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Wednesday, June 17, 2026 ..:: Maurizio Baglini ::..   Login
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 Maurizio Baglini. Eccellenza pianistica italiana. Minimize


 

Maurizio Baglini è quanto mai lontano da quel cliché che vuole il concertista di rango serioso e ingessato nel suo ruolo. Se non sapeste chi in realtà è, avreste ottime probabilità di scambiarlo per il ragazzo della porta accanto, quello che vi saluta sorridendo se v'incontra sul ballatoio o per le scale. Alla fine dei conti, non esiste alcun motivo per cui un pianista di fama internazionale non debba essere anche una persona amichevole, cui madre natura ha donato un sorriso schietto che invita al dialogo rilassato più che a un atteggiamento di reverenza. Ma questa non è l'unica ragione che lo distingue da certa iconografia tradizionale, c'è in lui un senso d’insofferenza per le regole interpretative codificate che lo ha portato a una visione tutta particolare delle opere "vecchie", come le chiama lui, senza offesa. Nella sua indole coesistono con naturalezza gli elementi di un grande amore per la musica e la voglia di svecchiare le modalità di approccio ai capolavori del passato.

In un'era dominata dai rapporti multimediali può succedere di sapere dell'esistenza di un artista non leggendo una pagina di critica musicale ma vagabondando in una notte insonne su You Tube, per esempio, durante uno zapping che vuole essere una specie di conta delle pecore per riuscire a prendere sonno. Mi cospargo il capo di cenere e confesso la mia ignoranza: che ci crediate o no, a me è capitato di conoscerlo proprio così, imbattendomi nel corso di una delle mie tante notti insonni in un video dove il giovane pianista pisano suonava la Sonata in Do maggiore L 324 di Domenico Scarlatti. Lo zapping si è fermato dopo aver ascoltato le prime note, la mia mano ha abbandonato il mouse e ho proseguito incantato sino alla fine del brano, quasi sbigottito nel vedere con che piglio quest’artista a me prima sconosciuto affrontasse la pagina scarlattiana, una maniera spontanea, personalissima, che teneva bene a distanza l'atteggiamento accademico in favore di una lettura fresca e vivacissima, felina direi. Grazie a un formidabile gioco di agilità disegnava ricami di grande scioltezza, poco metronomici, quasi un gioco di note che s'inseguivano in un clima di grande libertà agogico/espressiva.

Nei giorni a seguire ho ascoltato voracemente tutti i suoi album, uno dopo l'altro, con crescente interesse. Come non rimanere conquistati da un Carnaval di Robert Schumann che entra nel cuore perché rivelato sin nei più reconditi passaggi. Emerge un pianismo mobilissimo, dinamico, flessuoso ed elegante, del tutto privo di meccanicità, senza ombra di dubbio uno dei suoi atout. Sempre millimetricamente in equilibrio tra una sensibilità "femminea", duttile, e la violenza con cui vengono affrontati certi salti dinamici, certi accordi che si abbattono come un maglio sull'ascoltatore. Un'indole pianistica di prima grandezza che ammalia in "Busoni: Transcriptions for Piano", nel gioco sottile degli accenti, piccole esplosioni di note che diventano bellissimi fiori nell'atto di sbocciare. Baglini scompone il ritmo sino a renderlo quasi immateriale, sciogliendolo nell'assorta pensosità della Toccata, adagio e fuga in Do maggiore BWV 564. C'insegna, ligio alla lezione mozartiana, che anche le cose più sublimi possono essere espresse con leggerezza. Un mirabile coacervo d’intuizioni timbriche riporta ad atmosfere profondissime, eppure di grande semplicità, nei 18 Corali BWV 651-668, il maestro qui diventa sacrale, mi prende per mano invitandomi a rivisitare la mia vita, quella che è stata, quello che è e anche quello che sarà. Ascolto d'infilata tutte le sedici tracce del CD "Scarlatti: In tempo di danza" e rientro in possesso della luce che mi apparve quella notte, qui è l'agilità luciferina del fraseggio, lo scatto dell'atleta che agevola il processo di destrutturazione ritmica, risintetizzata poi secondo una visione che ci porta a un passo dalla fantasia, dalla voglia di gioco, dal solare divertimento. Nell'estatico procedere della sonata K 439/L 47 di Mozart mi chiedo cosa sarebbe di questa grande bellezza se l'interprete fosse stato più approssimativo, nella tecnica, nel dosaggio dell'agogica e nel peso conferito a ogni nota.

Mai un accento, un respiro fuori posto, tutto è curato nei minimi dettagli con una concentrazione degna di Glenn Gould, avviato verso un processo di perfezione dove anche la sfumatura più sotterranea vive di luce propria. Ricompone un'intensità espressiva di grande spessore con precisione chirurgica, lo fa dosando tempi e dinamica in un totale che è più della somma delle singole note, un flusso caldo che affascina e fa sognare. Quando serve, l'incedere diviene funambolico, come passeggiare sopra una corda sospesa su un abisso dove basterebbe un minimo errore di equilibrio per precipitare. Maurizio Baglini è riuscito a farmi piacere anche Franz Liszt, un autore per cui non sono mai andato pazzo. Interpretare la colossale Sinfonia N° 9 di L.V. Beethoven nella sua trascrizione dev'essere impresa da far tremare le vene ai polsi al più consumato dei concertisti, ma lui affronta la complessa partitura con apparente nonchalance, con un fiato e una resistenza da vero maratoneta. Gli stessi che gli consentono di affrontare i pirotecnici 12 Etudes d'exécution transcendante senza colpo ferire. Entriamo direttamente nel salotto di casa Liszt per ascoltare delle composizioni forse troppo spesso usate da virtuosi un po' esibizionisti per dimostrare al pubblico di cosa fossero capaci le loro dita. Le volute di equilibrismo spericolato ci sono, ma non solo quelle, Baglini nobilità il vortice virtuosistico ornandolo di una musicalità al di sopra di ogni sospetto, così il complesso fraseggio lisztiano assume nuova dignità, a ricordarci che stiamo ascoltando delle composizioni partorite dal creatore della musica a programma. Innesca il "detonatore" degli studi Op. 10 e 25 di Fryderyk Chopin su uno strumento d'epoca, dove il suono sembra provenire da un altro mondo e somiglia a un forbitissimo carillon un po' insordito negli armonici, ma dal fascino intonso. Con la compagna della sua vita, la violoncellista Silvia Chiesa, forma un duo di grande complicità nella Sonata per violoncello e pianoforte in mi minore Op. 38 di Johannes Brahms, l'ascoltatore è avvolto nel "gurgite vasto" di ampie e materiche volute musicali, pensose, dall'adamantina scolpitura architettonica. Le complesse linee dialettiche sono sorrette sempre da nettezza e pulizia, da una tensione emotiva che tiene al riparo da eventuali cali di attenzione. L'ambiente è quello crepuscolare del tramonto, i colori intensi e pastosi, la sostanza quella di un'escursione nei meandri della nostalgia tutta brahmsiana di un paradiso perduto, di un tempo che vieppiù si allontana dai fasti del romanticismo e destinato a lasciare inesorabilmente il passo alla temperie dell'angoscia moderna.

Ma chi è Maurizio Baglini? E' tra i musicisti più brillanti e apprezzati sulla scena internazionale, con al suo attivo un’intensa carriera in Europa, America e Asia: oltre milleduecento concerti come solista e mille di musica da camera. Nato a Pisa nel 1975 e vincitore a 24 anni del “World Music Piano Master” di Montecarlo, da allora è ospite dei più prestigiosi festival (tra cui La Roque d’Anthéron, Loeckenhaus, Yokohama Piano Festival, Australian Chamber Music Festival, “Benedetti Michelangeli” di Bergamo e Brescia, Rossini Opera Festival), spesso invitato come solista e in formazioni di musica da camera dalle maggiori istituzioni internazionali, tra cui Salle Gaveau di Parigi, Kennedy Center di Washington, Auditorium del Louvre, Gasteig di Monaco di Baviera. Collabora con direttori quali Emanuel Krivine, Maximiano Valdes, Donato Renzetti, Antonello Allemandi, Massimiliano Caldi, Howard Griffiths, Karl Martin, Seikyo Kim, Giampaolo Bisanti, Ola Rudner. Dal 2005 suona stabilmente anche in duo con la violoncellista Silvia Chiesa. Tra gli impegni più recenti si segnalano: nel 2013, il récital alla Victoria Hall di Ginevra e il concerto con orchestra sul palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna, nel 2014 due récital al Festival dei 2 Mondi di Spoleto e la prima esecuzione italiana del ciclo integrale Des Heures Persanes di Charles Koechlin alla Sagra Malatestiana di Rimini.

Dal 2008 promuove il progetto “Inno alla gioia”, che lo porta a eseguire in tutto il mondo la “Nona Sinfonia” di Beethoven nella trascendentale trascrizione per pianoforte di Liszt (sia nella versione solistica, sia in quella con il coro e le voci soliste). Il debutto è al Musée d’Orsay a Parigi, con il Coro di Radio France, in diretta su France Musique, mentre in Italia il progetto approda per la prima volta al Teatro Ponchielli di Cremona e, dopo oltre cinquanta tappe (tra cui Monaco, Tel Aviv, Rio de Janeiro e Beirut), il 28 novembre 2012 è applaudito al Conservatorio di Milano per la Società dei Concerti. Dal 2012, insieme con l’artista multimediale Giuseppe Andrea L’Abbate, porta avanti anche il progetto “Web Piano”, che abbina l’interpretazione dal vivo di grandi capolavori pianistici, come il Carnevale di Vienna di Schumann o Images di Debussy, a una narrazione visiva originale e di grande impatto, proiettata su grande schermo. Tra le applaudite tappe della performance: il festival La Roque d’Anthéron e il Teatro Comunale di Carpi.

Il suo vasto repertorio spazia da Byrd alla musica contemporanea, con riferimenti importanti a Chopin, Liszt e Schumann. Intenso l’impegno sul fronte discografico che include fra l’altro due versioni dei 27 Studi di Chopin (eseguiti sia su strumenti originali, sia su pianoforte moderno) e l’integrale delle trascrizioni di Busoni da Bach (Tudor). Da segnalare inoltre il DVD con il Concerto N° 1 di Chopin accompagnato dalla New Japan Philharmonic Orchestra e i CD con l’integrale dell’opera pianistica di Rolf Urs Ringger (con cinque prime assolute) e la Nona Sinfonia di Beethoven nella trascrizione per pianoforte solo di Liszt (Decca). L’autorevole rivista statunitense American Record Guide sceglie come migliore interpretazione su disco degli Studi di Chopin il suo CD registrato per Phoenix/Suonare Records.

I suoi CD più recenti sono pubblicati in esclusiva da Decca/Universal. Dopo gli Studi Trascendentali di Liszt del 2010, nel 2011 registra Rêves, con i capolavori per pianoforte solo di Liszt, che riceve il prestigioso riconoscimento “Année Liszt en France” dal comitato ufficiale per le celebrazioni dell’anno lisztiano. Nel 2011 incide, in duo con Silvia Chiesa, Cello Sonatas, con le Sonate per violoncello e pianoforte di Brahms e l’“Arpeggione” di Schubert. Gli album raccolgono ampi consensi dalla critica (Repubblica, Manifesto, Milano Finanza, Rai Radio3, Amadeus, Classic Voice, Giornale della Musica, Musica, Suonare News, American Record Guide, RSI). Insieme ai colleghi Lang Lang, Ramin Bahrami e Stefano Bollani è inoltre tra i protagonisti della compilation “Classica 2011” prodotta da Deutsche Grammophon. A novembre 2012 pubblica l’album Carnaval con alcuni capolavori per pianoforte solo di Schumann (Carnaval Op. 9, Variazioni Abegg Op. 1, Papillons Op. 2 e Carnevale di Vienna Op. 26) e a inizio 2014 Domenico Scarlatti: in tempo di danza, entrambi hanno ottenuto ottime recensioni sulla stampa nazionale e internazionale (Repubblica, Libero, Gazzetta di Parma, Oggi, Chi, D-Repubblica, Classic Voice, Classica, Musica, Amadeus, American Record Guide, Klassik.com).

Dal 2004 Baglini è direttore artistico dell’Amiata Piano Festival che si tiene ogni estate in Toscana (ha ospitato, tra gli altri, Andrea Lucchesini, Ramin Bahrami, Mario Brunello, Salvatore Accardo, Massimo Quarta, Danilo Rea e Sir Peter Maxwell Davies). Dal 2011 al 2013 ha curato la direzione artistica del progetto di lezioni-concerto presso Palazzo Reale a Pisa e il festival da camera francese “Les musiques de Montcaud”. Da marzo 2013 è consulente artistico per la danza e per la musica del Teatro Comunale “Verdi” di Pordenone.
E’ noto anche il suo amore per lo sport. Dopo aver partecipato alle maratone di Parigi, Pisa, Vienna e Berlino, si sta allenando per quella di New York 2014. Insieme allo chef Joe Bastianich e al deejay Linus, è tra gli illustri appassionati di podismo intervistati nel libro "Il papa non corre" di Irene Righetti (edizioni La Carmelina). Maurizio Baglini suona un grancoda Fazioli.


GIOVEDI 19 NOVEMBRE: PRESENTAZIONE DEL NUOVO DOPPIO CD "MUSSORGSKY - PICTURES AT AN EXHIBITION AND OTHER PIANO WORKS"

 



La presentazione della nuova fatica discografica di Maurizio Baglini ha avuto luogo alla Feltrinelli di Milano in una fredda ma limpida serata novembrina. Raggiungo il negozio con largo anticipo (oltre un'ora), cosa che mi consente di prendermela comoda, dare un'occhiata ai libri e CD esposti e sorbirmi un buon caffè espresso al bar presente all'interno. Prendo posto in prima fila, in posizione centrale, con la mia Panasonic Lumix FZ28 pronta a scattare tante foto e un piccolo ma affidabile Voice Recorder Sony dalla batteria ben carica. L'atmosfera è accogliente, dopo il freddo preso nella passeggiata tra la stazione "De Angeli" della metro linea rossa e la sede della Feltrinelli, mi accomodo ristorandomi al calduccio.
L'evento è stato pensato in forma di chiacchierata, con Silvia Corbetta in veste d'intervistatrice, reso emozionante da una serie di brani presenti nel doppio CD e suonati dal maestro su un pianoforte mezza coda.

Maurizio Baglini ha già inciso svariate registrazioni per la Decca; anche questo doppio CD, che contiene l'integrale della musica per pianoforte di Modest Petrovič Musorgskij, è stato pubblicato dalla prestigiosa etichetta britannica. Tra le ragioni di questo lavoro c'è la curiosità e la conseguente scoperta di tutto quello che è patrimonio dell'inusuale, dell'originale, del meno consueto messo al centro di un percorso artistico che va oltre la "mera" attività d'interprete, ma comprende anche quella di operatore culturale. I Quadri da un'esposizione sono una pietra miliare della letteratura pianistica, affrontarli richiede molto coraggio e la presa in carico di qualche eventuale rischio. Interpretandoli ci si mette a confronto diretto con veri e propri miti della storia dell'interpretazione come Richter, Horowitz, Maria Yudina, Sofronickij, per arrivare a Lazar' Berman, che è stato uno dei suoi maestri, e Pogorelich nella famosa registrazione della Deutsche Grammophone. Ci sono quindi già registrazioni storicamente riconosciute e il filone editorialmente sposato da diversi anni con Decca accoglie titoli di grande repertorio già apparsi nella lettura di grandi pianisti. Ecco che i rischi di cui si parlava diventano tangibili, in questo caso più suoi perché non può sottrarsi al confronto con dei grandi interpreti. Tuttavia anche la casa discografica non può scampare al grande azzardo che consiste nelle modalità di completamento di un'operazione del genere, quella cioè di offrire oltre due ore di musica con tutte le composizioni pianistiche del compositore russo. In realtà i Quadri da un'esposizione sono presenti nel repertorio di Baglini da dieci, quindici anni, ma quella presentata oggi è sicuramente una lettura molto speciale.

Si può essere portati a pensare che la parte del leone la facciano gli arcinoti Quadri, però accanto a essi troviamo diversi piccoli pezzi di grande interesse, alcuni molto difficili, altri di carattere salottiero, alcuni destinati anche ai bambini. Si tratta di brani scritti da un genio che per tutta la vita ha cercato di non abbandonare il pianoforte, da grande e precocissimo pianista qual era. Musorgskij ha praticato nella sua vita tanti mestieri però, come tanti eccezionali talenti, voleva fortemente essere riconosciuto in quello che gli era più congeniale: il musicista. Pur essendo dotato di genio ha però un po' fallito in tanti progetti. Enfant Prodige come pianista, ha voluto cimentarsi nell'orchestrazione ma in seguito è dovuto arrivare Ravel che, con la sua splendida versione orchestrale dei quadri, ha fatto meglio di lui. Era un uomo divorato dalla depressione, finito alcolizzato e morto a soli 42 anni, purtroppo per lui ma bene per noi perché ci ha lasciato opere di grande profondità in una dimensione artistica notevole. La rivisitazione della produzione pianistica di Modest Musorgskij da parte di Maurizio Baglini assume anche la valenza di un'operazione culturale, di ricerca che va oltre i Quadri stessi, tanto è vero che composizioni come "La capricieuse" non hanno traccia nella discografia. La sonata a quattro mani registrata con Roberto Prosseda aveva solo un'incisione disponibile, su mercati anche improbabili. Alla luce di queste considerazioni la presentazione odierna assume il valore di "scoperta", oggi più che mai è necessario procedere in questa direzione, riportando alla luce quello che non si conosce per ri-inculcare il concetto di curiosità nel pubblico.

Quella che viene suonata è musica "vecchia" (il virgolettato è d'obbligo affinché il termine non provochi alcun soprassalto di sdegno in chi legge...). Il doppio CD oggi presentato contiene brani che hanno circa 150 anni di vita media, un materiale che bisogna essere in grado di riattualizzare. Diventa quasi un dovere morale dell'interprete fare da traduttore per rimettere in causa queste opere, si può così scoprire con molto piacere che i pezzi più rari sono considerati quasi più accattivanti dei celeberrimi "Quadri". L'interpretazione del maestro pisano però è così anticonformista da far sembrare inedite anche queste notissime pagine. Oggi l'interprete deve essere anche imprenditore di se stesso e dell'arte, realizzare un'integrale come questa è comunque un'impresa, anche se di proporzioni inferiori rispetto a quella chopiniana per esempio, che richiede non due ma ben quattordici CD. Intanto è stato difficilissimo trovare delle edizioni autentiche che contenessero tutto questo materiale. "Una lacrima" è il primo pezzo "extra Quadri" scoperto dal pianista pisano, rinvenuto in un'antica biblioteca di famiglia, la partitura era ormai ridotta in mille pezzi, imperfetta, mancante di una parte e contenente delle armonie sbagliate. Il solo rastrellare edizioni attendibili ha richiesto un faticoso lavoro di ricerca, ma è risultato allo stesso tempo tanto appassionante nell'atto di restituire vita e splendore a delle autentiche perle musicali. I frutti non si sono fatti attendere: si sente nell'interpretazione di queste pagine, dei deliziosi microcosmi, la gioia di aver riportato alla luce quello che era sepolto nella polvere. Un punto fondamentale che deve costantemente sollecitare l'interprete sta nel suscitare curiosità in chi ascolta, è una sorta di valore aggiunto alla registrazione. Non è cosa facile la messa in opera del repertorio, occorre un processo di maturazione, piano piano devi rodare i brani, suonarli con l'orecchio attento all'efficacia del loro "funzionamento". C'è quindi un importante lavoro di messa a punto, di completamento dell'integrale e adesso ci sarà il lavoro di diffusione.

In brani come "Une larme" (Una lacrima) esiste una semplicità di fondo nelle armonie che fa capire come questo compositore non abbia fatto distinzione temporale da quando era bambino alle grandi evoluzioni dell'età matura, dove è tornato a concepire cose di questo tipo. In lui c'è stata la volontà di appropriarsi della cosiddetta scuola nazionale, portata avanti dal gruppo dei cinque (Balakirev, Cui, Borodin, Musorgskij e Rimskij-Korsakov), un'idea sostanziata in un progetto d'identificazione con la propria lingua. Da ciò scaturisce un'altra "gatta da pelare" a carico dell'interprete: capire in che lingua Musorgskij scriveva i titoli originali. In essi troviamo molto cirillico (anche se l'idioma colto del tempo era il francese), molto inglese, conseguente al tentativo di americanizzazione. I Quadri risaltano come la "summa" di una visione architettonica sconvolgente e totalmente nuova, basata su episodi descrittivi di situazioni folcloristiche o geografiche, c'è tanta ucraina nella descrizione musicale delle coste della Crimea. La grande porta di Kiev vive come entità ideale, non essendo mai stata costruita si manifesta più che altro come un sogno, un'utopia. A chi si domanda se un artista italiano possa far proprio un repertorio così profondamente russo, il maestro risponde che la musica, più di ogni altra forma d'arte, ha il privilegio di non dover soffrire di confini territoriali e linguistici. I grandi cantanti non necessariamente parlano tutte le lingue in cui cantano, ma non per questo viene sminuita la loro capacità di suscitare emozioni. Lo stesso vale per il pianista.

Silvia Corbetta invita il maestro a un parallelo tra i Quadri e il Carnaval schumaniano, composizioni che hanno certamente dei punti in comune per durata e concezione. I Quadri appaiono come un'evoluzione di quello che Robert Schumann aveva impostato con la forma del "polittico": molti piccoli pezzi legati da un filo conduttore tematico. Ci sono però delle sensibili differenze tra i due capolavori. Nei Quadri è presente un forte elemento trasfigurativo, individuabile anche nel carattere asimmetrico della promenade; se vogliamo davvero rendere il senso del gironzolare dobbiamo pensare che in quest'atto non si va metronomicamente a tempo ma ci si ferma, si parla, si spezza il ritmo spesso e volentieri. Quindi un'idea di movimento “random”. Nel Carnaval invece possiamo intravedere un concetto di satira sociale della vita. Senza dubbio l'obiettivo di descrivere delle immagini con la musica conduce a un'evoluzione della forma della Suite, che appare ben diversa dalla visione barocca di un susseguirsi di danze. Qui al posto delle gavotte, allemande, furlane e minuetti ci sono i disegni del pittore e architetto Viktor Hartmann, amico di Musorgskij. Si tratta d’immagini che però richiamano l'idea del movimento nell'esistenza dell'uomo, cosa per Schumann ancora prematura, considerato che lui compone un lavoro sontuoso ma forse un po' meno avveniristico di quello del compositore russo. In realtà un lasso temporale di quarant'anni separa le due composizioni e nel frattempo sono successe tante cose. In Musorgskij possiamo riconoscere non un patriottismo puro, fine a se stesso, ma piuttosto l'identificazione di un'individualità poetica. Ciò non toglie che i punti di contatto contingenti con il Carnaval siano molti e vadano nel senso della costruzione di un'idea, quasi l'anticipazione di una logica espressionista. Alla prima Promenade e Gnomus, questa creatura spaventosa vista come il male oscuro che sta dentro di noi, segue la seconda passeggiata, in cui appuriamo come uno stesso tema, composto d'identici intervalli e medesima forma, rievochi atmosfere completamente diverse: la prima è una passeggiata affermativa, la seconda riflessiva. In Schumann questo non c'è, essendo i suoi quadri più definiti e indipendenti tra loro.

Ci sono di fatto tre o quattro Quadri veramente difficili, virtuosisticamente parlando, rispetto a quelle che sono le produzioni abituali del maestro come la nona di Beethoven trascritta da Liszt e gli studi trascendentali. Gli stessi studi di Paganini sono molto più faticosi, nei Quadri però la difficoltà è di tipo cerebrale e sta nel dover mantenere una tensione palpabile nel viaggio che porta alla chiusura del sipario sulla vita, come avviene nella grande porta di Kiev. Molti interpreti seguono una tradizione, un'abitudine anziché ripartire da un testo codificato cercando di riattualizzarlo. Spesso c'è il tentativo di sottolineare gli aspetti di potenza, come se qualcosa di russo dovesse essere necessariamente pedante e/o pesante. L'incipit della prima Promenade reca nell'indicazione: "Nel modo russico, senza allegrezza", è difficile per un non russo sapere cosa sia il modo russico, ci sono però nella composizione tantissime tinte lievi, come i "piano", "mezzopiano", "pianissimo" e addirittura "più che pianissimo" che aiutano l'interprete. Il saper graduare le intensità crea uno stato di tensione emotiva che poi esplode nell'apoteosi finale della grande porta di Kiev. Non bisogna fare l'errore di dimenticare che la prima stesura dei Quadri è quella per pianoforte. Possiamo ragionevolmente ritenere il confronto con le versioni orchestrali, prima di Rimskij-Korsakov poi di Ravel, che hanno soppiantato tutti i tentativi del compositore stesso, alla stregua di stupende rielaborazioni che sfociano in una trasfigurazione timbrica, hanno valenza d’imitazione poiché il pianoforte è monotimbrico rispetto a una compagine orchestrale. Il pianista non deve cedere alla tentazione di imitare l'orchestra entrando in competizione con essa. Il primo che ha ripristinato la versione originale è stato Sviatoslav Richter alla fine degli anni '50, Vladimir Horowitz invece cambia, armonizza, aggiunge, spinto dalla volontà di gareggiare con la versione orchestrale di Ravel. Si pone quindi il reale problema culturale di una composizione a carattere orchestrale scritta da un pianista in maniera antipianistica. Nella partitura molti diteggi, posizioni, sono davvero scomode, improbabili, tanto che l'esecutore è costretto a prendere qualche rischio in più. A confronto Liszt, per esempio, scrive cose molto difficili ma tutte adatte per il pianoforte.
Gli ultimi brani dei Quadri che il maestro ci regala sono Catacombe (Sepolcro romano), Baba-Yaga e La grande porta di Kiev, apoteosi finale di questa straordinaria opera di fine '800.


CON LO SGUARDO RIVOLTO VERSO UNA NUOVA CULTURA



Maurizio Baglini, nella sua opera di riattualizzazione di eminenti composizioni del passato, si tiene lontano da compartimenti stagni che tendono a isolare l'atto concertistico in se stesso, sicché non esclude alcuna osmosi fra differenti forme artistiche. E' stimolato dall'operazione di tradurre la musica in immagini, anche tridimensionali, approfittando dell'odierna tecnologia grafica computerizzata. Partendo dal presupposto che la musica è un linguaggio assoluto e autosufficiente, non respinge contaminazioni con altre forme d'arte e una di queste è proprio la grafica multimediale. E' difficile aderire al concetto di arte totale per un pianista che suona musica composta da altri, ma i concertisti oggi vivono l'esigenza di allargare il bacino di pubblico. Con l'audacia che lo contraddistingue, il maestro è partito da un esperimento che prevedeva la confluenza della musica con proiezioni multimediali, ciò è stato possibile grazie alla collaborazione con il suo amico grafico Giuseppe Andrea L'Abbate. Il tentativo è stato prima lanciato sul web e poi dal vivo, proiettando in tempo reale immagini in movimento che non erano una sorta di cinema muto. Lui suonava al pianoforte la sua interpretazione del momento, come in qualsiasi concerto, e il grafico, avendo costruito prima degli algoritmi che davano vita a queste immagini, organizzava una regia a completamento della musica. Una simile operazione è stata compiuta in Francia, riscuotendo molto successo. La cosa più importante è stata l'aver portato tantissimi neofiti ad avvicinarsi alla musica. Con visibile soddisfazione il maestro ricorda che a Pisa tutta la facoltà d'informatica arrivò in delegazione e alcuni ragazzi dissero di essersi molto divertiti alla rappresentazione, segno che la via intrapresa di attenzione verso le contaminazioni con altre forme d'arte e tecnologia ha dato buoni frutti. In quest'operazione è tuttavia opportuno tenersi alla larga da velleitaristiche improvvisazioni, il concetto di competenza e sapienza deve essere rispettato al fine di proporre qualcosa di valido: in buona sostanza, il multimediale deve farlo un grafico che sa d'informatica e così bisogna affidare ogni tassello del mosaico finale a chi ha competenza per farlo.

I Quadri da un'esposizione hanno suscitato sempre grande curiosità anche al di fuori degli ambienti accademici, ne esiste pure una versione in salsa rock degli Emerson Lake & Palmer. Proprio in nome dell'ubbidienza a quel concetto di cognizione di causa di cui si parlava, il maestro si è avvicinato a questo capolavoro non avventurandosi oltre le sue personali conoscenze, non c'è stato alcun tentativo da parte sua di sconfinare in cose di cui non era in grado di occuparsi. Legittimo è il suo sforzo e altrettanto lecito è da parte del pubblico accettarlo o rifiutarlo, è un rischio che va comunque preso per allargare una partecipazione di pubblico finalizzata alla presa di contatto con la musica "vecchia". Una proposta innovativa che tuttavia non sempre vede ben disposti gli organizzatori, spesso fortemente ancorati ai concerti tradizionalmente intesi. Resta il fatto che la musica arriva emotivamente dove l'immagine o le parole non riescono. Maurizio Baglini si siede al pianoforte e fa ascoltare al pubblico quello che nei Quadri rivisitati dal grafico multimediale è Bydlo, segue una meditativa passeggiata di transizione e il Balletto dei pulcini nei loro gusci. L'incedere lento e pesante della musica pennella l'andamento del carro dei contadini polacchi che, trasfigurato, può diventare un mesto carro di deportazione. Nel gioco dell'allegoria il Balletto dei pulcini può diventare la voglia di "soprammobile", come nelle Tuileries è l'aspetto ludico di bambini che giocano e litigano a governare la scena. Sotto i riflettori scorre una musica potentemente evocatrice, la quale non fatica ad assumere un significato universale, simbolo di un'umanità viva e vitale in un grandioso affresco che va ben oltre l'intenzione meramente descrittiva. Talvolta affiora il preconcetto che questa sia musica "difficile". Troppo spesso i musicisti si sono posti nei confronti dell'ascoltatore esigendo da lui una competenza specifica, come se un pianista dovesse suonare solo per gli addetti ai lavori. Certo, il dover oggi ricostruire l'importanza della musica di un Beethoven, che viene da taluni giovani considerata senza ritmo, implica una formazione culturale a monte intesa a spiegare la differenza tra ritmo e isocronia della batteria.

Il lavoro di direzione artistica svolto a Pordenone da Maurizio Baglini va in questa direzione, anche se lui lo considera un'attività "hobbystica", collaterale alla sua vera che è quella di un pianista giramondo. Orgogliosamente ha creato dieci anni fa un festival in Toscana che ha il "format" di un evento estivo, ha toccato con mano il frangente del mecenatismo di un privato che investe sulla cultura. Nella città friulana, dove è stato registrato questo album, c'è un bellissimo teatro, messo su con lo scopo di essere un contenitore da cui escludere la musica, un teatro dedicato a proiezioni cinematografiche e spettacoli di prosa. Il maestro si è personalmente impegnato ad andare nelle scuole non solo di musica, ma anche nei licei, nelle medie, per farsi portatore di uno stimolo: la scoperta di realtà musicali alternative. Nel momento in cui si chiede al giovane che ha un po' di attenzione per la musica classica di frequentare i concerti, è opportuno creare un contesto non "punitivo", dove è giusto chiedere di spegnere i cellulari ma non di stare impiccati sulla sedia per tutto il tempo. Su questa falsariga è stata portata la musica sacra in un teatro dove non si faceva musica, è stata messa a programma non solo la produzione del '900, ma anche del 2000, cercando di abbattere il tabù che la musica contemporanea sia difficile e non vende. Sono stati inseriti dei progetti a tema sullo specifico strumento del pianoforte, proprio per fare in modo che il genere sinfonico non fosse l'unica rappresentazione possibile, è stato dato spazio alla danza e all'età anagrafica giovane: l'età media degli artisti presenti nel palinsesto è di 31 anni, compresa la totalità delle orchestre e compagnie di danza. Rimane sempre lo scoglio per cui l'abbonato medio pensa che sia meglio ascoltare una brutta Pastorale di Beethoven piuttosto che una sinfonia di Bruckner, che per lui è già qualcosa di avveniristico. L'esecuzione di programmi d'avanguardia ha portato a un fenomeno di mediatizzazione a livello nazionale, ma molte persone si erano formate il pregiudizio che tale tipo di scelta avesse un sottofondo snobistico. In definitiva, l'obiettivo dell'operazione culturale intrapresa dal maestro Baglini risiede nel tentativo di tipicizzare, sforzarsi cioè di non omologare un'iniziativa a tantissime altre che già ci sono. Per questo rientra nei programmi anche la musica etnica, cinese, giapponese, la grammatica musicale indiana.


INTERVISTA A MAURIZIO BAGLINI



Alfredo Di Pietro: Maestro, sicuramente è una domanda che le avranno fatto tante volte: com'è nata in lei la passione per la musica e per questo meraviglioso strumento che è il pianoforte?

Maurizio Baglini: Nella mia famiglia, nonostante nessuno fosse musicista professionista, la musica colta ha sempre fatto parte del quotidiano intrattenimento. Decisi di volermi mettere al pianoforte spontaneamente, quindi. Fu amore a prima vista.

ADP: Dalla sua biografia risalta la figura di un artista di alto livello, che ha al suo attivo un’intensa attività concertistica in Europa, America e Asia. Non sono certamente pochi per una persona di nemmeno quarant'anni oltre milleduecento concerti come solista e mille in formazioni di musica da camera. Inoltre, so che è anche un atleta e recentemente ha corso la maratona di New York. Dove trova l'energia per condurre una vita così fitta d'impegni?

MB: La corsa appunto, un modo per scaricare le tensioni e offrire al mio fisico una sorta di ricarica permanente. Il difficile, invece, è trovare la costanza di studio fra un viaggio e l'altro, riuscire altresì a essere sempre ad altissimo livello con repertori che cambiano di continuo. Tuttavia, ammetto che questi ritmi elevati mi fanno sentire vivo e dinamico: dovessi vivere in maniera più "seduta", forse non potrei esprimere tutta la mia passione per la musica che riesco a esprimere invece con questo modus vivendi.

ADP: Molti critici hanno messo l'accento sul suo estro interpretativo. Si parla di un uso estremamente duttile dello strumento, di uno spietato controllo della dinamica e una grande maestria nel trattamento dell'agogica. Le sue interpretazioni vengono descritte come vive e robuste, a tratti sanguigne ma sempre improntate a una solida concezione architetturale dell'opera. Altri ancora dicono che Lei riesce a mantenere nitidezza e velocità anche nei pianissimo. Al di là di questi lusinghieri giudizi cosa vuole davvero trasmettere all'ascoltatore il pianista Maurizio Baglini?

MB: La mia prerogativa è la ricerca di una forte individualità. Da sempre, cerco di scoprire i luoghi più remoti, le culture antropologicamente appartenenti a minoranze, la voglia di andare contro l'omologazione. L'interprete, quindi, oggi più che mai, deve attualizzare musica scritta nel passato storico e deve cercare di renderla unica, quasi come se l'ascoltatore, poi, la potesse scoprire ogni volta che la riascolta. E' un'operazione complessa, poiché si rischia di contravvenire a un testo codificato dal compositore, ma l'originalità rimane a mio parere una dimensione interpretativa necessaria.

ADP: Qual è il suo rapporto con gli apparecchi riproduttivi ad alta fedeltà? Li ritiene un valido succedaneo a un concerto dal vivo oppure degli strumenti di modesta importanza che mai potranno competere con la musica suonata dal vivo?

MB: Credo che l'esecuzione live e l'ascolto in studio non siano da mettere in concorrenza: si tratta di due approcci decisamente diversi, a livello culturale e, addirittura, direi, sociologico. Sono un patito di alta fedeltà e ritengo che essa garantisca al futuro la memoria di un’interpretazione che viene fissata in disco. Tuttavia, ogni interprete lo si può apprezzare davvero in tutta la propria dimensione soltanto se lo si ascolta dal vivo.

ADP: Lei suona con un pianoforte grancoda Fazioli. Come mai ha scelto di "sposare" questo strumento? Esistono delle particolarità timbrico/meccaniche che glielo fanno preferire ad altri blasonati contendenti?

MB: Di Fazioli ammiro molto l'originalità, appunto: trovo ampi punti in comune fra il mio modo di suonare e la modalità costruttiva di Paolo Fazioli: non pretendo di affermare che sia uno strumento insostituibile, ma è oggigiorno l'unico che mi permette di plasmare il suono stereofonico sotto le mie dita in maniera sempre appagante. La dimensione unica di questo strumento, a livello qualitativo, data dalla costruzione della tavola armonica: Fazioli lavora come lavorano i grandi maestri di liuteria, non pensando mai al fatto che il pianoforte sia uno strumento a percussione. Il risultato è uno splendido strumento di legno vivo, che parla e risponde alle continue sollecitazioni dell'artista. Gli altri strumenti, anche i più eccelsi, si aspettano invece di essere suonati secondo una sorta di tradizione abitudinaria.

ADP: Mi piacciono molto le sue interpretazioni delle sonate di Domenico Scarlatti. Le confesso che il desiderio di conoscerla in modo più approfondito è scaturito proprio dall'ascolto della Sonata in do maggiore L 324, da lei magnificamente interpretata. L'ho trovata di una grande vitalità, con un controllo assoluto dell'espressione e ricca di quei guizzi felini che contraddistinguono la creatività del grande compositore napoletano. Una lettura così audace deriva dal suo istinto di uomo e musicista oppure è frutto di un meditato approccio a questa pagina?

MB: L'istinto dovrebbe sempre rimanere intatto, ma è ovvio che poi debba subentrare, soprattutto di fronte ad un progetto discografico, un atteggiamento di riflessione e ponderazione. Ripeto: mi preme coniugare coerenza e originalità, senza mai, possibilmente, sconfinare nella banale provocazione scandalistica.

ADP: Tra i suoi autori più frequentati vedo che c'è Franz Liszt, musicista che lei, dotato di eccellente tecnica, riesce a proporre con grande efficacia. In realtà si tratta di un artista che non ha ricevuto i riconoscimenti che forse meritava, non certo per il suo contributo all'evoluzione tecnica dello strumento, ma per il valore artistico attribuito da certa critica alle sue composizioni. Come vede questa "querelle", che forse il tempo ha aiutato a chiarire? Quali sono secondo lei i punti d'interesse più autentici di questa grande figura dell'800?

MB: In generale, chi critica Liszt lo fa per incompetenza o per invidia: verissimo il valore circense di alcuni brani, verissima la scarsa sostanza contenutistica di pezzi quali il Grand Galop Cromatique, ma non dobbiamo dimenticare che Liszt è l'ideatore della musica a Programma, del poema Sinfonico, della musica atonale (cito la Bagatella Senza tonalità). Credo quindi che Liszt esprima una dimensione avveniristica come pochi altri compositori siano o siano stati in grado di fare. Il fascino di Liszt è dato dalla sua immensa, direi insuperabile, cultura umanistica e storica, paragonabile a quella che nel Rinascimento appartenne al genio di Leonardo.

ADP: Maestro, desidera parlarci del suo ultimo disco: "Mussorgsky Pictures At An Exhibition And All Other Piano Works", lavoro che un mio amico critico musicale, ascoltandolo in anteprima, ha definito: "Lettura brillante, dinamica, esuberante, russica, barbarica a tratti, con alcune interessanti libertà nei tempi e nell'espressione. Incisione: pazzesca, sembrava che il pianoforte dovesse spaccarsi da un momento all'altro. Dinamica allo stato dell'arte"?

MB: I Quadri di Una Esposizione sono una vera e propria innovazione strutturale e drammaturgica nella letteratura musicale. Ho cercato di trasmetterne quindi tutta la potenza dinamica che, oltre alle tinte forti, esprime una larga quantità di tinte morbide, soffuse, quasi al limite dell’udibilità: cum mortuis in lingua mortua ne è un esempio lampante.

ADP: Nel 2008 ha promosso il progetto “Inno alla gioia”, che lo ha portato a eseguire in tutto il mondo la “Nona Sinfonia” di Beethoven nella trascendentale trascrizione per pianoforte di Liszt. Dal 2004 è direttore artistico dell’Amiata Piano Festival che si tiene ogni estate in Toscana. Quanto è importante per lei la collaborazione con altri artisti, intesa non solo come "suonare insieme" ma come confronto tra stili interpretativi che in questa devono trovare conciliazione?

MB: Il confronto con artisti e colleghi è fondamentale affinché il livello artistico possa sempre andare in evoluzione e non in involuzione. Anche il fatto di ricoprire il ruolo di operatore culturale fa sì che io possa capire meglio l'esigenza di comunicativa col pubblico. Amiata Piano Festival è una mia creazione: in dieci anni si è passati da concerti pseudo domestici alla costruzione di un vero e proprio auditorium reso possibile dalla presenza della Fondazione Bertarelli: un risultato insperato, in fondo!

ADP: Come vede l'odierna situazione della cultura musicale nel nostro paese? Si può fare qualcosa di più e di meglio per avvicinare i giovani alla "degustazione" dei tesori della musica cosiddetta classica?

MB: Io sono anche consulente artistico del Teatro di Pordenone, città molto viva dal punto di vista culturale: Pordenonelegge e Cinema Zero ne sono due esempi internazionalmente riconosciuti. Sto muovendomi per far sì che anche la musica raggiunga tale dimensione in loco: per far ciò la prima esigenza è quella del ricambio generazionale, ma soprattutto culturale e di gusto vero e proprio del pubblico. Gli incontri con i giovani, non necessariamente quelli già avviati a studi musicali, quindi una necessità imperativa: se la musica verrà gestita nuovamente dai musicisti e non da figure burocraticamente politicizzate, si potrà quindi assistere a un rinascimento generazionale del pubblico. Il processo è lungo faticoso ma altrettanto necessario.

ADP: Mi consenta un'ultima domanda maestro: c'è un qualcosa nella sua vita avrebbe voluto fare e che invece non è riuscito a portare a termine? Un sogno riposto in un cassetto di cui ha perso la chiave?

MB: Io sogno continuamente: ad oggi però ho tutto quello che posso desiderare. Non ho figli, ecco... una ragione in più per sviluppare progetti culturali che possano sopravvivere alla mia esistenza. Cito a tal proposito la mia attività con la splendida violoncellista Silvia Chiesa, mia compagna di vita: siamo privilegiati nel poter condividere musica e vita privata allo stesso livello, costruendo progetti sempre nuovi, sempre più ambiziosi.


Ringrazio il maestro Maurizio Baglini per l'intervista concessami!

Alfredo Di Pietro

Novembre 2014


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