla rilettura beethoveniana del Prometeo, mentre in coda c'è Heroes di Bowie. Quest'incursione del pop in un album di musica classica può essere vista sotto diverse prospettive, ricordando che comunque il "camaleonte del rock" era diplomato in violoncello, sassofono ed era pure coreografo, mimo e ballerino. Per una sorta di sincronicità junghiana, quando Bowie scomparse Baglini fu colpito da un articolo apparso sul blog di Luca Ciammarughi (allora non scriveva ancora per la carta stampata, pur essendo un autorevole commentatore), il quale evidenziava proprio la poliedricità di questo artista. Era morto a poche ore di distanza da Pierre Boulez, che il nostro ha incontrato e gli è debitore nella sua parentesi parigina.



La madre di Maurizio Baglini, che non era una musicista ma una filologa greca, si rammaricava del fatto che la notizia della morte di Boulez non avesse trovato spazio nei telegiornali, mentre quella del tizio bianco (David Bowie nel personaggio del Duca Bianco) aveva avuto ampio riscontro nell'informazione. Ricorda che stampò questo articolo e glielo fece leggere, poiché lei non amava frequentare Internet. All'indomani della morte di Bowie lo chiamò Nicola Sani, un autorevole compositore, direttore artistico dell'Accademia Musicale Chigiana di Siena e manager culturale, chiedendogli di fare un omaggio musicale allo scomparso. Sani è stato tra l'altro esponente dell'avanguardia di una volta; quando giunse a Bologna come direttore artistico del Teatro Comunale portò subito, con non poche difficoltà, il Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg in piazza. In quel momento Baglini cominciò a capire che forse il genere pop era una sua lacuna e che c'era molto da esplorare e da imparare su questo. Si potrebbe parlare a lungo sull'estensività di questo termine, un preclaro esempio è l'Inno alla gioia di Beethoven, partito da una citazione dell'Offertorio "Misericordias Domini" K 222 di Mozart, che prendeva spunto da una canzonetta da osteria del 1785, diventato poi l'inno europeo. Potremmo citare anche Schumann, il compositore prediletto di Baglini, che nei Cinque pezzi in tono popolare per violoncello e pianoforte Op. 102 compì un'operazione che Luciano Berio replicò quando fece venire Milva alla Scala.

Non pochi musicisti di classica si sono aperti e hanno approfondito la produzione pop, pensiamo a Luciano Berio che arrangiava le canzoni dei Beatles, per l'epoca qualcosa di piuttosto ardito e vicino al concetto di post-moderno. Il primo spartiacque che si mette davanti è l'accademismo, cioè se hai studiato o no, quanto capisci, quanto sai, quanta artigianalità hai della musica. Quando ha parlato con il suo produttore Decca di un disco che potesse essere congruo con i tempi, ligio alla modalità della piattaforma Internet, si è giunti a David Bowie, sulla base di quegli agganci che sono per tutti i noi le reminiscenze ancestrali o i ricordi più adolescenziali. È venuto fuori un album che è gettonatissimo sulle piattaforme di streaming proprio nella traccia di "Heroes - Maurizio Baglini Performs David Bowie", si parla di oltre mezzo milione di download a pagamento su Spotify, mentre la traccia più cliccata delle 15 Variazioni e fuga in mi bemolle maggiore Op. 35 di Beethoven sul tema dell'Eroica non arriva a un centinaio. Questo fa pensare a come attraverso un brano, conosciuto dalla maggioranza delle persone, si possa arrivare a diffondere delle musiche che solo una minoranza conosce. Questo CD è nato semplicemente come una richiesta aziendale del produttore conciliata con una ricerca personale del pianista. Un particolare: per avere le liberatorie alla pubblicazione della sua versione dei brani di Bowie ci sono voluti dodici mesi di lavoro da parte della Decca.



Se dietro non ci fosse stato un colosso dell'importanza di Universal l'operazione non sarebbe riuscita. Si pone dunque l'interrogativo di cosa fare in futuro nella civiltà della consumazione immediata del clic, del video, dei brani indicizzati come strategia di fruizione del mondo discografico odierno. L'imperativo è offrire il maggior numero di tracce possibili e che siano ciascuna la più breve possibile. In questo scenario Baglini continua comunque a spendere molto in libri e dischi, a essere un cultore della minoranza che segue i supporti fisici tradizionali. Da interprete di musica classica prende atto di come va il mondo e quali siano gli spazi che su otto miliardi e mezzo di persone presenti sul pianeta si possano ancora occupare. A ben vedere il suo pensiero è in sintonia con quello della rassegna Dischi e Tasti, che oltre a indagare la musica e i compositori mira a interrogarsi sul mondo del disco. È un dato di fatto che non deve scoraggiare del tutto perché il senso della minoranza e della diversità sono cose che attraversano la storia, bisogna solo capire come conciliare le cose. Il primo dei brani che suona per noi, l'Arabeske Op. 18 di R. Schumann, non rientra nel nuovo CD Heroica ma da uno precedente che faceva parte del progetto riguardante l'integrale pianistica del grande autore romantico. Nel periodo che fu prodotto ci s'impegnava nel monografico, senza trascurare l'esigenza di dare un titolo appetibile al disco, chiamato poi con il termine tedesco "Arabeske".

Un rondò "minimalista", con una materia musicale abbastanza semplice ma elaborata con enorme sapienza ed estrema genialità, dedicato a sua moglie Clara, grande virtuosa di pianoforte. Un paradigma di come nel 2018, anno d'uscita del disco e prima della pandemia, si cominciasse a considerare il titolo in talitermini. Un modo di fare che si è esteso pure alla programmazione delle stagioni concertistiche, in cui per problemi relativi alla SIAE il titolo va stampato sul biglietto, cosa che in realtà sanno in pochi. Ormai c'è un'esigenza psicologica di dare delle icone a qualsiasi cosa. Arabeske fu il primo CD della quasi ventennale collaborazione con Decca che mise davanti all'esigenza di trovare un opportuno titolo, così fu individuato un brano emblematico della storia d'amore forse più potente della storia della musica. Robert Schumann sia eroe che antieroe perché la sua vita, soprattutto negli ultimi anni, appare come quella di un disadattato affetto da una malattia mentale. Nel corso della sua sfortunata vita ebbe delle difficoltà di carriera, fu mandato via da posti di valore come la direzione ad Amburgo. Fu eroe però nella ben nota lotta contro i Filistei nelle Davidsbündlertänze. Passando da Schumann a Liszt conosciamo la figura di un pianista/compositore in cui emerge una componente di eclatante virtuoso. Fu viaggiatore instancabile, personaggio allo stesso tempo eroico ed erotico, da uomo ardito nella vita con le sue liaison intrecciate con donne sposate.



Andò addirittura a chiedere al Papa di poter siglare un matrimonio con la Principessa Carolyne zu Sayn-Wittgenstein, ma il pontefice non gliel'accordò poiché lei era già coniugata. Una storia da includere nei grandi scandali dell'Ottocento. Questo per dire come il tema della trasgressione sia presente in Liszt, che si dimostrò eroe nel senso pieno del termine. Si manifestò in lui una fase iniziatica e un ritorno alle origini, similmente alla vicenda di Odisseo. Un complesso cammino di conoscenza che Baglini ha voluto sintetizzare nei tre lavori presenti nel CD Heroica. Altro elemento di grande importanza nei tre autori romantici contemporanei tra loro, Chopin, Schumann e Liszt, è il manifestarsi in modo diverso del problema del segno, dell'improvvisazione. Se da una parte aveva ragione Liszt nel dire che ci sono solo due maniere di suonare, bene o male, dall'altra non si può negare che ci siano fra loro differenze sostanziali nella scrittura, riflesso anche nel loro modo di vivere. Schumann si rivela antieroe nel momento in cui non riesce a essere pianista, questa fu la sua vera tragedia, mentre dal punto di vista della scrittura annota tutto, non ci sono mai ornamentazioni o fioriture, nemmeno i cosiddetti "ossia", cioè varianti opzionali indicate in partitura (spesso sopra il rigo principale) che offrono all'esecutore una versione alternativa di un passaggio.

Lui è pedissequo nella richiesta all'esecutore di comportarsi in un certo modo, quasi dogmatico o maniacale nella precisione del segno. Chopin invece cambia molto a seconda dell'allievo che si trova di fronte, quindi contempla un'improvvisazione, estemporaneità e un'eventuale diversità. Nel famoso piccolo saggio scritto da Riccardo Risaliti sul celeberrimo Notturno Op. 9 N. 2, si afferma che sarebbe bello suonare con tutte le varie fioriture che Chopin aveva previsto. Ma queste poi diventano anche troppe e bisogna scegliere alcune rispetto ad altre, ciò fa capire che il compositore lasciasse molto margine. Liszt concepiva, anche a livello gestuale e fisico, il suo particolare approccio con il pianoforte che poi si rispecchiava nella scrittura. Ciò avveniva nella prima fase della sua vita, che potremmo definire "atletica", contrariamente agli altri due lui visse molto più a lungo, avendo una maggior possibilità di evoluzione e produttività. La definizione di Liszt "collante" della Mittel-Europa è di John Eliot Gardiner, che recentemente ha ascoltato l'esecuzione di Baglini della trascrizione lisztiana della Sinfonia N. 9 di Beethoven, facendogli una vera e propria "lectio magistralis" sul vero rapporto, anche filologico, che Liszt ha avuto nei confronti di Beethoven. Un rapporto che troppo spesso ignoriamo non solo in Beethoven ma in tutto il romanticismo e nel pregresso patrimonio musicale.



Per noi di quest'autore ha suonato l'Ouverture de l'opéra Guillaume Tell de Rossini S. 552, pezzo di matrice milanese, anche se pare fosse stato scritto su un pianoforte Graf del 1839 che ora si trova a Pisa. Allora Liszt era ventottenne, adorava e frequentava Gioacchino Rossini. Il Guillaume Tell è l'unica sua opera a carattere epico, c'è tuttavia anche il Mosè in Egitto, che però era stato criticato da Beethoven con la famosa affermazione che "il dramma serio non è nella natura degli italiani". Nel disco troviamo un brano che cita il notissimo profeta: la Preghiera "Mosè in Egitto" Op. 143 di Vincenzo De Meglio, in una trascrizione virtuosistica per pianoforte basata sul celebre coro "Dal tuo stellato soglio" dall'opera rossiniana. La cosa curiosa è che Franz Liszt con venerazione andò da Rossini, gli fece ascoltare questa trascrizione preannunciando che era molto faticosa, tecnicamente trascendentale, la cosa più difficile che sinora avesse mai scritto. Un pezzo quasi ineseguibile. Rossini, una volta ascoltatala, disse lapidariamente: "Che peccato che non sia ineseguibile". Non fu evidentemente apprezzata, nonostante il grande impegno messo nello scriverla. Il brano, appunto perché è ai limiti dell'eseguibilità, composto per uno strumento antecedente a quello presente nella Sala Esedra, è pieno di "ossia", indicativi di scritture alternative in caso di difficoltà insormontabili da parte dell'esecutore.



Qui vale il concetto della spettacolarizzazione, della teatralizzazione spinta, partendo dal presupposto di non sacrificare alcuna nota del materiale originale contenuto nelle quattro sezioni. Nel Preludio, intitolato "Alba", c'è un sommesso dialogo tra cinque violoncelli solisti, segue la Tempesta, la quale descrive lo scatenarsi degli elementi, il Ranz des Vaches, un Andante di carattere pastorale che evoca la serenità dopo il temporale, e il celeberrimo Finale con la "marcia dei soldati svizzeri", un'autentica cavalcata verso la libertà. Nel gesto finale di Guglielmo con l'episodio della mela c'è la chiave di lettura del funambolico virtuosismo che tale trascrizione richiede. Ecco perché la scelta di questo brano nell'economia di Heroica, simbolo perfetto dell'eroismo in ogni sua coniugazione. Un brano che, nonostante la disapprovazione di Rossini, ha resistito alla polvere del tempo. In esso non c'è soltanto un fattore atletico, meccanico o ginnico che dir si voglia, ma anche la fascinazione profonda di un personaggio, Liszt, che parlava sei lingue e ha conosciuto il mondo intero essendone stato eminente interprete. Una figura che ancora oggi è troppo spesso collegata solo a un estremo virtuosismo, mentre in realtà contiene anche tanta poesia. Questa trascrizione contiene ogni tipo di "mostruosità" pianistica, tutto l'armamentario dei grandi virtuosi dell'epoca, ma pure la capacità di evocare l'orchestra.



C'è un aneddoto su Liszt molto significativo in tal senso. Arrivò a Roma per una serie di concerti, da lui coniati con il termine "recital", il pubblico non era abituato ad ascoltare un pianista esibirsi da solo in quanto allora erano in voga le Accademie, che contemplavano musica da camera, pianoforte, cantanti. Rimase dunque sorpreso, quasi contrariato dal fatto di dover pagare un biglietto per sentire solo un pianista. Alla fine del concerto però si accorse che questo aveva nelle proprie mani i cantanti e l'intera orchestra, si rese conto di come questo strumento fosse in grado di restituire le emozioni di tanti strumenti e voci. Con un bel volo pindarico passiamo a David Bowie, suonato ancora sul pianoforte storico presente in sala. Per inciso, si tratta di uno strumento che ancora oggi, se ben tenuto, ha una grande validità, anche nella possibilità d'improvvisare, a livello di dinamica, tempi e agogica. Magari non ha la precisione meccanica che oggi può avere un Fazioli (sarebbe ingiusto pretenderlo), che da questo punto di vista è imbattibile. L'eroismo declinato attraverso le tre canzoni di Bowie è molto differente da quello esternato negli altri brani del CD, qui in qualche modo si ritorna al concetto schumanniano dell'eroe/antieroe. In Space Oddity si racconta la missione spaziale dell'astronauta Major Tom, che, dopo il lancio nello spazio esce dalla capsula per fluttuare nello spazio.

Capita poi che per un guasto tecnico s'interrompono le comunicazioni con lui, che rimane alla deriva nel cosmo, rassegnato a una fine solitaria mentre osserva la Terra da lontano. Life on Mars? Narra invece la vicenda di una ragazza che guarda annoiata un film, rendendosi conto di quanto il mezzo televisivo con la sua continua spettacolarizzazione la porti verso uno stato di alienazione. Sogna allora una nuova autenticità in un altro pianeta che non sia la Terra. In Heroes, infine, c'è il vero leitmotiv dell'album, è la storia d'amore di una coppia che si baciava vicino al Muro di Berlino. Fu scritta con Brian Eno durante il periodo berlinese di Bowie, simbolo di due amanti che cercano di superare le difficoltà, diventando eroi solo per un giorno in una contingenza a loro ostile. Maurizio Baglini è partito dalle edizioni originali, dove Bowie aveva autorizzato le pubblicazioni per voce, pianoforte ed eventuali chitarra e batteria, con eventuali variazioni assimilabili agli "ossia" di Liszt. Non possono essere delle vere cover innanzitutto perché manca il canto e poi perché manca il fattore polistrumentale, non viene tuttavia sacrificata alcuna nota. Non nemmeno essere ritenute delle trascrizioni, assente inoltre la componente scenografica, teatrale e coreografica, poiché sappiamo che Bowie ballava nel corso dell'esecuzione. Baglini si è trovato di fronte al problema di mettere tutto sotto le dieci dita, partendo da un materiale abbastanza minimalista rispetto agli altri brani del CD,  o perlomeno scarso se valutato in termini quantitativi.



La difficoltà vera sta nel ricavarne la bellezza. Lo stesso pianista ha voluto effettuare un test cui ha sottoposto dei colleghi che dicono di non ascoltare la musica pop, e nel suo ambito ce n'è una marea. Ebbene, non c'è stato uno solo che non riconoscesse queste canzoni, segno che nell'immaginario collettivo questi erano fortemente presenti. Questo è un dato di fatto imprescindibile del quale non si può non tenere conto. Space Oddity parte con una modalità dorica, pensiamo alla Toccata e fuga "Dorica" di J.S. Bach. Una curiosità: Maurizio Baglini ha saputo da un aspirante collezionista d'arte che aveva partecipato a un'asta, poi rinunciatario perché le cifre erano astronomiche, che nella collezione privata di Bowie c'erano dei quadri di Picasso, Kandinskij. Di queste canzoni ricordiamo il testo, ma anche dell'opera lirica, dove si pensa alla trama e al testo contenuto nel libretto. Per gli strumentisti, in particolare i pianisti, si pone il problema del canto applicato al pianoforte, cioè di trasformare in strumento cantabile uno a percussione. Queste canzoni (due hanno più di cinquant'anni) gli hanno aperto davvero un mondo, ponendogli il problema di rendere credibile la sua particolare rilettura. Per ragioni di contratto Brian Eno, che figura come coautore in Heroes, ha voluto ascoltare tutti i demo registrati, ha voluto le parti sulle quali Baglini aveva studiato per capire se le avesse fatte bene o male.



È stata un'esperienza decisamente gratificante, soprattutto perché Eno gli aveva risposto con l'autorizzazione a pubblicare, facendo un encomio sul risultato e sulla diversità timbrica che aveva conseguito, da pianista che suona in acustico, privo quindi del sostegno di artifizi elettronici. Ha semplicemente cercato di riportare queste "song" al suo punto di vista. In Heroes c'è la ricerca di un'isocronia, una pulsazione ritmica sulla quale si muove una piccola melodia. Un qualcosa di simile quando si suona Scarlatti al pianoforte. Tentativi del genere da parte di altri musicisti non mancano, il pianista Giuseppe Andaloro con le canzoni dei Queen, Carlo Guaitoli con Franco Battiato. Si può fare, basta avere il coraggio di restare nel proprio ambito di competenze, cosa che lui ha fatto. Non ne parla mai nessuno ma è un lavoro impegnativo, che costa molta fatica, lo sa per certo poiché un suo dotatissimo allievo gli ha mandato dei lavori da visionare. Molti non si rendono conto di cosa significhi campionare una sonorità o agire su una microsuddivisione ritmica che poi il batterista dovrà affrontare. Un vero grande batterista pop non ha un virtuosismo inferiore ai percussionisti che eseguono la Sonata di Bartòk per due pianoforti e percussioni. Baglini ha cercato in buona sostanza di conciliare in uno stesso disco il genere classico con il pop e, a giudicare dai clic, l'operazione ha avuto successo.



Nel 2026 cadono i dieci anni dalla morte di David Bowie, scomparso in quello che potremmo considerare un "annus horribilis" per il mondo del pop e rock perché mancarono Leonard Cohen, Prince e George Michael. Il bellissimo evento si chiude con l'esecuzione di una travolgente Polacca Op. 53 "Eroica" di Chopin. Come nel caso di Beethoven, l'appellativo di "eroica" fu dato dagli editori e non dall'autore, ma non si può negare che questa componente sia ben presente, venata di nostalgia nel caso di Chopin, che soffrì molto per la lontananza della sua Polonia, lui che appena ventenne visse con grande pathos la rivoluzione polacca. Nelle note di copertina del CD "Heroica", stilate dallo stesso pianista, si racconta di questa polacca che Chopin spesso si lamentava per il fatto che venisse eseguita troppo velocemente, in maniera ginnica, rapida, dunque senza quella tenuta ritmica che rappresentava il suo "ethos" più autentico, che era si eroico, ma al contempo nostalgico. Adolf von Henselt affermò che il compositore suonandola avesse realizzato il maggiore effetto di crescendo nella parte centrale, senza mai oltrepassare il mezzoforte, partendo quindi in pianissimo. Ognuno ha potuto riconoscere in Maurizio Baglini l'acclamato interprete di sempre, convinto assertore delle sue scelte sovente anticonformiste e tuttavia rigorose nel seguire una strada tracciata dalla sua sensibilità e particolare visione della musica.

In questo contesto spiccano le sue capacità tecniche, di gestire dinamiche estreme, mai mediate o ammorbidite, la forza con cui sa artigliare il tasto per conseguire un effetto altamente drammatico, il sublime intimismo in cui cala le atmosfere più riflessive e cantabili, la superba differenziazione del "voicing". Un artista di cui ammiriamo senza riserve le capacità sullo strumento, la sua profonda onestà intellettuale, ma anche l'attività che da molti anni esercita in nome dell'espansione della musica nella società




BRANI SUONATI

- Robert Schumann: Arabeske Op. 18
- Franz Liszt: Ouverture de l'opéra Guillaume Tell de Rossini S. 552
- David Bowie. Space Oddity - Life on Mars? - Heroes
- Fryderyk Chopin: Polonaise Héroïque Op. 53




Alfredo Di Pietro

Marzo 2026


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