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Sunday, September 20, 2026 ..:: Recital Sandro Ivo Bartoli - Milano ::..   Login
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 Recital Sandro Ivo Bartoli - Milano 16/09/2026 Minimize

SANDRO IVO BARTOLI
PIANISTA SINFONICO



PROGRAMMA

Franz Liszt (Raiding 1811 - Bayreuth 1886)

Preludio al Cantico di San Francesco d'Assisi S. 498c

Deux Légendes S. 175:
- St. François d'Assise. La prédication aux oiseaux
- St. François de Paule marchant sur les flots

5 canti popolari ungheresi S. 245
- Csak titokban akartalak szeretni (Volevo amarti solo in segreto)
- Jaj, beh szennyes az a maga kendője (Oh, com'è sporco il tuo fazzoletto)
- Beh szomorú ez az élet énnékem (Ah, come triste questa vita per me)
- Beh! sok falut, beh! sok várost bejártam (Ahimė! ho viaggiato per molti villaggi e molte città)
- Erdő, erdő, sűrű erdő árnyában (Nel bosco, nel bosco, all'ombra del bosco fitto)

Rapsodia ungherese N. 3 in si bemolle maggiore S. 244/3

Rapsodia ungherese N. 18 in fa diesis minore S. 244/18

Rapsodia ungherese N. 19 in re minore S. 244/19

Cantico di San Francesco S. 499

Luca Fialdini (Massa 1993)

Limina





Sono sempre più convinto che sia necessario strappare quel velo d'indolenza che c'impedisce di recarci a un recital pianistico, rimettendo in gioco quel sano desiderio di partecipare a un evento dal vivo. Una cosa sono le registrazioni, un'altra è un'esibizione che si svolge nel "qui e ora". Ogni interprete è un mondo nel quale entrare, una sorta di passe-partout che ci consente l'ingresso non solo nelle opere degli autori, ma nella sua stessa dimensione artistica. Una congiunzione, quella tra autore e strumentista, che si fa essenza stessa del messaggio globale destinato all'ascoltatore. Era da un po' di tempo che non mi recavo a Milano per un concerto, metropoli multiforme dalle enormi opportunità, e ieri sera ho colto un'importante occasione presenziando a quello racchiuso nel "Ceci n'est pas un Festival", progetto culturale itinerante ideato da Orchestra SRL con la direzione artistica di Luca Fialdini. Una manifestazione che contempla recital solistici, musica da camera, musica sacra, masterclass e incontri professionali, e che attraversa Milano, Bologna, Forte dei Marmi e Roma con undici eventi originali che lanciano una sfida al tradizionale modus operandi del festival. Il suo nome innanzitutto, che parafrasa il titolo di una nota opera surrealista di René Magritte (Ceci n'est pas une pipe) e che qui assume un significato sostanziale più che di raffinato slogan.



In qualità di festival musicale, esso vuole porsi al di fuori del convenzionale e del commerciale, offrendo allo spettatore un'esperienza diversa, qualcosa che vada oltre la semplice etichetta formale di "festival". Ma cosa giustifica la sua eccentricità? Innanzitutto l'impostazione itinerante, che lo porta a svolgersi non in una sola sede o in un arco temporale circoscritto, ma ad articolarsi attraverso diverse tappe: dall'anteprima a Milano presso Palazzo Cusani, oggetto di questo articolo, sino a Forte dei Marmi, a Villa Bertelli e a Roma durante la Rome Future Week. Altro elemento di rilievo è l'intrigante mix di tradizione e innovazione, che affianca il repertorio classico e sacro a pagine contemporanee, spingendosi fino all'esplorazione del rapporto tra opera lirica e nuove tecnologie, come l'intelligenza artificiale. Un'originalità che investe anche i luoghi delle rappresentazioni — non solo i tradizionali teatri e sale da concerto, ma anche spazi d'arte, dimore storiche e contesti multidisciplinari — unita a una proposta artistica diversificata che non disdegna momenti dedicati alla divulgazione e alla parola. Ed è proprio il recital cui ho partecipato nella serata del 16 settembre ad aver aperto le danze della manifestazione: un concerto privato su invito presso il Circolo Unificato dell'Esercito di Milano a Palazzo Cusani, realizzato con la collaborazione e il sostegno dell'Esercito Italiano.



Un'apertura che è stata anche un'anteprima del recital previsto per domenica 20 settembre a Villa Bertelli di Forte dei Marmi; il programma proposto è il medesimo, intitolato "Liszt, metà francescano metà zigano", ed è stato reso possibile grazie al Generale Sepe, al Tenente Colonnello Urso e al Generale Graziani. Una collaborazione non casuale, che conferma l'attitudine del progetto a intrecciare incontri tra la musica, le istituzioni e contesti che non devono necessariamente appartenere al circuito concertistico tradizionale. Attrice comprimaria sulla scena è Orchestra SRL, società di produzione culturale e artistica con sede a Milano, impegnata nella progettazione e realizzazione di eventi musicali, recital, masterclass e format educativi legati alla musica classica. Magnifico il luogo in cui si è tenuto il recital del 16 settembre: il Circolo Unificato dell'Esercito di Milano, nella prestigiosa cornice di Palazzo Cusani in Via Brera 15. Edificato nel Seicento per la famiglia Cusani, il palazzo deve la sua notorietà alla sontuosa facciata a tre piani realizzata nel 1719 dall'architetto Giovanni Ruggeri. Rara espressione del barocco milanese, il suo insieme di elementi architettonici, la ricchezza delle decorazioni e la scelta dei materiali (arenaria e pietra di ceppo) donano alla facciata un forte ed elegante risalto chiaroscurale.



Varcata la soglia, ci accoglie un ampio cortile seicentesco con due lati porticati a colonne tuscaniche binate; da qui si snoda lo scalone d'onore che, aprendosi sotto il portico, conduce al piano nobile. È qui che ho attraversato una successione di sale passanti fino a raggiungere il grande salone da ballo — ornato sulla volta da un affresco allegorico attribuito a Giovanni Angelo Borroni — proprio dove ha avuto luogo il recital. La grande musica torna dunque a farsi motore culturale, questa volta non all'ombra di un titolo dal sapore hype, giacché la formula "Metà francescano, metà zigano" fu usata dallo stesso Franz Liszt per descrivere sé medesimo nelle sue lettere e conversazioni private. Una frase che riassume impeccabilmente le due anime, opposte e complementari, della sua esistenza e della sua musica. La metà "zigana" incarna una giovinezza vissuta nel segno di un vertiginoso virtuosismo, il suo continuo ramingare per l'Europa e, soprattutto, quell'attrazione per la cultura popolare ungherese così ben espressa nelle sue Rapsodie ungheresi e nei 5 canti popolari ungheresi S. 245 presenti nel programma di sala. Diversa è la sua metà "francescana", emblematica della sua profonda attitudine spirituale e religiosa. È ben noto che sin da giovane Liszt considerò la possibilità di prendere i voti: nel 1865 entrò infatti nel Terzo Ordine Francescano ricevendo gli ordini minori a Roma e diventando per tutti l'«Abate Liszt».



Protagonista del recital è stato Sandro Ivo Bartoli, che con grande autorevolezza ha saputo catturare l'interesse di un pubblico tanto selezionato quanto attento e partecipe. Parliamo di un pianista nato a Pisa nel 1970, che si è formato al Conservatorio di Firenze e alla Royal Academy of Music di Londra. Cruciale per la sua crescita è stato il perfezionamento con il grande pianista russo Shura Cherkassky, artista dotato di una qualità di suono unica, che nei primi anni Novanta incoraggiò Bartoli a intraprendere con decisione l'attività concertistica e discografica. Dal canto suo, l'interprete pisano si è cimentato negli anni con un repertorio quanto mai complesso e variegato, dedicandosi in particolare alla riscoperta del Novecento italiano: Casella, Malipiero, Respighi e Pizzetti, cui aggiunse, nel 1995, la prima esecuzione moderna negli Stati Uniti della Toccata per pianoforte e orchestra di Ottorino Respighi. Artista in quel periodo emergente, la sua attività si estese a tutta Europa con recital, incisioni, trasmissioni radiofoniche, oltre a lezioni e conferenze presso le Università di Oxford e Londra. Con la Radio Nazionale Spagnola ha realizzato nel 2004 una serie di concerti dedicati al repertorio pianistico italiano, tra cui la Sonata di Luciano Berio, scritta appena due anni prima. Particolarmente fruttuoso è stato anche il sodalizio con la BBC, per la quale ha inciso concerti di Respighi, Malipiero, Beethoven e Franck, oltre alla prima esecuzione assoluta di Paesaggio di Giancarlo Cardini.



Il resto è storia dei nostri giorni. Sandro Ivo Bartoli ha colto importanti affermazioni con l'esecuzione dei concerti di Rachmaninov, Šostakovič, Beethoven, Franck, Chopin e Liszt. Le sue interpretazioni del Secondo Concerto di Rachmaninov a Dresda e della Totentanz di Liszt a Monaco di Baviera hanno suscitato vivo scalpore. Bartoli ha affidato a futura memoria il suo pianismo attraverso un'intensa attività discografica, incidendo numerose opere, tra cui raccolte integrali come quella delle trascrizioni di Liszt-Busoni. Viva ammirazione e un vasto consenso internazionale ha riscosso l'album di trascrizioni da Frescobaldi, premiato in Francia con il 5 de Diapason. Nel 2015 ha iniziato una proficua collaborazione con l'etichetta tedesca Solaire Records, per la quale ha inciso "Franz Liszt: The Franciscan Works", disco ritenuto dal Fidelity Magazine «senza dubbio uno dei migliori album pianistici degli ultimi anni». Artista caleidoscopico, si è dedicato anche al teatro curando le musiche di scena de Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa. Come non menzionare, infine, il suo saggio « »«Domenico Scarlatti. "Vivi felice". Vita e opere di Scarlattino, Cavaliero di San Giacomo», un testo che per la prima volta offre al lettore un commento analitico a ciascuna delle 555 Sonate che compongono il catalogo Kirkpatrick.



Nutro per Bartoli un particolare affetto perché ha saputo lenire le mie angosce — così come quelle di tantissimi appassionati di musica — durante il drammatico periodo della pandemia da COVID-19, dando vita a un colossale progetto ideato direttamente dalla sua casa in Toscana: l'esecuzione di tutte le 555 Sonate per tastiera di Domenico Scarlatti, interpretate quotidianamente, registrate e condivise sui suoi canali social YouTube e Facebook. Quello proposto il 16 settembre è stato un programma che avremmo potuto considerare monografico, se non fosse stato per l'inserimento, in chiusura, di "Limina" di Luca Fialdini. A introdurlo al pubblico è stato lo stesso compositore, presente in sala: «Per tanti motivi, come regola generale, non amo inserire mie composizioni nei concerti che organizzo. Tuttavia stasera faccio una piccola eccezione perché il maestro Bartoli mi aveva chiesto un mio brano da poter includere in questo programma e, di fronte a un pianista di tale statura, non potevo tirarmi indietro. Si tratta di una breve riflessione sul francescanesimo negli ultimi ottocento anni». Personalmente, sono rimasto affascinato dalla raffinata ricerca timbrica e strutturale, felicemente innestata nel linguaggio contemporaneo, di questo brano rarefatto, il cui titolo evoca concetti quali confini, soglie e punti di transizione.



Soglie suggerite dal passaggio tra differenti stati sonori, in cui i silenzi assumono un ruolo fondamentale: vere e proprie limina tra suono e silenzio, tra un linguaggio consonante più familiare e la dimensione della dissonanza, con un'attenzione costante al timbro e alle sfumature del colore acustico. Sandro Ivo Bartoli — lo stesso pianista che poco prima aveva sfoderato grandi volumi sonori nelle pagine lisztiane — ha saputo ricreare un'atmosfera del tutto diversa, fatta di sonorità eteree, al limite dell'inconsistenza, alternate a improvvisi soprassalti dinamici. Prima di quest'ultimo brano, che ha lasciato l'uditorio sospeso in un'atmosfera rarefatta, Franz Liszt ha trovato nell'interpretazione di Bartoli, alle prese con un pianoforte R. Lipp & Sohn (Stuttgart), una delle sue più efficaci e intense espressioni pianistiche: dal Preludio al Cantico di San Francesco d'Assisi S. 498c al Cantico di San Francesco S. 499. Opere di grande suggestione, sintesi di un sentimento intriso di profonda religiosità che si sostanzia in uno stile magniloquente, tanto nei momenti di acme drammatico quanto in quelli più distesi e discorsivi. Il medesimo taglio si avverte nelle Deux Légendes S. 175, uno dei vertici della produzione del compositore ungherese, dove vengono meravigliosamente condensati l'approccio descrittivo in una pittura sonora emblematica della profonda spiritualità francescana.



Bartoli appare limpido nell'uso virtuosistico del registro acuto del pianoforte, tra rapidi trilli, tremoli, arpeggi e volatine cromatiche che, tutt'insieme, concorrono a evocare il cinguettio e il frullare d'ali degli uccelli. Molto diverso è l'incedere nel secondo brano, teatrale e drammatico, dove vengono sfruttate appieno le risorse del registro grave, espresso in onomatopeiche ottave martellate e cupi tremoli atti a figurare il tumulto delle onde durante la tempesta. Nei 5 canti popolari ungheresi S. 245, raccolta per pianoforte composta intorno al 1873, si entra a piè pari nel folklore magiaro, ben distanti dall'esibizionismo tecnico che contraddistingue molte celebri pagine lisztiane: lo stile si fa essenziale, teso a delineare un'atmosfera malinconica e lirica che si alterna a più marcati ritmi di danza. Sono seguite poi tre Rapsodie ungheresi — la N. 3 S. 244/3, la N. 18 S. 244/18 e la N. 19 S. 244/19 — per giungere a quel Cantico di San Francesco S. 499 così splendidamente eseguito dal nostro pianista, testimone del vivido e profondo legame spirituale che ha unito Liszt all'ordine francescano. Qui Bartoli dismette il vertiginoso virtuosismo di cui è capace per abbandonarsi a una sonorità monumentale e meditativa. Brani eseguiti in un sol fiato, senza interruzioni tra uno e l'altro: scelta opportuna e intelligente, mirata a non spezzare con gli applausi l'atmosfera magica instauratasi.



Del pianista pisano si può dire tutto il bene possibile. Ho avuto la fortuna di assistere alla sua esecuzione da pochi metri di distanza, una lettura serrata, senza pause, interrotta soltanto dalla brevissima presentazione della composizione Limina. Sandro Ivo Bartoli ha espresso un pianismo potente, sinfonico nelle proporzioni in certi momenti e delicatissimo, intimamente cameristico in altri. È apparso personalità umile ma al contempo estremamente determinata nel comunicare al pubblico una solida e coerente visione delle opere, da lui affrontate con piglio vigoroso e solidissima tecnica solidissima, del tutto priva di esitazioni. Nel corso dell'esecuzione è trapelato un approccio eminentemente fisico allo strumento — un pianoforte R. Lipp & Sohn che ha retto benissimo alle sue bordate sonore —, soprattutto una schietta istintività che un perseverante studio e un'intensa applicazione non sono riusciti ad ammorbidire. Inutile che lo neghi, questa è una dote che ho apprezzato tantissimo in lui e che contribuisce a rendere speciale ogni sua lettura. Non troviamo nel suo approccio al pianoforte quella classica compostezza che c'è in altri strumentisti, ma un fuoco interiore che si riversa all'esterno. Il ferreo controllo del suono e delle dinamiche che vanta ha dell'eccezionale. Bellissima la cavata sonora, decisa e ricca di armonici in ogni frangente, capace di passare dai pianissimi ai limiti dell'immateriale a sonorità dalla devastante energia. Ecco perché mi piace pensare al suo come a un pianismo sinfonico, in grado di trasformare la tastiera in un'intera orchestra.



Del pianista pisano si può dire tutto il bene possibile. Ho avuto la fortuna di assistere alla sua esecuzione da pochi metri di distanza: una lettura serrata, senza pause, interrotta soltanto dalla brevissima presentazione del brano Limina. Sandro Ivo Bartoli ha espresso un pianismo potente, sinfonico nelle proporzioni in certi momenti e delicatissimo, intimamente cameristico in altri. Si è mostrato artista umile ma al contempo estremamente determinato nel comunicare al pubblico una solida e coerente visione delle opere, affrontate con piglio vigoroso e una tecnica saldissima, del tutto priva di esitazioni. Nel corso dell'esecuzione è emerso un approccio fortemente fisico allo strumento — un pianoforte R. Lipp & Sohn che ha retto benissimo le sue bordate sonore — e soprattutto una schietta istintività che nemmeno un perseverante studio e un'intensa applicazione sono riusciti ad ammorbidire. Inutile negarlo: questa è una dote che ho grandemente apprezzato in lui e che contribuisce a rendere speciale ogni sua lettura. Non troviamo nel suo approccio la classica compostezza di altri strumentisti, ma un fuoco interiore che si riversa all'esterno anche nelle movenze fisiche. Il ferreo controllo del suono e delle dinamiche che vanta ha dell'eccezionale. Bellissima la cavata sonora, decisa e ricca di armonici in ogni frangente, capace di passare dai pianissimi ai limiti dell'immateriale a sonorità dalla devastante energia. Ecco perché mi piace pensare al suo come a un pianismo sinfonico, in grado di trasformare la tastiera in un'intera orchestra.




Alfredo Di Pietro

Settembre 2026


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